1. 1: Scrittori per caso

    di , il 5/11/2010 10:55

    Esiste un luogo remoto nel sud della Cina dove le donne sono il fulcro della società e dove l’uomo riveste un ruolo irrilevante. Si tratta dei mosu, ultima etnia rimasta al mondo con un sistema matriarcale. Chiamato anche il “Paese delle donne”, questo posto a ridosso dell’Himalaya, è abitato da un popolo misterioso e quasi del tutto sconosciuto, che da sempre affida alle donne il suo destino. Depositarie della tradizione e legittime ereditarie di tutti i beni di famiglia, godono di particolari diritti nella sfera dei rapporti sentimentali, che vivono con grande libertà e in piena autonomia. Le donne mosu diventano maggiorenni a 13 anni e da questo momento in poi non dividono più spazi comuni per dormire, bensì hanno la loro camera da letto, per vivere in totale libertà i loro rapporti, che nascono e finiscono secondo il desiderio. L’uomo mosu non vive insieme alla donna, ma va a trovarla di notte, per poi ritornare di giorno nella casa materna e si occupa dei lavori pesanti, come allevare e portare al pascolo le mandrie di yak. I figli nati da una coppia appartengono legalmente alla madre, che si prende cura della loro crescita ed educazione e il padre, che viene chiamato “zio”, provvede al loro mantenimento sino al cessare della relazione. Anche la struttura della lingua riflette il sistema matriarcale: infatti i caratteri “maschio” e “femmina”, uniti ad altre parole, indicano rispettivamente oggetti piccoli e oggetti grandi e nel loro linguaggio non esistono le parole “matrimonio”, considerato pratica arcaica e contro natura, “padre” e “marito”. Il “Paese delle donne” si è aperto al turismo solo agli inizi degli anni ’80 e l’elemento che ha esercitato maggiore attrazione è stata la tradizione mosu del cosiddetto “matrimonio che cammina”: le donne mosu non si sposano, né convivono, ma sono libere di avere quanti amanti desiderano senza nessun legame di fatto, da ciò deriva questo modo di dire. Questo concetto di libertà sessuale e di amore “emancipato” e disinibito è stato ampiamente reclamizzato; il “matrimonio che cammina” è divenuto sinonimo di avventura e, se da una parte ha reso la zona ricca grazie all’incremento del turismo, dall’altra è risultato il motivo scatenante che ha portato questo luogo così affascinante, popolato da genti con una ricca e antica tradizione, a diventare una sorta di “Paese del sesso”.

    Per “spiare” questo mondo per lo più ignoto, ma tanto seducente, il romanzo “Il Paese delle donne”, di Yang Erche Namu, Sperling & Kupfer Editori, offre uno spaccato di vita Mosu. La scrittrice, protagonista del libro, racconta in prima persona la sua battaglia per realizzare il sogno della sua vita, quello di diventare cantante e la sua voglia di evadere da quel mondo che tanto ama, ma che le sta stretto. Una storia avvincente per conoscere un popolo remoto che sta scomparendo.

  2. Turisti Per Caso.it
    , 5/11/2010 10:55
    Esiste un luogo remoto nel sud della Cina dove le donne sono il fulcro della società e dove l’uomo riveste un ruolo irrilevante. Si tratta dei <i><b>mosu</b></i>, ultima etnia rimasta al mondo con un sistema matriarcale. Chiamato anche il<b> “Paese delle donne”</b>, questo posto a ridosso dell’Himalaya, è abitato da un popolo misterioso e quasi del tutto sconosciuto, che da sempre affida alle donne il suo destino. Depositarie della tradizione e legittime ereditarie di tutti i beni di famiglia, godono di particolari diritti nella sfera dei rapporti sentimentali, che vivono con grande libertà e in piena autonomia.
    Le donne <i>mosu </i>diventano maggiorenni a 13 anni e da questo momento in poi non dividono più spazi comuni per dormire, bensì hanno la loro camera da letto, per vivere in totale libertà i loro rapporti, che nascono e finiscono secondo il desiderio. L’uomo <i>mosu</i> non vive insieme alla donna, ma va a trovarla di notte, per poi ritornare di giorno nella casa materna e si occupa dei lavori pesanti, come allevare e portare al pascolo le mandrie di yak.
    I figli nati da una coppia appartengono legalmente alla madre, che si prende cura della loro crescita ed educazione e il padre, che viene chiamato “zio”, provvede al loro mantenimento sino al cessare della relazione.
    Anche la struttura della lingua riflette il sistema matriarcale: infatti i caratteri “maschio” e “femmina”, uniti ad altre parole, indicano rispettivamente oggetti piccoli e oggetti grandi e nel loro linguaggio non esistono le parole “matrimonio”, considerato pratica arcaica e contro natura, “padre” e “marito”.
    Il “Paese delle donne” si è aperto al turismo solo agli inizi degli anni ’80 e l’elemento che ha esercitato maggiore attrazione è stata la tradizione mosu del cosiddetto “matrimonio che cammina”: le donne mosu non si sposano, né convivono, ma sono libere di avere quanti amanti desiderano senza nessun legame di fatto, da ciò deriva questo modo di dire.
    Questo concetto di libertà sessuale e di amore “emancipato” e disinibito è stato ampiamente reclamizzato; il “matrimonio che cammina” è divenuto sinonimo di avventura e, se da una parte ha reso la zona ricca grazie all’incremento del turismo, dall’altra è risultato il motivo scatenante che ha portato questo luogo così affascinante, popolato da genti con una ricca e antica tradizione, a diventare una sorta di “Paese del sesso”.

    Per “spiare” questo mondo per lo più ignoto, ma tanto seducente, il romanzo <b>“Il Paese delle donne”, di Yang Erche Namu, Sperling & Kupfer Editori</b>, offre uno spaccato di vita Mosu.
    La scrittrice, protagonista del libro, racconta in prima persona la sua battaglia per realizzare il sogno della sua vita, quello di diventare cantante e la sua voglia di evadere da quel mondo che tanto ama, ma che le sta stretto. Una storia avvincente per conoscere un popolo remoto che sta scomparendo.