1. 1: Patrizio & Syusy

    di , il 13/8/2010 11:28

    Come sapete la Turchia è un po’ un mio pallino, su sito e rivista ne abbiamo già parlato varie volte. Stavolta, per chi volesse andare a Istanbul, ho una raccomandazione speciale: fatevi un Tappeto-tour. Ma, attenzione: non abbiate il solito atteggiamento da turista passivo che si fa coinvolgere dal venditore. Siate attivi e consapevoli, e prima di tutto chiedetevi: che cos’è un tappeto?! Non solo per il Medio Oriente, ma per tutta l’Asia. Io me lo sono chiesto, e non posso che rispondere che il tappeto è la casa dei nomadi. E’ lo spazio che viene definito, transitoriamente, come lo spazio di vita dell’individuo su questa terra. La foto che vedete qui è significativa: nel deserto (in questo caso eravamo nel Sinai assieme a Valerio Mastandrea e Rolando Ravello, presso dei nomadi) siamo tutti sullo stesso tappeto, cioè “tutti in casa”. Quindi il tappeto è lo spazio, è la casa, ma non solo. Ma è anche un libro. E’ la conservazione di una informazione che viene dai simboli, trasmessi di generazione in generazione, dalle mani di donne che intrecciano (per mesi, per anni) il tappeto. E questi simboli, che a volte ci sembrano strani e imperscrutabili, ma che ci affascinano, comunicano qualche cosa di molto importante, se è vero che sono tramandati sempre uguali attraverso i millenni. Quello dei tappeti è un linguaggio. Lo stesso linguaggio studiato dalla grande archeologa Maria Ghimbutas, che lo esaminò, studiò, ricercò prima di tutto sulle ceramiche, ma che poi appunto si trova riprodotto sulla tessitura dei tappeti. E la tessitura che cos’è, se non l’archetipo della… immagine televisiva? Forse è per questo che sono così affascinata dalla trama e dall’ordito dei tappeti, che incrociandosi formano un’immagine puntinata, così come lo fanno i pixel della tv. E, come sappiamo, più pixel ci sono su uno schermo più l’immagine è netta, e più nodi ci sono in un tappeto più l’immagine è definita e forte. I tappeti rappresentano mappe, raccontano e simboleggiano conoscenze matematiche, geometrie sacre, spirali che anticipano la rappresentazione della doppia elica del DNA, e poi Dee madri ripetute ossessivamente, legami familiari ecc. Ma di tappeti ce ne sono tanti tipi, e non solo tessuti: ci sono i feltri, che riproducono appunto l’immagine della spirale (che gira a destra o a sinistra come quelle scolpite nei Templi di Malta), fino ad arrivare ai “tappeti di guerra” afgani che riproducono i mitra, i carri armati e addirittura il crollo delle Torri Gemelle. Terribile sintomo di come una tradizione che perpetua da sempre gli stessi simboli arcaici può arrivare anche a raccontare altro. Il consiglio che vi dò quindi, quando andrete al Mercato di Istanbul, è di farvi trattare come un sultano, un ospite gradito dai vari mercanti, di bere l’immancabile the che vi offriranno e di rilassarvi e nel contempo rassegnarvi: un tappeto finirete per comprarlo. Sarà secondo il vostro gusto. E’ difficile essere tanto esperti da sapersi districare nella grande offerta che c’è. Ma in ogni caso siamo sempre davanti ad un’opera d’arte, e dovremo guardarla come tale: un tappeto – per tutta l’Asia – è come e molto più di un quadro. Ma non è l’inventiva di un singolo – e qui sta la differenza fra Oriente e Occidente: è un insieme di abilità, tradizione e caparbia conservazione di una informazione, che evidentemente è molto importante, se arriva da tanto lontano nel tempo. Se diventate anche voi appassionati di tappeti, venite a trovarmi a Bologna: io nei miei viaggi non ho resistito e il mio Sal8 è pieno di tappeti…

    Syusy

  2. Turisti Per Caso.it
    , 13/8/2010 11:28
    Come sapete la Turchia è un po’ un mio pallino, su sito e rivista ne abbiamo già parlato varie volte. Stavolta, per chi volesse andare a <b>Istanbul</b>, ho una raccomandazione speciale: fatevi un <b><i>Tappeto-tour</i></b>. Ma, attenzione: non abbiate il solito atteggiamento da turista passivo che si fa coinvolgere dal venditore.
    Siate attivi e consapevoli, e prima di tutto chiedetevi: <b>che cos’è un tappeto?!</b> Non solo per il Medio Oriente, ma per tutta
    l’Asia. Io me lo sono chiesto, e non posso che rispondere che il tappeto è la casa dei nomadi. E’ lo spazio che viene definito, transitoriamente, come lo spazio di vita dell’individuo su questa terra. La foto che vedete qui è significativa: nel deserto (in questo caso eravamo nel Sinai assieme a Valerio Mastandrea e Rolando Ravello, presso dei nomadi) siamo <i>tutti sullo stesso tappeto</i>, cioè “tutti in casa”. Quindi il tappeto è lo spazio, è la casa, ma non solo. Ma è anche un libro. E’ la conservazione di una informazione che viene dai simboli, trasmessi di generazione in generazione, dalle mani di donne che intrecciano (per mesi, per anni) il tappeto.
    E questi simboli, che a volte ci sembrano strani e imperscrutabili, ma che ci affascinano, comunicano qualche cosa di molto importante, se è vero che sono tramandati sempre uguali attraverso i millenni. <b>Quello dei tappeti è un linguaggio</b>. Lo stesso linguaggio studiato dalla grande archeologa <b>Maria Ghimbutas</b>, che lo esaminò, studiò, ricercò prima di tutto sulle ceramiche, ma che poi appunto si trova riprodotto sulla tessitura dei tappeti. E la tessitura che cos’è, se non l’archetipo della… immagine televisiva? Forse è per questo che sono così affascinata dalla trama e dall’ordito dei tappeti, che incrociandosi formano un’immagine puntinata, così come lo fanno i pixel della tv. E, come sappiamo, più pixel ci sono su uno schermo più l’immagine è netta, e più nodi ci sono in un tappeto più l’immagine è definita e forte.
    I tappeti rappresentano mappe, raccontano e simboleggiano conoscenze matematiche, geometrie sacre, spirali che anticipano la rappresentazione della doppia elica del DNA, e poi Dee madri ripetute ossessivamente, legami familiari ecc. Ma di tappeti ce ne sono tanti tipi, e non solo tessuti: ci sono i feltri, che riproducono appunto l’immagine della spirale (che gira a destra o a sinistra come quelle scolpite nei Templi di Malta), fino ad arrivare ai “tappeti di guerra” afgani che riproducono i mitra, i carri armati e addirittura il crollo delle Torri Gemelle. Terribile sintomo di come una tradizione che perpetua da sempre gli stessi simboli arcaici può arrivare anche a raccontare altro. Il consiglio che vi dò quindi, quando andrete al <b>Mercato di Istanbul</b>, è di farvi trattare come un sultano, un ospite gradito dai vari mercanti, di bere l’immancabile the che vi offriranno e di rilassarvi e nel contempo rassegnarvi: un tappeto finirete per comprarlo. Sarà secondo il vostro gusto.
    E’ difficile essere tanto esperti da sapersi districare nella grande offerta che c’è. Ma in ogni caso siamo sempre davanti ad un’opera d’arte, e dovremo guardarla come tale: un tappeto – per tutta l’Asia – è come e molto più di un quadro. Ma non è l’inventiva di un singolo – e qui sta la differenza fra Oriente e Occidente: è un insieme di abilità, tradizione e caparbia conservazione di una informazione, che evidentemente è molto importante, se arriva da tanto lontano nel tempo.
    Se diventate anche voi appassionati di tappeti, venite a trovarmi a Bologna: io nei miei viaggi non ho resistito e il mio <b>Sal8 </b>è pieno di tappeti…

    Syusy