1. 1: Diario di Viaggio

    di , il 26/7/2010 11:59

    IN BOCCA ALL’ORCO! E IN C.... ALLA SCROFA!

    Anziché volare in Egitto per vedere le più famose piramidi dei faraoni –per un po’ era stato il nostro programma- per Natale siamo andati in auto a “scoprire” le necropoli etrusche. Be’, non solo; perché andare in vacanza al fine di esplorare delle tombe può risultare un po’ deprimente –eccetto per un archeologo, magari-. Ma è proprio la vita ciò che ci interessa, il respiro che esala dal passato, forse rappresentato dal simbolo della vita, la “svastica”, che abbiamo osservato inciso sulle pareti di una via cava a Sovana: il sole rotante, un augurio di buona esistenza. La nostra idea, infatti, era quella di visitare anche alcuni centri medieoevali in provincia di Grosseto come Pitigliano e Sovana o in provincia di Viterbo come Tuscania, di entrare nelle ville del viterbese sorte per volere di cardinali come Villa Lante a Bagnaia e Palazzo Farnese a Caprarola, di ammirare le meraviglie del Parco dei Mostri di Bomarzo, ma soprattutto di immergerci nelle calde acque delle sorgenti termali di Saturnia o del Bullicame a Viterbo, per godere dei piaceri che già assaporavano gli antichi Etruschi e Romani. Insomma il primo giorno della gita prevedeva un “tufo” nel passato a Pitigliano e Sovana e un vero tuffo nelle cascatelle del Molino nei pressi di Saturnia. Siamo partiti il 25 dicembre, ancora in fase digestiva, subito dopo il sostanzioso pranzo natalizio preparato da mia madre (io però, molto previdente, avevo già smaltito calorie recandomi a Cologna in bicicletta, dato che era una giornata splendida, tiepida e con un sole accecante –un sole di buon auspicio, appunto). Fede aveva scartato i regali in mattinata accorgendosi con soddisfazione che Babbo Natale si era svenato per esaudire il suo desiderio: una videocamera-macchina fotografica digitale, dotata di tutte le possibili funzioni, con un giga di memoria, che avrebbe immortalato tutte le tappe del nostro viaggio con più di duecento istantanee. La sera verso le 8 eravamo già a Pitigliano –per strada, come previsto, c’era poco traffico-. La cittadina, dal belvedere della Madonna delle Grazie, ci è apparsa tutta illuminata da fari, adagiata sul suo sperone tufaceo, con gli archi dell’acquedotto mediceo in primo piano e la torre campanaria svettante sul “presepe” medievale. Ma prima di addentrarci lungo le viuzze del centro storico e salire la scalinata che penetra nel cortile del Palazzo Orsini dovevamo trovare l’agriturismo “Il Melograno”, per assicurarci il primo pernottamento. Purtroppo le indicazioni che mi erano state fornite telefonicamente dalla proprietaria non erano del tutto chiare. L’unica cosa sicura era che l’alloggio si trovava in località Formica e che per raggiungerlo dovevamo svoltare al bivio per Manciano-Valentano. Fino lì è stato abbastanza facile. Abbiamo poi imboccato una stradina strettissima recante l’indicazione “Agriturismo il Melognano”. Però a un certo punto c’era un incrocio e non compariva più il segnale. Abbiamo sospettato che potesse trattarsi di una casa con un cancello sostenuto da pilastri rosa, vegliata da due piccoli cipressi addobbati con lucine natalizie. Abbiamo telefonato al Melograno – “Sì, sì, la casa è a un km dal cartello, se state davanti a una casa rosa con alberelli siete arrivati”, ci ha rassicurato il proprietario (ma quale cartello?). Leo ha osato suonare al campanello –vorrei ricordare che era la sera di Natale- e si sono presentati due cagnoni indemoniati che abbaiavano a più non posso rendendo difficile la comunicazione al citofono. La casa, comunque, non era quella giusta. L’odissea è continuata su e giù per uno stradone di campagna zeppo di buche e vere e proprie voragini, finché dopo almeno 3 km è venuto in nostro soccorso il proprietario del Melograno, che ci ha indicato la retta via. La macchina si è fermata davanti a un casale. Tuttavia il nostro alloggio era ubicato qualche metro più avanti, sicché Leo, dopo l’ennesima manovra era pronto a bestemmiare in tutte le lingue... Ma si è trattenuto perché, in fin dei conti, eravamo arrivati!!! La padrona di casa ci ha mostrato la stanza, con bagno –con asciugamani, ma senza sapone-, riscaldata esclusivamente da un termosifone elettrico. Ci saranno stati non più di 14 gradi. Ho chiesto –e ottenuto- immediatamente una coperta supplementare. La casa la condividevamo con una tedesca –ancora non rientrata da un’escursione a Roma-, che dormiva nella camera all’altro capo della spazioso e gelido ambiente classificabile come salone-ingresso-cucina, arredato in maniera rustica con un lungo tavolo rettangolare al centro. C’era anche un caminetto. Spento. Le valigie sono rimaste in stanza e noi siamo riandati in giostra, su e giù per la mulattiera, per raggiungere Pitigliano e conoscerlo “by night”. Ci ha sorpreso il fatto che i vicoli più stretti fossero zona pedonale, ma il resto del centro no. C’era praticamente un solo bar con un po’ di animazione, tuttavia si rischiava di essere presi sotto dalle auto che s’infilavano nella piazza principale attraverso una delle porte storiche per parcheggiare proprio nelle adiacenze della bettola. C’è da dire che molti indigeni, a Pitigliano, possedevano un apecar, usatissimo mezzo di locomozione in questi dintorni, adatto al terreno, tutto salite e discese, antesignano delle nanomacchine tipo Smart. Sul rimorchio di uno di questi apecar -evidentemente identificato da Leo come immondezzaio- il mio consorte ha maleducatamente depositato la scatoletta vuota dei frutti secchi che avevamo appena sgranocchiato in macchina, degli anacardi da lui soprannominati “anarchici”. Poi ci siamo spinti fino al cortile del Palazzo Orsini, dove l’obiettivo di Fede si è posato su un pozzo esagonale, incorniciato da colonne architravate. La foto, però, che includeva anche Leo e me –travestita da musulmana, con il passamontagna-, come tutte le altre immagini notturne, è venuta mossa. In seguito ci siamo incamminati per le due vie principali della cittadina, stretti corridoi deserti, dove si incanalava un vento tagliente e sibilante. Leo ha commentato che in caso di terremoto non era possibile salvarsi dal crollo di quelle casette addossate l’una all’altra e incombenti in maniera asfittica sul passante (uno a caso... Come ho detto eravamo gli unici in giro). Da alcune finestre penzolava della biancheria stesa ad asciugare (di notte e con quel freddo?), magari dimenticata. Abbiano notato a sinistra l’ingresso della Sinagoga e nella piazzetta davanti alla chiesa di S. Maria abbiamo sentito il gorgoglio dell’acqua che sgorgava da una fontanella. La scalinata che conduceva alla Porta di Sovana era immersa nel buio. Sotto di noi scorgevamo l’oscurità indistinta di una vallata. Nella borsa avevo una pila e siamo scesi nelle tenebre illuminando i gradini con la torcia elettrica. - “La luce che scaccia le tenebre... Sì, be’ meglio però ritornare sui nostri passi”, ci siamo detti, e prendendo la via di sinistra dalla Piazza Becherini ci siamo ritrovati davanti al duomo, con una mezza dozzina di auto parcheggiate sul sagrato, ma sfavillante di decorazioni natalizie. Al nostro rientro per poco non inciampavamo per via del buio pesto (la tedesca era tornata e aveva spento la luce). Fortuna che i mobili –da schivare- e l’interruttore sono apparsi nel cerchio giallo della torcia! La stanza dell’agriturismo era ancora una ghiacciaia. Ho indossato due maglioni e un paio di pantaloni della tuta sopra al pigiama, ma essendo freddolosa non riuscivo a chiudere occhio. Verso le due di notte, quando ormai addosso mi si erano formati dei ghiaccioli, mi sono avvolta pure nel giubbino, imbustata come in un sacco a pelo, con il cappuccio sulla testa e finalmente il sonno è arrivato. Era giorno! Fede ha spalancato la finestra (veramente gli avevo detto di aprire solo le imposte, non tutta la finestra!) attraverso la quale si è intrufolata un’arietta frizzante assieme ai raggi del sole mattutino. Servendomi di un bicchierino di plastica dello yogurt e dell’acqua bollente del rubinetto (almeno quella era calda) ho preparato un cappuccino istantaneo, che assieme a qualche biscotto ci avrebbe fornito le energie necessarie per affrontare la giornata. I bagagli sono di nuovo a bordo (controlliamo, come suggeritoci dalla padrona di casa, che non si siano introdotti di soppiatto dei gatti): possiamo dirigerci verso Poggio Strozzoni, dove si può scorgere ciò che resta del parco Orsini. Ovvero niente. E’ un parco normalissimo non c’è neanche la macchia di sangue, come nel fantasma di Canterville, a perenne ricordo dell’uxoricidio commesso da Orso Orsini, che pare vi abbia strangolato la moglie infedele (un posticino allegro, vedi necropoli...). Secondo il mio libro ci dovevano essere dei sedili rupestri abbozzati nella roccia, ma non siamo riusciti a scovarli. Era giunta l’ora di andare a Sovana, la piccolissima frazione di Sorano, di antiche origini etrusche, dove già sapevo che c’era solo una piazza con alcuni modesti monumenti e un duomo dall’aspetto un po’ atipico, dominato dal vuoto e dal silenzio. Qui, passeggiatina e ingresso nella chiesa di S. Maria per foto al ciborio preromanico ed entrata al duomo, nel cui bookshop abbiamo pagato la guida che ci era stata gentilmente inviata a casa qualche settimana prima da un’associazione locale. Ed è tempo di scorazzare per il parco archeologico “città del tufo”: colline costellate di tombe e noi pronti a penetrarvi, come novelli Indiana Jones. Lì, infatti, si trovano la celebre tomba Ildebranda, la tomba Pola (chiusa per lavori in corso), la tomba del Tifone e due tra le più conosciute vie cave: il Cavone e la via Cava di S. Sebastiano. Attraverso quest’ultima ci siamo inerpicati fino a un oratorio rupestre paleocristiano. Essendo il sentiero percorso da uno scolo ci siamo anche inzaccherati ben bene, tant’è che alla fine dell’itinerario di archeotrekking i pantaloni erano marezzati da macchie di fango La mattina si è conclusa con un nutriente pranzo al sacco consumato su uno dei tavoli all’aperto nell’area pic-nic. Siccome il vento soffiava forte, il freddo si era moltiplicato in maniera esponenziale: eravamo intirizziti ed era quindi il momento giusto per cercare le cascatelle del mulino di Saturnia e immergerci nelle acque che zampillano a 37,5°. Ci siamo fatti spiegare dagli addetti alla biglietteria del parco archeologico come trovarle e da un punto panoramico su una collina le abbiamo intraviste, laggiù, con la gente a sguazzarci dentro come se fosse estate. Io, durante il tragitto, mi ero già infilata il costume e mi ero parzialmente rivestita. Sono smontata dalla Renault con le infradito arancioni, senza calze, ma con i maglioni e i pantaloni addosso. Ci ha condotto alle piscine naturali l’odore di zolfo, nonché il flusso di gente che accorreva tremante, in accappatoio, alle terme. Leo ha proposto di andare a vedere cosa c’era a monte delle cascatelle e anche là c’erano alcuni bacini d’acqua calda con alcune persone che se la spassavano nel ruscelletto, facendo il bagno fra i canneti. Ci siamo buttati e la corrente ci ha spinto alla “vasca” più in basso, dove galleggiavano altri due bagnanti. Che sollievo!!! Dopo, però, non avevamo il coraggio di uscire, tutti fradici, per andare a provare le altre cascatelle, a valle. Infine ci siamo fatti forza. Io avevo una sensazione termica reale di -10° C. I piedi umidi nelle ciabatte vischiose slittavano sui sassi come se camminassimo su scogli ricoperti di alghe ed eravamo sul punto di sfracellarci a ogni istante, ma una volta appeso l’accappatoio a una sorta di staccionata ci siamo immersi nuovamente in quel liquido tiepido e vagamente puzzolente, dove stava a macerare, tra gli altri, anche qualche nudista e ci siamo lasciati cullare del fragoroso scrosciare delle acque. Spostarsi da una vasca all’altra era talvolta scomodo, un po’ per il freddo, un po’ perché ci si raschiava il posteriore contro le rocce. Fede per un bel pezzo è rimasto a farsi la doccia sotto una cascatella: un piacere “violento”, una sferzata deliziosa. Quando ormai il sole stava per tramontare ci siamo rimessi l’accappatoio e ci siamo precipitati in macchina per cambiarci, con Leo preoccupatissimo perché gli inzuppavamo i sedili. Pronti? Via! Alla volta di Bolsena, all’hotel Eden con giardino sul lago. Peccato che fossimo gli unici clienti e la stanza, naturalmente, era un frigorifero al nostro arrivo, però almeno qui c’era la ventola e dopo non molto si è fatto un certo tepore. Il lago non si scorgeva nemmeno perché il buio era totale e comunque la finestra della nostra camera non era con vista sul lago. Abbiamo deciso di andare a cena a Bolsena, dove quasi tutti i locali erano chiusi. Per fortuna abbiamo subito adocchiato l’Osteria del Borgo Dentro, in piena attività –be’ a dire il vero il personale stava finendo di mangiare- e con prezzi accessibili, dove ci siamo rifocillati con una pizza. Bolsena era calma come il Lido degli Estensi d’inverno. Pochissimi si aggiravano per le stradine pittoresche che durante la bella stagione saranno senz’altro gremite di turisti e praticamente nessuno, eccetto noi, andava a spasso imbacuccato nei dintorni del castello. La nottata all’hotel Eden è stata, effettivamente, la più paradisiaca delle tre trascorse fuori casa: silenzio, temperatura ideale, scorcio paesaggistico idillico dalla vetrata del ristorante in cui, al mattino, abbiamo fatto colazione. Il proprietario dell’albergo era un signore anziano, calvo, basso e sovrappeso, che quando ho saldato il conto, alla reception, stava per inghiottire due medicinali: una pastiglia bianca e una capsula azzurrina, segnali di una salute non di ferro. Del resto poi era abbastanza arzillo da servirci tè e caffelatte e non gli mancava la locuacità, dato che ha preso a raccontarci del livello delle acque del lago, dei politici che non ti lasciano vivere, dei coregoni e delle altre specie ittiche che si pescano lì attorno, dei paesi che sorgono sulle rive del lago e di altre non meno interessanti curiosità. Per colpa della sua presenza non ho potuto intascarmi neanche una pastina dalla colazione per consumarla più tardi come merenda... E per l’ora della pausa di mezza mattina avevamo già fatto un giro lungo la strada panoramica che raccorda i paesi di San Lorenzo Nuovo, Grotte di Castro e Valentano e una breve sosta a Capodimonte. La macchina l’abbiamo parcheggiata presso il porticciolo e quindi siamo saliti fino al palazzo Farnese, fermandoci di tanto in tanto per cogliere l’amenità del paesaggio da alcuni terrazzi che si affacciavano sul lago. La Porticella offriva uno scenario incantevole, ritratto prontamente da Fede. Verso le undici eravamo al Bosco Sacro di Bomarzo, creato fra il 1522 e il 1580 dal duca Vicino Orsini con lo stesso scopo per cui l’imperatore Shah Jahan, costruì il Taj Mahal una cinquantina d’anni dopo, ossia per commemorare la sua ultima sposa. Abbiamo girovagato fra dèi, giganti, sirene e orchi, fantastiche sculture ottenute sagomando in forme antropomorfe dei blocchi di peperino. C’erano anche oggetti inanimati quali un ninfeo, un teatro, un tempietto, una rotonda e una casetta pendente, con pareti e pavimenti giù di piombo, che ad entrarci faceva venire il mal di mare. Sulla panca etrusca Pier Vicino Orsini, committente del parco dei Mostri, fece scrivere:

    “Voi che pel mondo gite errando, di veder meraviglie alte e stupende, venite qua dove son facce horrende, elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”

    E seguendo il consiglio dell’Orsini noi adesso possiamo dire “ci siamo stati” e per questo auguriamo a tutti oltre a un felice anno nuovo anche un: in bocca all’Orco!!!!! E in culo alla Scrofa!!! (quella della via di Tuscania: vedi più avanti). Tanto per essere scaramantici. Nel pomeriggio del 27 dicembre abbiamo passeggiato nei meravigliosi giardini della Villa Lante di Bagnaia dove Fede ha dovuto fare il “fotografo di frodo”, poiché era vietato scattare foto. Più tardi abbiamo ammirato gli affreschi e i sontuosi interni del Palazzo Farnese di Caprarola accompagnati da una guardiasala che ci ha fornito alcune spiegazioni sui saloni, conducendoci fino alla “palazzina del piacere” e al giardino superiore. Al crepuscolo, affrontando qualche disagio, per via dell’ora di punta – c’era un traffico notevole e Leo si affidava al navigatore per trovare il luogo- siamo riusciti a raggiungere, a Viterbo, il Bullicame di dantesca memoria, dove siamo stati avvolti ancora una volta dai vapori sulfurei. L’acqua era più calda di quella di Saturnia e c’era anche una piccola piscina, adatta per cuocerci la pasta, dove siamo rimasti a bollire per un po’ prima di uscire e correre a tutta birra verso l’auto. Non c’erano lampioni. Sopra di noi brillava la luna, ogni tanto velata da qualche nuvola e noi ci rilassavamo, assieme ad alcuni olandesi, una coppia di New York, due signore ispanoamericane e due viterbesi che prima di tuffarsi ci hanno chiesto se c’era l’ingorgo. Ci siamo spalmati addosso (Fede anche sui capelli) il fango beige del fondo. Leo, come una statua, si era piazzato in una nicchia, mentre io me ne stavo semisommersa, con le orecchie sotto il pelo dell’acqua a pancia all’aria, a guardare la luna e il cielo fitto di stelle. Anche se alcuni bambini sguazzavano e parlavano a voce alta, si udiva l’acqua gorgogliare e il buio avvolgeva il luogo, immerso in un’atmosfera speciale, che contagiava una sensazione di prodigio. Queste sono situazioni che ti rendono poetessa e romantica... Tuttavia l’incanto è stato parzialmente interrotto dalla chiacchierata con gli indigeni, che ci hanno invogliato a visitare Tuscania, la cittadina in cui abitavano e che ci hanno consigliato di non perderci la necropoli di Madonna dell’Ulivo. Ho scambiato due parole anche con gli americani, che stavano in ammollo, a quanto pare, per poter descrivere le gioie delle terme del Bullicame ai loro compatrioti, essendo scrittori freelance –hanno accennato a un articolo per il New York Times-, da sei mesi trasferiti nei pressi di Roma, ma con scarse conoscenze di italiano. Il mattino seguente, mentre ci dirigevamo a Tuscania, abbiamo voluto fotografare il posto di giorno, ma l’ambiente era decisamente diverso da quello della sera prima. Le mura e le torri di Tuscania sonnecchiavano sulle gobbe delle colline in mezzo alle vuote pianure tra Viterbo e Tarquinia. Abbiamo scarpinato per una strada dal nome emblematico: “Via della Scrofa” per raggiungere la chiesa di Santa Maria Maggiore, ai piedi di una collina, che presentava una facciata asimmetrica romanico-lombarda con archi ciechi e un rosone. Ma la facciata più graziosa, abbellita da decorazioni a traforo in marmo bianco, era quella della chiesa di San Pietro, che stava appollaiata sulla sommità di una collina e si ergeva su una piazza verde assieme a due torri medioevali e il palazzo di un vescovo. Entrando si esplorava anche una curiosa cripta simile a una moschea. A Tuscania Fede si sentiva stanco e malato. Avevamo trascorso una notte parzialmente insonne, perché la tosse lo aveva scosso ripetutamente. Tra l’altro l’hotel Piccola Opera di Vitorchiano era popolato da una marmaglia di ragazzini in gita con la parrocchia che scorazzavano su e giù per le scale e facevano un baccano d’inferno. Sicché abbiamo dovuto rinunciare al lago di Bracciano e alla visita a Cerveteri. Come misura d’urgenza abbiamo acquistato uno sciroppo in farmacia e abbiamo fatto rotta verso casa in anticipo di un giorno. A mezzogiorno ci siamo congedati dall’orizzonte azzurro e dai colori incredibili dell’inverno laziale. Gradualmente, tornando verso Firenze, la luce si è sfumata in penombra e abbiamo finito per ritrovare la consueta nebbia fittissima della Pianura Padana. Ed è proprio vero: qui ci si smarrisce nel grigio, come ha sottolineato Fede in una delle sue prime poesie.

    Programma di viaggio

    Primo giorno: partenza nel primo pomeriggio. Pernottamento in agriturismo nei pressi di Pitigliano –sera visita della cittadina by night- (Il Melograno, Località Formica). Secondo giorno:Visita alle vie cave di Pitigliano –Sovana. Duomo di Sovana; visita alla necropoli (2 km da Sovana). Pomeriggio: bagni a Saturnia (Cascatelle, 2 km dal paese). Dopo il tramonto: spostamento verso il Lago di Bolsena (circa 50 km da Pitigliano) e pernottamento all’hotel Eden, km114,200 della Cassia. Cena e passeggiata serale a Bolsena. Terzo giorno: giro panoramico attorno al Lago di Bolsena, passando per Capodimonte (visita al centro). Parco dei Mostri di Bomarzo. Poi Villa Lante di Bagnaia e al Palazzo Farnese di Caprarola. Pernottamento all’hotel Piccola Opera di Vitorchiano. Sera: bagno nel Bullicame a Viterbo. Quarto giorno: visita a Tuscania – rientro.

  2. cappellaccio
    , 26/7/2010 11:59
    <i>IN</i> <i>BOCCA ALL’ORCO! E IN C.... ALLA SCROFA!</i>


    Anziché volare in Egitto per vedere le più famose piramidi dei faraoni –per un po’ era stato il nostro programma- per Natale siamo andati in auto a “scoprire” le necropoli etrusche. Be’, non solo; perché andare in vacanza al fine di esplorare delle tombe può risultare un po’ deprimente –eccetto per un archeologo, magari-. Ma è proprio la vita ciò che ci interessa, il respiro che esala dal passato, forse rappresentato dal simbolo della vita, la “svastica”, che abbiamo osservato inciso sulle pareti di una via cava a Sovana: il sole rotante, un augurio di buona esistenza. La nostra idea, infatti, era quella di visitare anche alcuni centri medieoevali in provincia di Grosseto come <b>Pitigliano</b> e <b>Sovana </b>o in provincia di Viterbo come <b>Tuscania</b>, di entrare nelle ville del viterbese sorte per volere di cardinali come <b>Villa Lante a Bagnaia</b> e <b>Palazzo Farnese a Caprarola</b>, di ammirare le meraviglie del <b>Parco dei Mostri di Bomarzo</b>, ma soprattutto di immergerci nelle calde acque delle <b>sorgenti termali di Saturnia</b> o del <b>Bullicame</b> a Viterbo, per godere dei piaceri che già assaporavano gli antichi Etruschi e Romani. Insomma il primo giorno della gita prevedeva un “tufo” nel passato a Pitigliano e Sovana e un vero tuffo nelle cascatelle del Molino nei pressi di Saturnia.
    Siamo partiti il 25 dicembre, ancora in fase digestiva, subito dopo il sostanzioso pranzo natalizio preparato da mia madre (io però, molto previdente, avevo già smaltito calorie recandomi a Cologna in bicicletta, dato che era una giornata splendida, tiepida e con un sole accecante –un sole di buon auspicio, appunto). Fede aveva scartato i regali in mattinata accorgendosi con soddisfazione che Babbo Natale si era svenato per esaudire il suo desiderio: una videocamera-macchina fotografica digitale, dotata di tutte le possibili funzioni, con un giga di memoria, che avrebbe immortalato tutte le tappe del nostro viaggio con più di duecento istantanee.
    La sera verso le 8 eravamo già a Pitigliano –per strada, come previsto, c’era poco traffico-. La cittadina, dal belvedere della Madonna delle Grazie, ci è apparsa tutta illuminata da fari, adagiata sul suo sperone tufaceo, con gli archi dell’acquedotto mediceo in primo piano e la torre campanaria svettante sul “presepe” medievale. Ma prima di addentrarci lungo le viuzze del centro storico e salire la scalinata che penetra nel cortile del Palazzo Orsini dovevamo trovare l’agriturismo “Il Melograno”, per assicurarci il primo pernottamento. Purtroppo le indicazioni che mi erano state fornite telefonicamente dalla proprietaria non erano del tutto chiare. L’unica cosa sicura era che l’alloggio si trovava in località Formica e che per raggiungerlo dovevamo svoltare al bivio per Manciano-Valentano. Fino lì è stato abbastanza facile. Abbiamo poi imboccato una stradina strettissima recante l’indicazione “Agriturismo il Melo<u>gna</u>no”. Però a un certo punto c’era un incrocio e non compariva più il segnale. Abbiamo sospettato che potesse trattarsi di una casa con un cancello sostenuto da pilastri rosa, vegliata da due piccoli cipressi addobbati con lucine natalizie. Abbiamo telefonato al Melograno – “Sì, sì, la casa è a un km dal cartello, se state davanti a una casa rosa con alberelli siete arrivati”, ci ha rassicurato il proprietario (ma quale cartello?). Leo ha osato suonare al campanello –vorrei ricordare che era la sera di Natale- e si sono presentati due cagnoni indemoniati che abbaiavano a più non posso rendendo difficile la comunicazione al citofono. La casa, comunque, non era quella giusta. L’odissea è continuata su e giù per uno stradone di campagna zeppo di buche e vere e proprie voragini, finché dopo almeno 3 km è venuto in nostro soccorso il proprietario del Melograno, che ci ha indicato la retta via. La macchina si è fermata davanti a un casale. Tuttavia il nostro alloggio era ubicato qualche metro più avanti, sicché Leo, dopo l’ennesima manovra era pronto a bestemmiare in tutte le lingue... Ma si è trattenuto perché, in fin dei conti, eravamo arrivati!!! La padrona di casa ci ha mostrato la stanza, con bagno –con asciugamani, ma senza sapone-, riscaldata esclusivamente da un termosifone elettrico. Ci saranno stati non più di 14 gradi. Ho chiesto –e ottenuto- immediatamente una coperta supplementare. La casa la condividevamo con una tedesca –ancora non rientrata da un’escursione a Roma-, che dormiva nella camera all’altro capo della spazioso e gelido ambiente classificabile come salone-ingresso-cucina, arredato in maniera rustica con un lungo tavolo rettangolare al centro. C’era anche un caminetto. Spento.
    Le valigie sono rimaste in stanza e noi siamo riandati <i>in giostra</i>, su e giù per la <i>mulattiera</i>, per raggiungere Pitigliano e conoscerlo “by night”. Ci ha sorpreso il fatto che i vicoli più stretti fossero zona pedonale, ma il resto del centro no. C’era praticamente un solo bar con un po’ di animazione, tuttavia si rischiava di essere presi sotto dalle auto che s’infilavano nella piazza principale attraverso una delle porte storiche per parcheggiare proprio nelle adiacenze della bettola. C’è da dire che molti indigeni, a Pitigliano, possedevano un apecar, usatissimo mezzo di locomozione in questi dintorni, adatto al terreno, tutto salite e discese, antesignano delle nanomacchine tipo Smart. Sul rimorchio di uno di questi apecar -evidentemente identificato da Leo come immondezzaio- il mio consorte ha maleducatamente depositato la scatoletta vuota dei frutti secchi che avevamo appena sgranocchiato in macchina, degli anacardi da lui soprannominati “anarchici”. Poi ci siamo spinti fino al cortile del Palazzo Orsini, dove l’obiettivo di Fede si è posato su un pozzo esagonale, incorniciato da colonne architravate. La foto, però, che includeva anche Leo e me –travestita da musulmana, con il passamontagna-, come tutte le altre immagini notturne, è venuta mossa. In seguito ci siamo incamminati per le due vie principali della cittadina, stretti corridoi deserti, dove si incanalava un vento tagliente e sibilante. Leo ha commentato che in caso di terremoto non era possibile salvarsi dal crollo di quelle casette addossate l’una all’altra e incombenti in maniera asfittica sul passante (uno a caso... Come ho detto eravamo gli unici in giro). Da alcune finestre penzolava della biancheria stesa ad asciugare (di notte e con quel freddo?), magari dimenticata. Abbiano notato a sinistra l’ingresso della Sinagoga e nella piazzetta davanti alla chiesa di S. Maria abbiamo sentito il gorgoglio dell’acqua che sgorgava da una fontanella. La scalinata che conduceva alla Porta di Sovana era immersa nel buio. Sotto di noi scorgevamo l’oscurità indistinta di una vallata. Nella borsa avevo una pila e siamo scesi nelle tenebre illuminando i gradini con la torcia elettrica. - “La luce che scaccia le tenebre... Sì, be’ meglio però ritornare sui nostri passi”, ci siamo detti, e prendendo la via di sinistra dalla Piazza Becherini ci siamo ritrovati davanti al duomo, con una mezza dozzina di auto parcheggiate sul sagrato, ma sfavillante di decorazioni natalizie.
    Al nostro rientro per poco non inciampavamo per via del buio pesto (la tedesca era tornata e aveva spento la luce). Fortuna che i mobili –da schivare- e l’interruttore sono apparsi nel cerchio giallo della torcia! La stanza dell’agriturismo era ancora una ghiacciaia. Ho indossato due maglioni e un paio di pantaloni della tuta sopra al pigiama, ma essendo freddolosa non riuscivo a chiudere occhio. Verso le due di notte, quando ormai addosso mi si erano formati dei ghiaccioli, mi sono avvolta pure nel giubbino, imbustata come in un sacco a pelo, con il cappuccio sulla testa e finalmente il sonno è arrivato.
    Era giorno! Fede ha spalancato la finestra (veramente gli avevo detto di aprire solo le imposte, non tutta la finestra!) attraverso la quale si è intrufolata un’arietta frizzante assieme ai raggi del sole mattutino. Servendomi di un bicchierino di plastica dello yogurt e dell’acqua bollente del rubinetto (almeno quella era calda) ho preparato un cappuccino istantaneo, che assieme a qualche biscotto ci avrebbe fornito le energie necessarie per affrontare la giornata. I bagagli sono di nuovo a bordo (controlliamo, come suggeritoci dalla padrona di casa, che non si siano introdotti di soppiatto dei gatti): possiamo dirigerci verso Poggio Strozzoni, dove si può scorgere ciò che resta del parco Orsini. Ovvero niente. E’ un parco normalissimo non c’è neanche la macchia di sangue, come nel fantasma di Canterville, a perenne ricordo dell’uxoricidio commesso da Orso Orsini, che pare vi abbia strangolato la moglie infedele (un posticino allegro, vedi necropoli...). Secondo il mio libro ci dovevano essere dei sedili rupestri abbozzati nella roccia, ma non siamo riusciti a scovarli.
    Era giunta l’ora di andare a <b>Sovana</b>, la piccolissima frazione di Sorano, di antiche origini etrusche, dove già sapevo che c’era solo una piazza con alcuni modesti monumenti e un duomo dall’aspetto un po’ atipico, dominato dal vuoto e dal silenzio. Qui, passeggiatina e ingresso nella chiesa di S. Maria per foto al ciborio preromanico ed entrata al duomo, nel cui bookshop abbiamo pagato la guida che ci era stata gentilmente inviata a casa qualche settimana prima da un’associazione locale. Ed è tempo di scorazzare per il parco archeologico “città del tufo”: colline costellate di tombe e noi pronti a penetrarvi, come novelli Indiana Jones. Lì, infatti, si trovano la celebre tomba Ildebranda, la tomba Pola (chiusa per lavori in corso), la tomba del Tifone e due tra le più conosciute vie cave: il Cavone e la via Cava di S. Sebastiano. Attraverso quest’ultima ci siamo inerpicati fino a un oratorio rupestre paleocristiano. Essendo il sentiero percorso da uno scolo ci siamo anche inzaccherati ben bene, tant’è che alla fine dell’itinerario di archeotrekking i pantaloni erano marezzati da macchie di fango La mattina si è conclusa con un nutriente pranzo al sacco consumato su uno dei tavoli all’aperto nell’area pic-nic. Siccome il vento soffiava forte, il freddo si era moltiplicato in maniera esponenziale: eravamo intirizziti ed era quindi il momento giusto per cercare le <b>cascatelle del mulino di Saturnia</b> e immergerci nelle acque che zampillano a 37,5°. Ci siamo fatti spiegare dagli addetti alla biglietteria del parco archeologico come trovarle e da un punto panoramico su una collina le abbiamo intraviste, laggiù, con la gente a sguazzarci dentro come se fosse estate. Io, durante il tragitto, mi ero già infilata il costume e mi ero parzialmente rivestita. Sono smontata dalla Renault con le infradito arancioni, senza calze, ma con i maglioni e i pantaloni addosso. Ci ha condotto alle piscine naturali l’odore di zolfo, nonché il flusso di gente che accorreva tremante, in accappatoio, alle terme. Leo ha proposto di andare a vedere cosa c’era a monte delle cascatelle e anche là c’erano alcuni bacini d’acqua calda con alcune persone che se la spassavano nel ruscelletto, facendo il bagno fra i canneti. Ci siamo buttati e la corrente ci ha spinto alla “vasca” più in basso, dove galleggiavano altri due bagnanti. Che sollievo!!! Dopo, però, non avevamo il coraggio di uscire, tutti fradici, per andare a provare le altre cascatelle, a valle.
    Infine ci siamo fatti forza. Io avevo una sensazione termica reale di -10° C. I piedi umidi nelle ciabatte vischiose slittavano sui sassi come se camminassimo su scogli ricoperti di alghe ed eravamo sul punto di sfracellarci a ogni istante, ma una volta appeso l’accappatoio a una sorta di staccionata ci siamo immersi nuovamente in quel liquido tiepido e vagamente puzzolente, dove stava a macerare, tra gli altri, anche qualche nudista e ci siamo lasciati cullare del fragoroso scrosciare delle acque. Spostarsi da una vasca all’altra era talvolta scomodo, un po’ per il freddo, un po’ perché ci si raschiava il posteriore contro le rocce. Fede per un bel pezzo è rimasto a farsi la doccia sotto una cascatella: un piacere “violento”, una sferzata deliziosa. Quando ormai il sole stava per tramontare ci siamo rimessi l’accappatoio e ci siamo precipitati in macchina per cambiarci, con Leo preoccupatissimo perché gli inzuppavamo i sedili. Pronti?
    Via! Alla volta di <b>Bolsena</b>, all’<i>hotel Eden </i>con giardino sul lago. Peccato che fossimo gli unici clienti e la stanza, naturalmente, era un frigorifero al nostro arrivo, però almeno qui c’era la ventola e dopo non molto si è fatto un certo tepore. Il lago non si scorgeva nemmeno perché il buio era totale e comunque la finestra della nostra camera non era con vista sul lago. Abbiamo deciso di andare a cena a Bolsena, dove quasi tutti i locali erano chiusi. Per fortuna abbiamo subito adocchiato l’<i>Osteria del Borgo Dentro</i>, in piena attività –be’ a dire il vero il personale stava finendo di mangiare- e con prezzi accessibili, dove ci siamo rifocillati con una pizza. Bolsena era calma come il Lido degli Estensi d’inverno. Pochissimi si aggiravano per le stradine pittoresche che durante la bella stagione saranno senz’altro gremite di turisti e praticamente nessuno, eccetto noi, andava a spasso imbacuccato nei dintorni del castello.
    La nottata all’hotel Eden è stata, effettivamente, la più paradisiaca delle tre trascorse fuori casa: silenzio, temperatura ideale, scorcio paesaggistico idillico dalla vetrata del ristorante in cui, al mattino, abbiamo fatto colazione. Il proprietario dell’albergo era un signore anziano, calvo, basso e sovrappeso, che quando ho saldato il conto, alla <i>reception</i>, stava per inghiottire due medicinali: una pastiglia bianca e una capsula azzurrina, segnali di una salute non di ferro. Del resto poi era abbastanza arzillo da servirci tè e caffelatte e non gli mancava la locuacità, dato che ha preso a raccontarci del livello delle acque del lago, dei politici che non ti lasciano vivere, dei coregoni e delle altre specie ittiche che si pescano lì attorno, dei paesi che sorgono sulle rive del lago e di altre non meno interessanti curiosità. Per colpa della sua presenza non ho potuto intascarmi neanche una pastina dalla colazione per consumarla più tardi come merenda... E per l’ora della pausa di mezza mattina avevamo già fatto un giro lungo la strada panoramica che raccorda i paesi di San Lorenzo Nuovo, Grotte di Castro e Valentano e una breve sosta a <b>Capodimonte</b>. La macchina l’abbiamo parcheggiata presso il porticciolo e quindi siamo saliti fino al palazzo Farnese, fermandoci di tanto in tanto per cogliere l’amenità del paesaggio da alcuni terrazzi che si affacciavano sul lago. La <i>Porticella</i> offriva uno scenario incantevole, ritratto prontamente da Fede.
    Verso le undici eravamo al <b>Bosco Sacro di Bomarzo</b>, creato fra il 1522 e il 1580 dal duca Vicino Orsini con lo stesso scopo per cui l’imperatore Shah Jahan, costruì il Taj Mahal una cinquantina d’anni dopo, ossia per commemorare la sua ultima sposa. Abbiamo girovagato fra dèi, giganti, sirene e orchi, fantastiche sculture ottenute sagomando in forme antropomorfe dei blocchi di peperino. C’erano anche oggetti inanimati quali un ninfeo, un teatro, un tempietto, una rotonda e una casetta pendente, con pareti e pavimenti giù di piombo, che ad entrarci faceva venire il mal di mare. Sulla panca etrusca Pier Vicino Orsini, committente del parco dei Mostri, fece scrivere:

    <i>“Voi che pel mondo gite errando,
    di veder meraviglie alte e stupende,
    venite qua dove son facce horrende,
    elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”</i>


    E seguendo il consiglio dell’Orsini noi adesso possiamo dire “ci siamo stati” e per questo auguriamo a tutti oltre a un felice anno nuovo anche un: <i>in</i> <i>bocca all’Orco</i>!!!!! <i>E in culo alla Scrofa!!!</i> (quella della via di Tuscania: vedi più avanti). Tanto per essere scaramantici.
    Nel pomeriggio del 27 dicembre abbiamo passeggiato nei meravigliosi giardini della <b>Villa Lante di Bagnaia</b> dove Fede ha dovuto fare il “fotografo di frodo”, poiché era vietato scattare foto. Più tardi abbiamo ammirato gli affreschi e i sontuosi interni del <b>Palazzo Farnese di Caprarola</b> accompagnati da una guardiasala che ci ha fornito alcune spiegazioni sui saloni, conducendoci fino alla “palazzina del piacere” e al giardino superiore. Al crepuscolo, affrontando qualche disagio, per via dell’ora di punta – c’era un traffico notevole e Leo si affidava al navigatore per trovare il luogo- siamo riusciti a raggiungere, a <b>Viterbo,</b> il <b>Bullicame </b>di dantesca memoria, dove siamo stati avvolti ancora una volta dai vapori sulfurei. L’acqua era più calda di quella di Saturnia e c’era anche una piccola piscina, adatta per cuocerci la pasta, dove siamo rimasti a bollire per un po’ prima di uscire e correre a tutta birra verso l’auto. Non c’erano lampioni. Sopra di noi brillava la luna, ogni tanto velata da qualche nuvola e noi ci rilassavamo, assieme ad alcuni olandesi, una coppia di New York, due signore ispanoamericane e due viterbesi che prima di tuffarsi ci hanno chiesto se <i>c’era l’ingorgo</i>. Ci siamo spalmati addosso (Fede anche sui capelli) il fango beige del fondo. Leo, come una statua, si era piazzato in una nicchia, mentre io me ne stavo semisommersa, con le orecchie sotto il pelo dell’acqua a pancia all’aria, a guardare la luna e il cielo fitto di stelle. Anche se alcuni bambini sguazzavano e parlavano a voce alta, si udiva l’acqua gorgogliare e il buio avvolgeva il luogo, immerso in un’atmosfera speciale, che contagiava una sensazione di prodigio. Queste sono situazioni che ti rendono poetessa e romantica...
    Tuttavia l’incanto è stato parzialmente interrotto dalla chiacchierata con gli indigeni, che ci hanno invogliato a visitare <b>Tuscania</b>, la cittadina in cui abitavano e che ci hanno consigliato di non perderci la necropoli di Madonna dell’Ulivo. Ho scambiato due parole anche con gli americani, che stavano in ammollo, a quanto pare, per poter descrivere le gioie delle terme del Bullicame ai loro compatrioti, essendo scrittori freelance –hanno accennato a un articolo per il <i>New York Times</i>-, da sei mesi trasferiti nei pressi di Roma, ma con scarse conoscenze di italiano.
    Il mattino seguente, mentre ci dirigevamo a Tuscania, abbiamo voluto fotografare il posto di giorno, ma l’ambiente era decisamente diverso da quello della sera prima.
    Le mura e le torri di Tuscania sonnecchiavano sulle gobbe delle colline in mezzo alle vuote pianure tra Viterbo e Tarquinia. Abbiamo scarpinato per una strada dal nome emblematico: “Via della Scrofa” per raggiungere la chiesa di Santa Maria Maggiore, ai piedi di una collina, che presentava una facciata asimmetrica romanico-lombarda con archi ciechi e un rosone.
    Ma la facciata più graziosa, abbellita da decorazioni a traforo in marmo bianco, era quella della chiesa di San Pietro, che stava appollaiata sulla sommità di una collina e si ergeva su una piazza verde assieme a due torri medioevali e il palazzo di un vescovo. Entrando si esplorava anche una curiosa cripta simile a una moschea.<b> </b>
    A Tuscania Fede si sentiva stanco e malato. Avevamo trascorso una notte parzialmente insonne, perché la tosse lo aveva scosso ripetutamente. Tra l’altro l’hotel Piccola Opera di Vitorchiano era popolato da una marmaglia di ragazzini in gita con la parrocchia che scorazzavano su e giù per le scale e facevano un baccano d’inferno. Sicché abbiamo dovuto rinunciare al lago di Bracciano e alla visita a Cerveteri. Come misura d’urgenza abbiamo acquistato uno sciroppo in farmacia e abbiamo fatto rotta verso casa in anticipo di un giorno. A mezzogiorno ci siamo congedati dall’orizzonte azzurro e dai colori incredibili dell’inverno laziale. Gradualmente, tornando verso Firenze, la luce si è sfumata in penombra e abbiamo finito per ritrovare la consueta nebbia fittissima della Pianura Padana. Ed è proprio vero: qui ci si smarrisce nel grigio, come ha sottolineato Fede in una delle sue prime poesie.

    <h3><b>Programma di viaggio </b></h3>
    <b>Primo giorno</b>: partenza nel primo pomeriggio. Pernottamento in agriturismo nei pressi di Pitigliano –sera visita della cittadina by night- (Il Melograno, Località Formica).
    <b>Secondo giorno:</b>Visita alle vie cave di Pitigliano –Sovana. Duomo di Sovana; visita alla necropoli (2 km da Sovana). Pomeriggio: bagni a Saturnia (Cascatelle, 2 km dal paese). Dopo il tramonto: spostamento verso il <b>Lago di Bolsena</b> (circa 50 km da Pitigliano) e pernottamento all’hotel Eden, km114,200 della Cassia. Cena e passeggiata serale a Bolsena.
    <b>Terzo giorno:</b> giro panoramico attorno al Lago di Bolsena, passando per Capodimonte (visita al centro). <b>Parco dei Mostri di Bomarzo</b>. Poi <b>Villa Lante di Bagnaia</b> e al <b>Palazzo Farnese di Caprarola</b>. Pernottamento all’hotel Piccola Opera di Vitorchiano. Sera: bagno nel Bullicame a Viterbo.
    <b>Quarto giorno: </b>visita a<b> Tuscania </b>– rientro<b>.</b>