1. 1: Diario di Viaggio

    di , il 22/7/2010 16:23

    Tutta la notte una pioggia battente ha martellato sul lucernaio della nostra “cella” nel convento di S. Angelo a Spoleto, sciacquando via le nostre speranze di risvegliarci in una città spendente e luminosa come quella di domenica. Fede, mio figlio, mi strappa dal sonno alle cinque con una tosse da bronchitico, lamentando un forte mal di gola. Noooo! Dopo solo un giorno di gita! E’ uno di quei frangenti in cui uno desidera cadere sponaneamente in coma, piuttosto che affrontare la realtà.

    Lentamente il tempo si trascina via fino a che, alle sette, suona la sveglia. Quando, incappucciati nell’impermeabile attraversiamo il chiostro del convento, dietro ai vetri di una finestra, vediamo alcune suore già all’opera, che cuciono. Raggiungiamo lo stanzone freddo e oscuro che si trova in un seminterrato con volte a botte dove già ieri mattina abbiamo consumato la colazione. C’è poco da scegliere –lo sapevamo già, del resto-: la suora ci ha preparato solo un bricco di latte con delle fette di pane bianco insipido e una ciotolina di confettura casalinga prodotta con frutta non meglio identificata. Ieri il latte era anche diventato freddo –ci sarebbe bastato un microonde per scaldarlo, ma qui in convento gli elettrodomestici saranno visti forse con sospetto dalle sorelle?-, mentre oggi, almeno, è ancora abbastanza tiepido.

    Al termine del frugale pasto (cosa si può sperare oggigiorno con 50 euro a notte colazione inclusa?) spegniamo la luce e torniamo in stanza dove abbassiamo anche il termostato puntato a 25° –risparmio energetico-. Siamo pronti per lasciare il convento dove siamo giunti guidati da due “angeli custodi” il diciassette febbraio sera. In effetti sabato ho lasciato lo Scudo fiat in un parcheggio nei pressi delle mura di Ferrara e a piedi, arrancando per portarmi appresso la valigia, mi sono diretta verso la stazione dei treni. L’intercity aveva un ritardo di una decina di minuti. Durante il tragitto abbiamo conosciuto un’altra madre con una bambina di 7 anni: andavano da amici a Viterbo e Fede ne ha approfittato per chiacchierare un po’. Nei pressi di Arezzo qualcuno ha abusivamente tirato il freno di emergenza facendo lievitare il ritardo, ma siamo comunque arrivati a Orte in tempo per prendere la coincidenza per Spoleto, dove siamo approdati alle 20.20. A quell’ora rimaneva l’ultima corsa degli autobus disponibile, quella delle 20.50, come ci ha informato al bar della stazione una signora. C’era un taxi, ma abbiamo atteso fiduciosi –io non tanto, Fede, invece, era ottimista- l’arrivo del mezzo pubblico. Il taxi, però, l’abbiamo prenotato per lunedì mattina, in modo da raggiungere la stazione dei treni in tempo per prendere l’Eurostar delle otto e cinque per Terni. Una volta scesi dall’autobus eravamo in una via ampia e sconosciuta. Perplessi ci siamo chiesti dove andare e immediatamente è comparsa una coppia di anziani che faceva una passeggiata. Quando li abbiamo interpellati si sono subito detti disposti ad accompagnarci all’Istituto Bambin Gesù in via Monterone e dopo pochi minuti eravamo all’incrocio con via S. Angelo. Solo che non c’era nemmeno un’indicazione. Erano le nove e in teoria c’era il coprifuoco a quell’ora, non ci avrebbero più aperto se arrivavamo più tardi!!!! (Almeno si era rimasti d’accordo così). Abbiamo suonato a un campanello e una signora anziana ci ha detto di oltrepassare un grande portone che si trovava in fondo alla rampa di scale. Dentro c’era un atrio con un altro portone. Sprangato. Abbiamo suonato il campanello e tirato una cordicella, tipo sciacquone. Per un po’ silenzio assoluto. Poi è arrivata una suora-puffo, suppongo filippina, che parlava malissimo l’italiano (naturalmente ci avevano messo lei alla reception) che ci ha proposto un ampio letto unico per due. Quando ho visto la camera sono quasi svenuta! Avevo prenotato una doppia! Ho rifiutato. Fede si dimena la notte, è impossibile chiudere occhio con lui accanto. Allora ci ha accompagnato al secondo piano, dove c’era una bella stanzetta con due lettini (suppongo dimensionati in base alle suore filippine). L’unico problema era che il riscaldamento era spento... Mi sono precipitata a chiederle qualche coperta supplementare. La suora non sapeva dove trovarla, ma poi le è venuta un’illuminazione (divina?). Ci ha accompagnato al piano terra per mostrarci dove sarebbe stata la colazione il mattino seguente e dopo poco ha bussato alla nostra porta per fornirci le coperte.

    “Mamma è una bella stanza, abbiamo anche il bagno in camera, peccato che non c’è la televisione, questa sera c’era Superquark su Napoleone!” ha commentato Fede.

    Quando ho aperto lo zaino per togliere le cose superflue e prepararlo per l’escursione di domenica mi sono accorta con orrore che Fede aveva chiuso male la bottiglietta dell’acqua e quindi si sono inondati i suoi libri e vari altri oggetti. Ho svuotato lo zaino e steso “la biancheria” sul termosifone che cominciava a diventare tiepido. Certo, le pagine del libro sono rimaste tutte ondulate, a fisarmonica.

    Abbiamo continuato a esplorare la camera. Alle pareti c’erano degli armadi a muro. Il soffitto mansardato in certi punti era tanto basso che si rischiava di sbatterci le corna. Dall’unica finestrella si vedevano le mura a ridosso del convento e in lontananza, sulla collina, la chiesa di S. Pietro illuminata, e il ponte delle torri, uno dei principali tesori architettonici della città (senza contare che è un posto curioso... Tanto per cominciare perché gli aspiranti suicidi ci andavano per gettarsi dabbasso attraverso l’arco che si apre a metà ponte). Supponevo che lo stretto pertugio non avrebbe consentito alla luce di penetrare all’alba, ma non avevo fatto i conti con il lucernaio sopra le nostre teste, da dove domenica mattina, un chiarore diffuso si è introdotto già dall’aurora.

    La nostra prima tappa nel giorno del Signore è stata la chiesa di S. Pietro. Ci siamo lasciati alle spalle una delle porte della città e abbiamo ammirato la bibbia scolpita sulla facciata del Tempio. Forse ciò che stupiva di più erano gli animali: un cervo che stringeva in bocca un serpente mentre allattava il suo cerbiatto, delle enormi aquile con le ali ripiegate al di sopra del portale, un leone che stava per azzannare la testa di un guerriero, una pantera che assaliva un drago e una volpe pancia all’aria che si fingeva morta per saltare addosso a due ingenui uccelli che credendo avesse tirato le cuoia si avvicinavano fiduciosi.

    Non abbiamo visto l’interno perché non erano nemmeno le nove ed era tutto chiuso. Abbiamo dunque proseguito per la strada che portava al Monteluco, dalla quale si godeva una mirabile vista della rocca e si scorgeva il trecentesco ponte delle torri, che prende il nome proprio dalla rocca e dal fortilizio dei Mulini, che si fronteggiano alle due estremità del ponte, lungo il quale corre un’angusta stradina, sconsigliabile a chi soffre di vertigini, anche se protetta da un basso muricciolo e dal vecchio muraglione dell’acquedotto. Abbiamo percorso dunque, lo stretto passaggio (come già aveva fatto nel 1786 Goethe: ed è interessante rivivere, da viaggiatori moderni, quelle altrui esperienze antiche) fermandoci davanti al magnifico panorama della finestrella, tristemente nota poiché, come ho detto, pare che di lì si gettassero nel baratro –un’ottantina di metri più in basso- gli innamorati rifiutati dall’amato/a. Ci siamo accomodati su due sedili in pietra e abbiamo fatto una scorpacciata di tortellini dolci della nonna. La rocca ci sovrastava con le sue torri, ma anche se dall’ufficio informazioni, solo una settimana prima, ci avevano garantito che era visitabile l’abbiamo trovata chiusa, perché era in preparazione una mostra. Allora ci siamo spinti fino alla cattedrale, la cui facciata romanica è adornata da un mosaico con la figura del Cristo benedicente. Un gruppo di monaci si allontanava, salendo la scenografica scalinata che porta alla piazza del duomo, mentre una donna spazzava sotto il portico rinascimentale. C’erano lavori in corso un po’ dovunque e il volto della città era segnato qua e là da impalcature e gru che lo sfiguravano temporaneamente. All’interno della cattedrale abbiamo dato una rapida occhiata all’affresco absidale, coloratissimo, di Filippo Lippi e alla cappella con gli affreschi del Pinturicchio. Una volta usciti dal duomo ci siamo diretti verso la piazza del Mercato: un tempo era il foro romano ma oggi è dominata da una grande fontana che sembra la facciata di una chiesa. Passati sotto l’arco di Druso siamo andati a scaldarci dentro alla chiesetta di S. Ansano, che contiene anche la cripta di S. Isacco, un monaco siriano che si era stabilito da queste parti per fare l’eremita.

    In piazza della Libertà ci siamo affacciati da una balconata sul teatro romano della fine del I secolo a.C., che è utilizzato ancora oggi per gli spettacoli del festival dei due mondi, in luglio. Siccome per vederlo bisognava visitare il Museo Archeologico siamo entrati nel museo. Anche quest’ultimo era tutto stravolto dai lavori in corso e le collezioni non erano un granché. Comunque valeva la pena di esplorare l’ambulacro del teatro e di scorazzare per su e giù per le gradinate in parte rifatte in cemento. Tra le cose che hanno catalizzato la mia attenzione c’erano i cippi, con un testo latino inciso sulle due facce, che segnalavano il limite di un bosco sacro (dicevano che se qualcuno tagliava legna o violava il bosco in maniera consapevole e dolosa doveva offrire in espiazione a Giove un bue e pagare una multa di 300 assi).

    Sempre dello stesso periodo romano abbiamo visitato una casa con pavimenti a mosaico, un atrio con bacino di raccolta delle acque piovane, il tablinum, che serviva da “studio”, il triclinium ovvero la sala da pranzo, e le stanze da letto o cubicola.

    Quando siamo usciti dal museo era solo mezzogiorno e mezza. Abbiamo fatto una breve sosta in via Cecili per vedere la cinta muraria antica e poi, in piazza della Vittoria, siamo scesi per una ripida scaletta nel sottosuolo, dove abbiamo visto ciò che rimaneva del ponte Sanguinario, cioè solo una mezza arcata di un ponte romano che un tempo permetteva ai viandanti che percorrevano la Flaminia di attraversare il torrente Tessino.

    Le nostre budella gorgogliavano da un pezzo: era ora di sederci a un bar e di riprendere forze con una piadina (io) e un panino al prosciutto (Fede).

    Prima che la pioggerellina si trasformasse in un diluvio siamo riusciti a risalire la china che conduceva alla basilica di S. Salvatore, con annesso cimitero e a disturbare le suore affinché ci aprissero la chiesa di S. Ponziano, che stava a poche centinaia di metri dall’altra e

    Nel pomeriggio volevamo vedere i carri allegorici del carnevale, ma l’acquazzone ci ha fatto desistere dall’intento. Siamo tornati con passo spigliato in piazza Libertà passando per l’erta via delle mura ciclopiche, destreggiandoci per camminare sul pavé irregolare.

    Quindi ci siamo concessi un cappuccino e una fetta di torta Sacher nel bar che si affacciava sul teatro romano, nella speranza che spiovesse.

    Macché, lo stillicidio non diminuiva. Non restava che tornarcene al convento a leggere stesi a letto, fiacchi e demotivati. Così siamo rimasti a oziare fino ad ora di cena (avevamo già adocchiato un ristorante-pizzeria proprio nei pressi del Bambin Gesù).

    Con lo stomaco pieno di pizza siamo andati a digerire sotto la pioggia (con ombrello e impermeabili) facendo il giro del ponte, una passeggiata ad anello che abbraccia la Rocca. Quindi ci siamo persi nella rete intricata di viuzze pittoresche di Spoleto e quasi per miracolo ci siamo ritrovati proprio davanti all’arco di Monterone, ovvero l’inizio della nostra via. Prima di spegnere la luce (l’unica a disposizione era un’applique sul muro; c’era anche una abat-jour, ma mancava la lampadina e accanto al comodino non si vedeva nessuna presa di corrente) ho letto ancora qualche pagina de’ “Il cacciatore di aquiloni”.

    Questa mattina, come ho già detto, il taxi ci aspetta alle 7.30 sulla via di Monterone. L’eurostar è in ritardo di 6 minuti e a Terni abbiamo solo 8 minuti per prendere il treno delle ferrovie umbre... Speriamo di farcela. Per fortuna a Terni un controllore ci indirizza subito verso il binario 5, da dove sta per partire un cortissimo trenino arancione. Non abbiamo il biglietto, ma ci hanno detto che a bordo ce lo dovrebbero fare senza soprattassa perché proveniamo da una stazione (Spoleto) dove non c’è la biglietteria delle ferrovie umbre. Questo in teoria. Il controllore ci dice che non sarebbe proprio così, ma poi ci vende due biglietti per un totale di 3 euro fino a Todi, che si obliterano in macchinette a bordo del treno.

    Eccoci alla stazione di Todi, Ponte Rio. Qui ci aspettiamo che ci venga a prendere Elisa, una guida locale che abbiamo contattato prima di partire da casa. Non si vede nessuna donna e abbiamo circa 10 minuti di ritardo. Strano. Nel frattempo facciamo i biglietti per Perugia Ponte S. Giovanni.

    Torniamo nella sala d’aspetto: un ragazzo mi chiede la mia identità. Sono io! E lui è Lui.

    Cioè, è il marito di Elisa. Elisa stanotte è stata male e non può accompagnarci, però lui, che ha con sè il figlio di 2 anni per portarlo da una zia, si offre di portarci a Todi in auto. Lo ringraziamo e saliamo sulla macchina. Il centro storico è a circa dieci minuti di distanza: si erge su una collina completamente immersa nella nebbia o nelle nuvole. Alle falde del colle tuderte possiamo indovinare il profilo della chiesa di S.M. Della Consolazione, l’unico monumento che oggi, lunedì, sia aperto (assieme alla cattedrale). Davanti al teatro comunale ci congediamo dal marito di Elisa, che è musicista in un’orchestra, e ci portiamo dietro la zavorra della valigia fino all’ufficio informazioni, dove la scaraventiamo dietro un bancone, con il beneplacito dell’addetta all’informazione turistica. La nebbia è così fitta che si distingue a malapena la facciata della cattedrale e anche i palazzi del Capitano e del Popolo, nonché quello dei Priori, faticano a emergere dal loro involucro lattiginoso. Si intravvedono a stento le torri merlate. Entriamo in cattedrale per evitare l’umidità, ma ne usciamo poco dopo per “vedere” –si fa per dire- la facciata della chiesa di S. Fortunato, dove è seppellito Jacopone da Todi.

    All’ufficio informazioni ci hanno appena consigliato di passare per piazza Garibaldi (dove c’è la statua dell’eroe e il cipresso piantato in onore del suo passaggio per la città), scendere a piazza del Mercato per osservare i nicchioni romani, imboccare la via S. Maria in Camuccia e giù, giù fino alle mura medioevali.

    Ci siamo. Abbiamo nuovamente dinnanzi a noi il tempio di Santa Maria della Consolazione, un chiesone a pianta centrale che mi ricorda vagamente il tempio della Celletta di Argenta. Restiamo dentro il tempo che dura un Padre Nostro e siamo fuori: andiamo a raggiungere il punto più alto della città, il parco della Rocca, inerpicandoci per la via della Serpentina, un sentiero acciottolato. La nostra miniguida in distribuzione gratuita presso lo IAT recita “dal parco della rocca si gode un bellissimo panorama sulla vallata del Tevere”. Proviamo a immaginare la campagna circostante, ma la nostra preoccupazione principale e come c. Facciamo a tornare in piazza del Popolo? Una volta superato il mastio la fortuna ci assiste ancora e come per incanto ci ritroviamo dietro al tempio di S. Fortunato, scendiamo la scalinata e siamo già in piazza. Ci sbrighiamo a disseppellire il nostro bagaglio dagli opuscoli dell’ufficio del turismo.

    Ora resta un’ultima sfida: il ritorno in stazione. Pare che l’autobus lettera C, l’unico che porta in stazione, passi alle 11.40 in via Mazzini. Compriamo i biglietti, andiamo a riprenderci la valigia, dimostriamo una certa voracità nel lottare con un sandwich imbottito in un bar e ci parcheggiamo davanti alla fermata. Alle 11.45 dell’autobus non c’è traccia. Eppure ci avevano detto che quell’autobus era fatto apposta per condurre alla stazione i passeggeri del treno delle 12.05. Quando stiamo per perdere le speranze e lanciarci sul taxi l’autobus è davanti a noi. Anche un altro passeggero tira un sospiro di sollievo. Dopo poco, tuttavia, sgraniamo gli occhi davanti a un’ulteriore fermata dove una classe intera di marmocchi attende pazientemente l’arrivo del C!!! Ci...ci...ci metteranno un secolo a salire tutti!!! Che figli di... Si sono sbagliati!!! Ammettono che la loro destinazione è un’altra. Ci hanno comunque rallentato!

    Alle 12.00 la nostra corriera azzurra infila il vialetto terzomondista pieno di buche che consente di raggiungere la stazione e rigurgita qualche passeggero sull’orlo della crisi di nervi. In capo a pochi minuti un trenino dotato di un solo vagone fa capolino da dietro una curva e Fede ne filma il trionfale arrivo. A Perugia Ponte S. Giovanni abbiamo quasi un’ora da aspettare, giusto il tempo che ci serviva per pranzare, lavarci i denti, fare il biglietto delle FF.SS. Per Camucìa-Cortona. Davanti allo sportello della biglietteria c’è un cartello: si avvisa la clientela che la biglietteria è momentaneamente chiusa. Però gli impiegati sono lì, che parlano tra di loro. Si suppone che riapra. Una ragazza ci suggerisce di utilizzare la macchinetta e inserisce anche i dati per noi (manca solo che introduca le monete per noi, già che c’è...). Vorrei telefonare al proprietario dell’affittacamere di Cortona che si è detto disponibile a venirci a prendere in stazione per avvisarlo che stiamo per arrivare, ma nessun telefono pubblico funziona. Be’, chiamerò da Camucìa. Fede cronica durante il tragitto. Io tutta entusiasta gli segnalo il Lago Trasimeno quando passiamo per Castiglione del Lago e Tuoro, ma lui è accasciato su un fianco e ha le palpebre semichiuse. A Camucìa il proprietario di Casa Kita è lì che ci aspetta con la macchina e telefona anche con il suo cellulare a Claudia, la nostra guida, per avvisarla che ci venga a prendere alle tre a piazzale Garibaldi.

    Il cielo è quasi sereno e finalmente siamo in una stanza comoda, molto ben arredata, con una vista meravigliosa sulla Val di Chiana che spazia fino al lago Trasimeno. Non dobbiamo più pensare a come organizzare la visita perché Claudia è pronta a condurci per le vie della città e a illustrarci monumenti e chiese. Dapprima ci porta in p.zza Repubblica, dove c’è il palazzo comunale e quello del Capitano del Popolo; poi ci fa vedere la porta bifora etrusca, la cattedrale, la piazza Signorelli, la casa del pittore Pietro da Cortona e il santuario di S. Margherita dal quale si domina la città. Ci racconta la storia di Santa Margherita (una santa locale, rappresentata sempre con un piccolo cane al fianco) e poi scendiamo per la suggestiva via S. Margherita, dove vediamo le stazioni della via Crucis eseguite a mosaico da Gino Severini. Come ultima tappa della nostra visita è prevista una capatina in auto alla tomba etrusca detta Melone del Sodo, un tumulo che però si scorge solo attraverso una rete. Fede è stremato e sta quasi per afflosciarsi su se stesso, ma Claudia propone un’ultimissima fermata presso l’eremo di S. Francesco delle Celle. Arriviamo che è quasi buio, ma il luogo è estremamente affascinante con le casette dei monaci addossate al colle, il ruscello attraversato da pittoreschi ponticelli. Entriamo per vedere la cella di S. Francesco che un tempo era situata in una grotta, mentre adesso è attorniata dal complesso delle Celle, appunto.

    Prima congedarci dalla guida ci facciamo consigliare un locale dove cenare. Un dettaglio da non trascurare è che sono le sei e abbiamo già una fame tremenda. Comunque in camera abbiamo qualche biscotto che divoriamo intingendolo nel cappuccino istantaneo mentre Fede si guarda comodamente l’ennesimo episodio di Star Trek.

    Alle sette e un quarto andiamo a cercare La Grotta, la trattoria che dovrebbe trovarsi nei pressi del Municipio. I lampioni sono radi e illuminano poco. Insomma, percorriamo tutta la via, con una fastidiosa sensazione di stomaco vuoto... Ma della Grotta non c’è traccia. Infine chiediamo a una passante. Dobbiamo tornare indietro ed è tutta in salita. Faccia ombrosa di Fede.

    Approdiamo finalmente nella rustica sala del ristorante La Grotta, animata da un fitto vocio di gente e vediamo passarci sotto gli occhi vassoi colmi di manicaretti fumanti destinati ad altri commensali. Ordiniamo minestrone (io) e tagliatelle al ragù (Fede) e notiamo che di fianco a noi ci sono due coppie di inglesi. Una volta che si è saziato con il primo Fede intavola conversazione con gli anglosassoni rompendo il ghiaccio con un “Hello”, dopo che li ha scrutati per un pezzo. La conversazione procede a strappi: tra un boccone e l’altro veniamo a sapere che Helen è un’insegnante di inglese e che il marito è d’origine irlandese. Parliamo di Cork, di Michael Collins e dell’insegnamento. Dopo il dessert loro prendono anche un liquore e prima di chiedere il conto ci scambiamo gli indirizzi email.

    All’uscita dal ristorante rabbrividiamo: l’aria si è fatta più pungente, tant’è che mandiamo vapore dalla bocca malgrado non penzoli alcuna sigaretta dalle nostre labbra.

    Anche questi tre giorni estremamente intensi, stanno per svanire nel nulla come queste nuvolette di alito tiepido che si diluiscono nell’aria serale di Cortona.

  2. cappellaccio
    , 22/7/2010 16:23
    Tutta la notte una pioggia battente ha martellato sul lucernaio della nostra “cella” nel convento di S. Angelo a Spoleto, sciacquando via le nostre speranze di risvegliarci in una città spendente e luminosa come quella di domenica. Fede, mio figlio, mi strappa dal sonno alle cinque con una tosse da bronchitico, lamentando un forte mal di gola. Noooo! Dopo solo un giorno di gita! E’ uno di quei frangenti in cui uno desidera cadere sponaneamente in coma, piuttosto che affrontare la realtà.
    Lentamente il tempo si trascina via fino a che, alle sette, suona la sveglia. Quando, incappucciati nell’impermeabile attraversiamo il chiostro del convento, dietro ai vetri di una finestra, vediamo alcune suore già all’opera, che cuciono. Raggiungiamo lo stanzone freddo e oscuro che si trova in un seminterrato con volte a botte dove già ieri mattina abbiamo consumato la colazione. C’è poco da scegliere –lo sapevamo già, del resto-: la suora ci ha preparato solo un bricco di latte con delle fette di pane bianco insipido e una ciotolina di confettura casalinga prodotta con frutta non meglio identificata. Ieri il latte era anche diventato freddo –ci sarebbe bastato un microonde per scaldarlo, ma qui in convento gli elettrodomestici saranno visti forse con sospetto dalle sorelle?-, mentre oggi, almeno, è ancora abbastanza tiepido.
    Al termine del frugale pasto (cosa si può sperare oggigiorno con 50 euro a notte colazione inclusa?) spegniamo la luce e torniamo in stanza dove abbassiamo anche il termostato puntato a 25° –risparmio energetico-. Siamo pronti per lasciare il convento dove siamo giunti guidati da due “angeli custodi” il diciassette febbraio sera. In effetti sabato ho lasciato lo Scudo fiat in un parcheggio nei pressi delle mura di Ferrara e a piedi, arrancando per portarmi appresso la valigia, mi sono diretta verso la stazione dei treni. L’intercity aveva un ritardo di una decina di minuti. Durante il tragitto abbiamo conosciuto un’altra madre con una bambina di 7 anni: andavano da amici a Viterbo e Fede ne ha approfittato per chiacchierare un po’. Nei pressi di Arezzo qualcuno ha abusivamente tirato il freno di emergenza facendo lievitare il ritardo, ma siamo comunque arrivati a Orte in tempo per prendere la coincidenza per Spoleto, dove siamo approdati alle 20.20. A quell’ora rimaneva l’ultima corsa degli autobus disponibile, quella delle 20.50, come ci ha informato al bar della stazione una signora. C’era un taxi, ma abbiamo atteso fiduciosi –io non tanto, Fede, invece, era ottimista- l’arrivo del mezzo pubblico. Il taxi, però, l’abbiamo prenotato per lunedì mattina, in modo da raggiungere la stazione dei treni in tempo per prendere l’Eurostar delle otto e cinque per Terni. Una volta scesi dall’autobus eravamo in una via ampia e sconosciuta. Perplessi ci siamo chiesti dove andare e immediatamente è comparsa una coppia di anziani che faceva una passeggiata. Quando li abbiamo interpellati si sono subito detti disposti ad accompagnarci all’Istituto Bambin Gesù in via Monterone e dopo pochi minuti eravamo all’incrocio con via S. Angelo. Solo che non c’era nemmeno un’indicazione. Erano le nove e in teoria c’era il coprifuoco a quell’ora, non ci avrebbero più aperto se arrivavamo più tardi!!!! (Almeno si era rimasti d’accordo così). Abbiamo suonato a un campanello e una signora anziana ci ha detto di oltrepassare un grande portone che si trovava in fondo alla rampa di scale. Dentro c’era un atrio con un altro portone. Sprangato. Abbiamo suonato il campanello e tirato una cordicella, tipo sciacquone. Per un po’ silenzio assoluto. Poi è arrivata una suora-puffo, suppongo filippina, che parlava malissimo l’italiano (naturalmente ci avevano messo <b>lei </b>alla <i>reception</i>) che ci ha proposto un ampio letto <b>unico</b> per due. Quando ho visto la camera sono quasi svenuta! Avevo prenotato una doppia! Ho rifiutato. Fede si dimena la notte, è impossibile chiudere occhio con lui accanto. Allora ci ha accompagnato al secondo piano, dove c’era una bella stanzetta con due lettini (suppongo dimensionati in base alle suore filippine). L’unico problema era che il riscaldamento era spento... Mi sono precipitata a chiederle qualche coperta supplementare. La suora non sapeva dove trovarla, ma poi le è venuta un’illuminazione (divina?). Ci ha accompagnato al piano terra per mostrarci dove sarebbe stata la colazione il mattino seguente e dopo poco ha bussato alla nostra porta per fornirci le coperte.
    “Mamma è una bella stanza, abbiamo anche il bagno in camera, peccato che non c’è la televisione, questa sera c’era Superquark su Napoleone!” ha commentato Fede.
    Quando ho aperto lo zaino per togliere le cose superflue e prepararlo per l’escursione di domenica mi sono accorta con orrore che Fede aveva chiuso male la bottiglietta dell’acqua e quindi si sono inondati i suoi libri e vari altri oggetti. Ho svuotato lo zaino e steso “la biancheria” sul termosifone che cominciava a diventare tiepido. Certo, le pagine del libro sono rimaste tutte ondulate, a fisarmonica.
    Abbiamo continuato a esplorare la camera. Alle pareti c’erano degli armadi a muro. Il soffitto mansardato in certi punti era tanto basso che si rischiava di sbatterci le corna. Dall’unica finestrella si vedevano le mura a ridosso del convento e in lontananza, sulla collina, la chiesa di S. Pietro illuminata, e il <b>ponte delle torri</b>, uno dei principali tesori architettonici della città (senza contare che è un posto curioso... Tanto per cominciare perché gli aspiranti suicidi ci andavano per gettarsi dabbasso attraverso l’arco che si apre a metà ponte). Supponevo che lo stretto pertugio non avrebbe consentito alla luce di penetrare all’alba, ma non avevo fatto i conti con il lucernaio sopra le nostre teste, da dove domenica mattina, un chiarore diffuso si è introdotto già dall’aurora.
    La nostra prima tappa nel giorno del Signore è stata la chiesa di S. Pietro. Ci siamo lasciati alle spalle una delle porte della città e abbiamo ammirato la bibbia scolpita sulla facciata del Tempio. Forse ciò che stupiva di più erano gli animali: un cervo che stringeva in bocca un serpente mentre allattava il suo cerbiatto, delle enormi aquile con le ali ripiegate al di sopra del portale, un leone che stava per azzannare la testa di un guerriero, una pantera che assaliva un drago e una volpe pancia all’aria che si fingeva morta per saltare addosso a due ingenui uccelli che credendo avesse tirato le cuoia si avvicinavano fiduciosi.
    Non abbiamo visto l’interno perché non erano nemmeno le nove ed era tutto chiuso. Abbiamo dunque proseguito per la strada che portava al Monteluco, dalla quale si godeva una mirabile vista della rocca e si scorgeva il trecentesco ponte delle torri, che prende il nome proprio dalla rocca e dal fortilizio dei Mulini, che si fronteggiano alle due estremità del ponte, lungo il quale corre un’angusta stradina, sconsigliabile a chi soffre di vertigini, anche se protetta da un basso muricciolo e dal vecchio muraglione dell’acquedotto. Abbiamo percorso dunque, lo stretto passaggio (come già aveva fatto nel 1786 Goethe: ed è interessante rivivere, da viaggiatori moderni, quelle altrui esperienze antiche) fermandoci davanti al magnifico panorama della finestrella, tristemente nota poiché, come ho detto, pare che di lì si gettassero nel baratro –un’ottantina di metri più in basso- gli innamorati rifiutati dall’amato/a. Ci siamo accomodati su due sedili in pietra e abbiamo fatto una scorpacciata di tortellini dolci della nonna. La rocca ci sovrastava con le sue torri, ma anche se dall’ufficio informazioni, solo una settimana prima, ci avevano garantito che era visitabile l’abbiamo trovata chiusa, perché era in preparazione una mostra. Allora ci siamo spinti fino alla cattedrale, la cui facciata romanica è adornata da un mosaico con la figura del Cristo benedicente. Un gruppo di monaci si allontanava, salendo la scenografica scalinata che porta alla piazza del duomo, mentre una donna spazzava sotto il portico rinascimentale. C’erano lavori in corso un po’ dovunque e il volto della città era segnato qua e là da impalcature e gru che lo sfiguravano temporaneamente. All’interno della cattedrale abbiamo dato una rapida occhiata all’affresco absidale, coloratissimo, di Filippo Lippi e alla cappella con gli affreschi del Pinturicchio. Una volta usciti dal duomo ci siamo diretti verso la piazza del Mercato: un tempo era il foro romano ma oggi è dominata da una grande fontana che sembra la facciata di una chiesa. Passati sotto l’arco di Druso siamo andati a scaldarci dentro alla chiesetta di S. Ansano, che contiene anche la cripta di S. Isacco, un monaco siriano che si era stabilito da queste parti per fare l’eremita.
    In piazza della Libertà ci siamo affacciati da una balconata sul teatro romano della fine del I secolo a.C., che è utilizzato ancora oggi per gli spettacoli del festival dei due mondi, in luglio. Siccome per vederlo bisognava visitare il Museo Archeologico siamo entrati nel museo. Anche quest’ultimo era tutto stravolto dai lavori in corso e le collezioni non erano un granché. Comunque valeva la pena di esplorare l’ambulacro del teatro e di scorazzare per su e giù per le gradinate in parte rifatte in cemento. Tra le cose che hanno catalizzato la mia attenzione c’erano i cippi, con un testo latino inciso sulle due facce, che segnalavano il limite di un bosco sacro (dicevano che se qualcuno tagliava legna o violava il bosco in maniera consapevole e dolosa doveva offrire in espiazione a Giove un bue e pagare una multa di 300 assi).
    Sempre dello stesso periodo romano abbiamo visitato una casa con pavimenti a mosaico, un atrio con bacino di raccolta delle acque piovane, il <i>tablinum</i>, che serviva da “studio”, il <i>triclinium </i>ovvero la sala da pranzo, e le stanze da letto o <i>cubicola</i>.
    Quando siamo usciti dal museo era solo mezzogiorno e mezza. Abbiamo fatto una breve sosta in via Cecili per vedere la cinta muraria antica e poi, in piazza della Vittoria, siamo scesi per una ripida scaletta nel sottosuolo, dove abbiamo visto ciò che rimaneva del ponte Sanguinario, cioè solo una mezza arcata di un ponte romano che un tempo permetteva ai viandanti che percorrevano la Flaminia di attraversare il torrente Tessino.
    Le nostre budella gorgogliavano da un pezzo: era ora di sederci a un bar e di riprendere forze con una piadina (io) e un panino al prosciutto (Fede).
    Prima che la pioggerellina si trasformasse in un diluvio siamo riusciti a risalire la china che conduceva alla basilica di S. Salvatore, con annesso cimitero e a disturbare le suore affinché ci aprissero la chiesa di S. Ponziano, che stava a poche centinaia di metri dall’altra e
    Nel pomeriggio volevamo vedere i carri allegorici del carnevale, ma l’acquazzone ci ha fatto desistere dall’intento. Siamo tornati con passo spigliato in piazza Libertà passando per l’erta via delle mura ciclopiche, destreggiandoci per camminare sul pavé irregolare.
    Quindi ci siamo concessi un cappuccino e una fetta di torta Sacher nel bar che si affacciava sul teatro romano, nella speranza che spiovesse.
    Macché, lo stillicidio non diminuiva. Non restava che tornarcene al convento a leggere stesi a letto, fiacchi e demotivati. Così siamo rimasti a oziare fino ad ora di cena (avevamo già adocchiato un ristorante-pizzeria proprio nei pressi del Bambin Gesù).
    Con lo stomaco pieno di pizza siamo andati a digerire sotto la pioggia (con ombrello e impermeabili) facendo il giro del ponte, una passeggiata ad anello che abbraccia la Rocca. Quindi ci siamo persi nella rete intricata di viuzze pittoresche di Spoleto e quasi per miracolo ci siamo ritrovati proprio davanti all’arco di Monterone, ovvero l’inizio della nostra via. Prima di spegnere la luce (l’unica a disposizione era un’applique sul muro; c’era anche una abat-jour, ma mancava la lampadina e accanto al comodino non si vedeva nessuna presa di corrente) ho letto ancora qualche pagina de’ “Il cacciatore di aquiloni”.
    Questa mattina, come ho già detto, il taxi ci aspetta alle 7.30 sulla via di Monterone. L’eurostar è in ritardo di 6 minuti e a Terni abbiamo solo 8 minuti per prendere il treno delle ferrovie umbre... Speriamo di farcela. Per fortuna a Terni un controllore ci indirizza subito verso il binario 5, da dove sta per partire un cortissimo trenino arancione. Non abbiamo il biglietto, ma ci hanno detto che a bordo ce lo dovrebbero fare senza soprattassa perché proveniamo da una stazione (Spoleto) dove non c’è la biglietteria delle ferrovie umbre. Questo in teoria. Il controllore ci dice che non sarebbe proprio così, ma poi ci vende due biglietti per un totale di 3 euro fino a Todi, che si obliterano in macchinette a bordo del treno.
    Eccoci alla stazione di Todi, Ponte Rio. Qui ci aspettiamo che ci venga a prendere Elisa, una guida locale che abbiamo contattato prima di partire da casa. Non si vede nessuna donna e abbiamo circa 10 minuti di ritardo. Strano. Nel frattempo facciamo i biglietti per Perugia Ponte S. Giovanni.
    Torniamo nella sala d’aspetto: un ragazzo mi chiede la mia identità. Sono io! E lui è Lui.
    Cioè, è il marito di Elisa. Elisa stanotte è stata male e non può accompagnarci, però lui, che ha con sè il figlio di 2 anni per portarlo da una zia, si offre di portarci a Todi in auto. Lo ringraziamo e saliamo sulla macchina. Il centro storico è a circa dieci minuti di distanza: si erge su una collina completamente immersa nella nebbia o nelle nuvole. Alle falde del colle tuderte possiamo indovinare il profilo della chiesa di S.M. Della Consolazione, l’unico monumento che oggi, lunedì, sia aperto (assieme alla cattedrale). Davanti al teatro comunale ci congediamo dal marito di Elisa, che è musicista in un’orchestra, e ci portiamo dietro la zavorra della valigia fino all’ufficio informazioni, dove la scaraventiamo dietro un bancone, con il beneplacito dell’addetta all’informazione turistica. La nebbia è così fitta che si distingue a malapena la facciata della cattedrale e anche i palazzi del Capitano e del Popolo, nonché quello dei Priori, faticano a emergere dal loro involucro lattiginoso. Si intravvedono a stento le torri merlate. Entriamo in cattedrale per evitare l’umidità, ma ne usciamo poco dopo per “vedere” –si fa per dire- la facciata della chiesa di S. Fortunato, dove è seppellito Jacopone da Todi.
    All’ufficio informazioni ci hanno appena consigliato di passare per piazza Garibaldi (dove c’è la statua dell’eroe e il cipresso piantato in onore del suo passaggio per la città), scendere a piazza del Mercato per osservare i nicchioni romani, imboccare la via S. Maria in Camuccia e giù, giù fino alle mura medioevali.
    Ci siamo. Abbiamo nuovamente dinnanzi a noi il tempio di Santa Maria della Consolazione, un chiesone a pianta centrale che mi ricorda vagamente il tempio della Celletta di Argenta. Restiamo dentro il tempo che dura un Padre Nostro e siamo fuori: andiamo a raggiungere il punto più alto della città, il parco della Rocca, inerpicandoci per la via della Serpentina, un sentiero acciottolato. La nostra miniguida in distribuzione gratuita presso lo IAT recita “dal parco della rocca si gode un bellissimo panorama sulla vallata del Tevere”. Proviamo a immaginare la campagna circostante, ma la nostra preoccupazione principale e come c. Facciamo a tornare in piazza del Popolo? Una volta superato il mastio la <b>fortuna</b> ci assiste ancora e come per incanto ci ritroviamo dietro al tempio di <b>S. Fortunato</b>, scendiamo la scalinata e siamo già in piazza. Ci sbrighiamo a disseppellire il nostro bagaglio dagli opuscoli dell’ufficio del turismo.
    Ora resta un’ultima sfida: il ritorno in stazione. Pare che l’autobus lettera C, l’unico che porta in stazione, passi alle 11.40 in via Mazzini. Compriamo i biglietti, andiamo a riprenderci la valigia, dimostriamo una certa voracità nel lottare con un sandwich imbottito in un bar e ci parcheggiamo davanti alla fermata. Alle 11.45 dell’autobus non c’è traccia. Eppure ci avevano detto che quell’autobus era fatto apposta per condurre alla stazione i passeggeri del treno delle 12.05. Quando stiamo per perdere le speranze e lanciarci sul taxi l’autobus è davanti a noi. Anche un altro passeggero tira un sospiro di sollievo. Dopo poco, tuttavia, sgraniamo gli occhi davanti a un’ulteriore fermata dove una classe intera di marmocchi attende pazientemente l’arrivo del C!!! Ci...ci...ci metteranno un secolo a salire tutti!!! Che figli di... Si sono sbagliati!!! Ammettono che la loro destinazione è un’altra. Ci hanno comunque rallentato!
    Alle 12.00 la nostra corriera azzurra infila il vialetto terzomondista pieno di buche che consente di raggiungere la stazione e rigurgita qualche passeggero sull’orlo della crisi di nervi. In capo a pochi minuti un trenino dotato di un solo vagone fa capolino da dietro una curva e Fede ne filma il trionfale arrivo. A Perugia Ponte S. Giovanni abbiamo quasi un’ora da aspettare, giusto il tempo che ci serviva per pranzare, lavarci i denti, fare il biglietto delle FF.SS. Per Camucìa-Cortona. Davanti allo sportello della biglietteria c’è un cartello: <i>si avvisa la clientela che la biglietteria è momentaneamente chiusa</i>. Però gli impiegati sono lì, che parlano tra di loro. Si suppone che riapra. Una ragazza ci suggerisce di utilizzare la macchinetta e inserisce anche i dati per noi (manca solo che introduca le monete per noi, già che c’è...). Vorrei telefonare al proprietario dell’affittacamere di Cortona che si è detto disponibile a venirci a prendere in stazione per avvisarlo che stiamo per arrivare, ma nessun telefono pubblico funziona. Be’, chiamerò da Camucìa. Fede cronica durante il tragitto. Io tutta entusiasta gli segnalo il Lago Trasimeno quando passiamo per Castiglione del Lago e Tuoro, ma lui è accasciato su un fianco e ha le palpebre semichiuse. A Camucìa il proprietario di Casa Kita è lì che ci aspetta con la macchina e telefona anche con il suo cellulare a Claudia, la nostra guida, per avvisarla che ci venga a prendere alle tre a piazzale Garibaldi.
    Il cielo è quasi sereno e finalmente siamo in una stanza comoda, molto ben arredata, con una vista meravigliosa sulla Val di Chiana che spazia fino al lago Trasimeno. Non dobbiamo più pensare a come organizzare la visita perché Claudia è pronta a condurci per le vie della città e a illustrarci monumenti e chiese. Dapprima ci porta in p.zza Repubblica, dove c’è il palazzo comunale e quello del Capitano del Popolo; poi ci fa vedere la porta bifora etrusca, la cattedrale, la piazza Signorelli, la casa del pittore Pietro da Cortona e il santuario di S. Margherita dal quale si domina la città. Ci racconta la storia di Santa Margherita (una santa locale, rappresentata sempre con un piccolo cane al fianco) e poi scendiamo per la suggestiva via S. Margherita, dove vediamo le stazioni della via Crucis eseguite a mosaico da Gino Severini. Come ultima tappa della nostra visita è prevista una capatina in auto alla tomba etrusca detta Melone del Sodo, un tumulo che però si scorge solo attraverso una rete. Fede è stremato e sta quasi per afflosciarsi su se stesso, ma Claudia propone un’ultimissima fermata presso l’eremo di S. Francesco delle Celle. Arriviamo che è quasi buio, ma il luogo è estremamente affascinante con le casette dei monaci addossate al colle, il ruscello attraversato da pittoreschi ponticelli. Entriamo per vedere la cella di S. Francesco che un tempo era situata in una grotta, mentre adesso è attorniata dal complesso delle Celle, appunto.
    Prima congedarci dalla guida ci facciamo consigliare un locale dove cenare. Un dettaglio da non trascurare è che sono le sei e abbiamo già una fame tremenda. Comunque in camera abbiamo qualche biscotto che divoriamo intingendolo nel cappuccino istantaneo mentre Fede si guarda comodamente l’ennesimo episodio di <i>Star Trek</i>.
    Alle sette e un quarto andiamo a cercare <i>La Grotta,</i> la trattoria che dovrebbe trovarsi nei pressi del Municipio. I lampioni sono radi e illuminano poco. Insomma, percorriamo tutta la via, con una fastidiosa sensazione di stomaco vuoto... Ma della Grotta non c’è traccia. Infine chiediamo a una passante. Dobbiamo tornare indietro ed è tutta in salita. Faccia ombrosa di Fede.
    Approdiamo finalmente nella rustica sala del ristorante <i>La Grotta</i>, animata da un fitto vocio di gente e vediamo passarci sotto gli occhi vassoi colmi di manicaretti fumanti destinati ad altri commensali. Ordiniamo minestrone (io) e tagliatelle al ragù (Fede) e notiamo che di fianco a noi ci sono due coppie di inglesi. Una volta che si è saziato con il primo Fede intavola conversazione con gli anglosassoni rompendo il ghiaccio con un “Hello”, dopo che li ha scrutati per un pezzo. La conversazione procede a strappi: tra un boccone e l’altro veniamo a sapere che Helen è un’insegnante di inglese e che il marito è d’origine irlandese. Parliamo di Cork, di Michael Collins e dell’insegnamento. Dopo il dessert loro prendono anche un liquore e prima di chiedere il conto ci scambiamo gli indirizzi email.
    All’uscita dal ristorante rabbrividiamo: l’aria si è fatta più pungente, tant’è che mandiamo vapore dalla bocca malgrado non penzoli alcuna sigaretta dalle nostre labbra.
    Anche questi tre giorni estremamente intensi, stanno per svanire nel nulla come queste nuvolette di alito tiepido che si diluiscono nell’aria serale di Cortona.