1. 1: Patrizio & Syusy

    di , il 14/7/2010 11:56

    Quando Syusy ha saputo che la parola Svalbard in norvegese significa “Costa fredda” non ne ha voluto sapere di accompagnarmi in viaggio su queste Isole, che effettivamente stanno nel bel mezzo del Mar Glaciale Artico, a circa 80° di latitudine nord (guardare un mappamondo per credere: le Svalbard le trovate vicinissime al perno superiore attorno al quale gira la palla del mondo…). A me l’idea di un viaggio al Polo Nord piaceva da sempre, da quando avevo letto le avventure degli esploratori, di Nobile e di Amundsen (notevole la biografia di quest’ultimo scritta dai Quilici). Ma non ci sarei mai andato, se non mi avesse invitato il mio amico Antonio Baldisserotto, lo stesso che mi aveva trascinato a suo tempo a fare la Maratona di New York. Antonio infatti organizza dei viaggi per turisti-podisti, che vanno a fare maratone in giro per il Mondo, e qualche anno fa ha appunto organizzato, con Terramia, una maratona, a tappe, anche alle Svarbard! L’idea era abbastanza assurda per essere affascinante, e comunque ogni pretesto è buono per vedere dei posti nuovi. E che posti! Le Svalbard – per quanto mi riguarda – fanno parte del famoso e naturalmente velleitario “pacchetto Zoe”, cioè fanno parte di quel gruppo di viaggi che vorrei tanto rifare, prima di diventare del tutto vecchio, con mia figlia (assieme allo Yemen, al Mustang, alle Galapagos e a pochi altri).

    TRA APRILE E MAGGIO

    Un viaggio che merita. Un viaggio più accessibile di tanti altri. Ma un viaggio che va pianificato in anticipo, per questo val la pena parlarne fin da ora, perché bisogna cominciare a decidere di andare alle Svalbard qualche mese prima… Chi le ha viste d’estate dice che sono belle e interessanti, ma io invece (qualche anno fa) le ho viste nel periodo credo più speciale che ci sia: a cavallo fra aprile e maggio, quando il freddo mantiene ancora il paesaggio perfettamente ghiacciato ma la luce è già alta e dura quasi 24 ore al giorno. Un momento magico. Quando siamo arrivati (io, il mio amico Orso Schiavina e Paolino il cameraman-regista, assieme al gruppo di podisti) all’aeroporto di Longyearbyen erano le 2 del mattino, ma c’era luce come se fosse l’alba, e c’erano venti gradi sottozero, ma Stefano Poli era in maniche di camicia (anche se. Effettivamente, la camicia era di flanella). Io avevo un gran raffreddore, e anche un po’ di febbre. Stefano (un milanese innamorato del Polo, trasferitosi alle Svalbard e diventato negli anni la guida più esperta di tutti, norvegesi compresi) mi dice: “Respira forte: vedrai che il freddo uccide i bacilli, se prima non uccide te…” In effetti io sono sopravvissuto, e tutti i malanni mi sono passati all’improvviso. In compenso, a respirare forte, mi si è creata una crosta di ghiaccio tra naso e mento, attaccata alla barba e ai baffi.

    ORSO BIANCO

    E intanto che in aeroporto aspettavamo i bagagli abbiamo notato una gigantografia che fotografava un gruppo di orsi bianchi che sbranavano una figura sanguinolenta non ben identificata: la scritta avvertiva che girare disarmati per l’Isola di Spisbergen era proibito, pena una multa. I turisti dovevano sempre essere accompagnati da una guida (armata), e mai in gruppi più numerosi di 4, per essere sicuri di non perdersi di vista. Prima dell’aeroporto le Svalbard erano raggiungibili sono alcuni mesi all’anno, in nave. E infatti - dopo essere state scoperte dall’Olandese Barents nel 1596 - furono frequentate nel ‘700 solo da balenieri e nell’800 da cacciatori di foche e di orsi (che dal 1972 sono protetti e sono circa 4.000, su 2.000 abitanti). Nel ‘900 poi le isole diventarono fondamentalmente meta di minatori. Dal pulmann che ci portava in albergo (un ottimo albergo confortevolissimo) la prima occhiata al panorama è affascinante e inquietante: sotto un cielo luminoso ma livido, che si tinge di varie tonalità di colore caldo (rosso) e freddo (azzurro), c’è un territorio che, quanto a “nulla” non ha niente da invidiare alla Patagonia o al Deserto nordafricano. Ma qui è tutto bianco, ed essendo bianco fa da schermo alle diapositive che la luce e il cielo disegnano sul terreno, vale a dire è bianco ma è tutto colorato.

    MODA POLARE

    Alle Svalbard non nevica, né piove, perché l’umidità è bassissima (anche per questo si sopportano bene temperature molto basse: ho avuto più freddo certe mattine a Mantova, con la nebbia, che qui alle Svalbard a meno 25). Quella che si vede qui, polverizzata dal vento, non è neve, è ghiaccio. La prima cosa che Stefano Poli (nonostante la sua camicia) ci ha insegnato, è il corretto abbigliamento: “sotto” uno deve vestirsi come se andasse in montagna d’inverno (cioè con tuta o mutandoni e maglia di lana, camicia, maglione o pile, giacca a vento, scarponi ecc ecc). Poi, sopra, si indossa una tutona termica, guantoni, cappello di pelo con paraorecchi e, se si va in motoslitta, anche una maschera per evitare il congelamento del naso… Detto così sembra terribile, invece ci si abitua alla svelta. E’ più complicato per chi ha una macchina: la sera la deve attaccare alla corrente, perché non si congeli. Ricordo che è stato alle Svalbard la prima volta che ho capito davvero l’importanza dei Musei. Infatti, quando Stefano ci ha portato al Museo, all’inizio ho sbuffato: cosa ci sarà mai di interessante? E in effetti il Museo delle Svalbard (almeno qualche anno fa, quando ci siamo stati noi) non sembrava un granché: invece mi ha introdotto in pochi minuti in un mondo. Innanzitutto ho visto coi miei occhi quanto è grande un orso bianco (per fortuna impagliato). Poi ci sono strumenti di lavoro di cacciatori, pescatori e minatori: quanto basta per capire che razza di vita dura hanno dovuto affrontare.

    PERMAFROST

    Poi Stefano ci spiega perché tutti i tubi (dell’acqua, del gas, dell’elettricità) sono esterni, fuori-terra: è a causa del permafrost, cioè del fatto che il terreno è perennemente congelato, e in base ai ciclo del congelamento e disgelo del terreno in superficie, qualunque cosa venisse sotterrata sarebbe risputata fuori. Per questo alle Svalbard non c’è un cimitero: non si possono seppellire nemmeno i morti (che vengono spediti in Norvegia). Ho letto poi recentemente che, a causa del riscaldamento del Pianeta, anche grandi strati di permafrost “perenne” si stanno scongelando, con conseguenze potenziali terrificanti: riserve di metano che sfiaterebbero in superficie aumentando ancora l’effetto serra, e poi il cambio della salinità dei mari e la conseguente crisi della Corrente del Golfo (che qui permette un clima relativamente accettabile). E in effetti, come avremo poi modo di appurare nei giorni successivi, si capisce subito che le Svalbard sono un punto sensibilissimo del Pianeta: come le Galapagos, sono un campanello d’allarme fondamentale.

    TERRA LIBERA

    Dopo il Museo, val la pena di fare un giretto per la cittadina di Longyearbyen, che è anche la capitale delle Svalbard (casette nordiche sparse qua e là). Stefano è sempre armato, e fa impressione entrare all’Università, o al Bar, e vedere all’ingresso la rastrelliera con tutti i fucili. Passiamo a salutare anche una sua amica, che fa la maestra d’asilo. L’asilo è circondato da una doppia recinzione, alta un paio di metri. “Perché? Avete paura che i bambini scappino?”No, abbiamo paura che gli Orsi bianchi entrino…”. E di bambini alle Svalbard ce ne sono tantissimi, perché gli abitanti sono tutti giovanissimi: studiosi, ricercatori, universitari che vengono da tutto il mondo. Dal 1920 le Svalbard, grazie all’omonimo Trattato, sono affidate all’amministrazione della Norvegia, ma di fatto sono “terra libera”: tutti gli stati le possono colonizzare, o possono impiantare stazioni di ricerca, e chiunque può andarci a stare, senza problemi di permesso di soggiorno. Il risultato è una specie di rappresentazione fantastica e cinematografica del Paradiso terrestre (sia pure freddino), popolato cioè soltanto da giovani fra i 20 e i 35 anni, tutti belli-sani-colti-biondi. Pare che per questa ragione, e anche per fattori climatici che invitano ad unire il reciproco tepore corporeo, si faccia molto sesso, ma a questo proposito noi non possiamo portare prove concrete (leggi: a noi non s’è filato nessuno).

    RENNE E MINIERE

    Passeggiando per le strade ci siamo fermati anche alla sede dello Svalbard Posten, il giornale locale, con il suo redattore-unico che ci ha raccontato che l’ultima vittima di un orso era stata una turista che aveva avuto la bella idea di andarsene in giro da sola. Nel self service del Paese abbiamo mangiato renna stufata, e non poteva essere diversamente: le colline attorno sono piene di renne che brucano… il ghiaccio. Un’altra “gita organizzata” da fare appena arrivati è quella dentro ad una miniera di carbone. Già la cosa si presenta esteticamente meravigliosa: il nero del carbone che spruzza e decora il paesaggio candido è un effetto-ska incredibile. Qui, attorno alla città, ormai le miniere non funzionano più. E qualche minatore si è riciclato come guida turistica. La visita in realtà è emozionante, e anche interessante: è uno straordinario esempio di archeologia industriale, tutto è stato lasciato intatto, come era 10-15 anni fa, prima della chiusura. Le tute, gli elmetti, gli strumenti di lavoro, gli armadietti sono al loro posto. E la guida ti mostra le vene di carbone, le gallerie, i binari, i carrelli. I minatori facevano turni ininterrotti di 8 ore, ma noi turisti dopo mezz’ora eravamo esausti: soltanto stare dentro le anguste e pericolose gallerie è una prova ardua da superare. Il pericolo immediato era il gas, quello più insidioso la silicosi. Ma la cosa più interessante da un punto di vista generale è che queste miniere di carbone sono la prova che qui, 50 milioni di anni fa, c’erano foreste, quindi il clima è decisamente cambiato, e potrebbe tranquillamente cambiare ancora… A proposito di foreste: alle Svalbard ci sono pali di legno, teleferiche di legno per portare il carbone, baracche di legno. Ma il legno, da dove lo portano, visto che qui non c’è in assoluto un solo albero? Il legname arriva dalla Siberia, e arriva “naturalmente”: ci pensa infatti il mare, col gioco delle correnti, a trasportare i tronchi. Una prova in più che tutte le terre sono legate assieme da un “sistema” complicato e delicato di correnti, marine e aeree, e che quindi combinare un guaio ecologico all’equatore comporta una sofferenza del pianeta anche al polo, e viceversa. La terra è un piccolo cortile, in fondo. Il Nostro cortile.

    ROBIN

    Ma dopo un po’ Longyearbyen diventa stretta, e a quel punto c’è solo l’imbarazzo della scelta per esplorare l’Isola di Spisbergen. La prima “gita” l’abbiamo fatta con la slitta tirata dai cani, guidati da Robin. Lui è un personaggione, famoso a livello internazionale. Inglese, nato in Africa e arrivato qui alle Svalbard… in barca a remi, più di 30 anni fa. (A proposito: chissà se ci abita ancora). Robin è un signore dal carattere tutto suo, che non dà confidenza a nessuno, un vero orso. Che però, stranamente, vedendo me e Orso così sperduti e disadattati, deve essersi mosso a pietà mista a tenerezza: ci ha invitati a casa sua, ci ha offerto una torta di mele fatta con le sue mani e ci ha mostrato la sua collezione di libri (soprattutto di psicologia): un tipo stranissimo ma affascinante. Però dovete sapere che, mentre ormai anche qui tutti allevano e usano bonari cani da slitta Husky, Robin per essere fedele alla tradizione alleva viceversa cani Groenlandesi, quelli di una volta. La selezione dei cani groenlandesi funziona così: si abbandona un branco su un’isoletta ghiacciata, e poi si torna due mesi dopo a prendere i sopravvissuti. La conseguenza è che i Groenlandesi sono feroci e intrattabili, oltre che pericolosissimi: considerano “cibo” qualunque creatura vivente più bassa di un metro. Non sono cioè cani adatti ai bambini. E infatti durante l’escursione (che è durata qualche ora) sono scoppiate diverse zuffe tra i cani, che Robin ha sedato menando grandi bastonate con la racchetta dello sci e soprattutto buttandosi in mezzo alla rissa e… mordendo i cani, per ribadire che il capobranco era lui! In compenso ci ha portato in una valle meravigliosa, la Bolta Valley. Bolted vuol dire imbizzarrito, e il nome viene da un cacciatore che fu disarcionato dal cavallo. Alle Svalbard, d’inverno, è difficile distinguere il terreno dal mare ghiacciato, le pianure dai golfi. Ma le valli interne, con i monti candidi illuminati e colorati dalla luce, sono i punti più meravigliosi da vedere. Robin ci ha congedati, raccontandoci che c’è una cosa ancora più inguaribile del Mal d’Africa, e cioè la Febbre Artica. E lui le ha avute entrambe.

    LE GROTTE DI GHIACCIO

    Poi Stefano ci ha consegnato le motoslitte. Nei primi 20 metri Orso è finito contro un palo, e io mi sono rovesciato perché ho dato poco gas lungo una salita ripida. Un disastro. Ma poi ci si abitua (almeno, io mi sono abituato, Orso no). E la motoslitta diventa meravigliosamente divertente: andare ai 100 all’ora sul pack, con il ghiaccio che ti incrosta la faccia, è una meraviglia. E nella prima “gita fuori porta” in motoslitta Stefano Poli ci ha portato a vedere le grotte di ghiaccio. In realtà Stefano ci ha portato ad infilarci dentro ad un pozzo, scavato nel ghiaccio, profondo qualche metro, che ci ha portato lungo l’intercapedine che, al primissimo disgelo, si crea fra la montagna e lo strato di ghiaccio che la ricopre. In pratica sono tunnel, grotte e caverne di ghiaccio, con tanto di stalagtiti e stalagmiti di ghiaccio. La luce a volte filtra, disegnando delle trasparenze meravigliose. E l’acqua ghiacciata, alla luce dei fari, acquista sempre colori diversi: dal bianco opaco al verde o all’azzurro passando per la luminosità del cristallo. Una delle cose più belle che ho mai visto. E, poi, una delle cose più terrificanti che ho vissuto: uscire dal pozzo. Per scendere infatti non c’è mai problema, ma ad un certo punto mi sono accorto che per risalire avrei dovuto in pratica arrampicarmi lungo una corda (in realtà era una scala di corda, ma senza lo spazio per piegare le gambe) con la sola forza delle braccia. Io ero circa 100 chili, più 20 di vestiti e scarponi: è stata un’impresa disperata. Ma ce l’ho fatta. E Orso? Orso era rimasto in albergo…

    TREKKING IN MOTOSLITTA

    Ma ormai eravamo maturi per un vero trekking di qualche giorno, in motoslitta, dormendo non proprio nelle tende (anche se è possibile e in molti lo fanno) ma in alberghi sparsi per l’Isola, ricavati dentro ex Missioni scientifiche. In effetti la tenda sarebbe bellissima (vedi Tenda Rossa di Nobile e altri Miti artici) ma purtroppo prima di partire Stefano ci aveva fatto vedere il filmato di un orso che, dopo aver annusato e identificato il filo sottile dell’allarme-anti-orso appunto, si appiattiva sul terreno passandoci sotto e riuscendo a penetrare nell’accampamento di tende di un gruppo di sventurati. Comunque siamo partiti, e a me è addirittura toccata la motoslitta col rimorchio, pieno di attrezzature e di cibo. Cibo? Beh, si trattava soprattutto di minestrone liofilizzato plurivitaminico da sciogliere in acqua calda: un biberone orribile, ma comunque nutriente. La cosa (tra le tante) che mi ha colpito, durante il tragitto in mezzo a panorami mozzafiato (o meglio gela-fiato), è stato che lassù qualunque opera dell’uomo è considerata Monumento Nazionale: i resti di una baracca, una vite infilata in un palo testimoniano infatti una storia di fatica e di conquista, in un luogo meraviglioso ma inospitale, e raccontavano storie umane speciali. E anche a noi, durante il viaggio, le avventure non sono mancate: Orso è scivolato e ha battuto la testa, cadendo svenuto. Poi si è sentito male al pancino (forse il minestrone liofilizzato o più facilmente un colpo di freddo) e non sapeva dove e come fare la cacca: alla fine si è spogliato dietro al riparo effimero di una motoslitta (effimero perché Paolino inesorabile l’ha filmato, e su Rai3 abbiamo fatto il picco d’ascolto).

    L’ORSO E ORSO

    Ma soprattutto ci si è rotta una motoslitta, e Stefano e Paolino hanno dovuto andare alla base più vicina (lontana cioè qualche ora) a cambiarla, lasciando me e Orso sul pack, da soli. Ci hanno lasciato un moschetto della prima guerra mondiale, per difenderci dall’orso. Perché un moschetto? Perché alle Svalbard un fucile automatico moderno ghiaccerebbe, quindi ci si porta un moschetto e lo si monta quando serve. Peccato che sia io che Orso siamo due obiettori, che non hanno mai montato un moschetto… Allora Stefano ci ha lasciato la pistola lanciarazzi, raccomandandosi di aspettare che nel caso l’orso si avvicinasse a circa 20 metri, per poi sparargli il razzo sul muso per spaventarlo. Spaventare l’orso? Ma nel frattempo io e Orso saremmo noi morti di spavento! Fatto sta che l’orso non è arrivato, e io e Orso siamo sopravvissuti fino all’arrivo di Stefano con la motoslitta aggiustata.

    BARENTSBURG

    E siamo arrivati a Barentsburg. Indescrivibile. E’ una città russa, o meglio sovietica. Era un fiorente centro minerario, ed ora progressivamente è in abbandono. E’ stata concepita, arredata, costruita secondo i dettami dell’urbanistica e dell’estetica sovietica degli anni 50-60. Ed è rimasta ferma lì. Sembra di entrare in un film sulla Guerra Fredda (per il freddo non c’è problema, in effetti). Samara, che ci ha fatto da guida laggiù, in questa Ghost Town mineraria post-stalinista, ci ha detto che era come vivere fuori dal mondo, in un sottomarino. Eppure anche là la vita continua, ci hanno mostrato le serre, gli allevamenti, il museo con interessantissimi fossili e impronte di dinosauri. Abbiamo mangiato nella mensa dipinta di verdino dove mangiavano gli ultimi minatori. Abbiamo mangiato cavoli in tutti i modi, ovviamente, scaldandoci con la vodka. Chissà, oggi, come sta Barentsburg? Durante il tragitto comunque sono successe altre cose: abbiamo visto da lontano un’orsa con due cuccioli, e i compagni di viaggio maratoneti hanno fatto la loro gara, scarpinando e scivolando sul ghiaccio… Anche io ci ho provato, per un po’, ma poi ho preferito la motoslitta. Loro, invece, sembrava che si divertissero moltissimo, e all’arrivo sembravano statue di ghiaccio fumante.

    NY ALESUND

    Tornati a Longyearbyen abbiamo preso un piccolo aereo e siamo andati… a nord. Sempre sull’isola di Spisbergen c’è Ny Alesund, una cittadina fatta di basi scientifiche di Paesi di tutto il mondo (esattamente di 6 nazioni). Siamo andati a trovare Roberto, un amico di Stefano che a quel tempo lavorava per il CNR, che lassù ha una base. Una base che studia l’inquinamento. Ma come, l’inquinamento così fuori dal mondo? Abbiamo scoperto, parlando con gli scienziati, che le Svalbard sono appunto tutt’altro che fuori-dal-mondo, e che i problemi della terra la coinvolgono tutta, senza zone franche: le correnti marine e aeree in effetti portano tutte le schifezze proprio in cima al mondo, cioè alle Svalbard. A Ny Alesund c’è anche la casa abitata da Amundsen, e c’è il pilone a cui Nobile nel 1928 ha attraccato il suo dirigibile. Ci sono tracce e ricordi della tragedia che è seguita: proprio qui davanti, nella Baia del Re, Amundsen si è perso in volo, per cercare Nobile (che tra l’altro odiava). C’è anche un piccolo monumento agli Italiani. Confesso che non sono riuscito a non commuovermi. Leggo ai giorni nostri che proprio qui stanno costruendo una Banca del Seme, la più grande del mondo, per conservare appunto la biodiversità terrestre. Non c’è posto migliore, sia da un punto di vista climatico (il freddo è gratis) ma soprattutto dal punto di vista simbolico.

    STEFANO, TRINE E LE ALTRE

    Alle Svalbard vale più che mai la regola secondo cui un viaggio è reso più o meno interessante dalla persona che ti fa da guida, e in questo senso Stefano Poli è stato essenziale: ci ha accolti come fossimo un gruppo di vecchi amici, e ci ha raccontato questo luogo speciale con un entusiasmo e una competenza incredibili. Tra l’altro ho poi avuto occasione di incontrarlo di nuovo, mentre era in partenza per una missione… al Polo Sud, in Antartide. Beh, per lui i Poli sono intercambiabili: omen nomen. Un resoconto di viaggio alle Svalbard non finirebbe più, perché lassù ogni cosa è speciale, quindi ogni piccolezza sarebbe degna di un racconto. Tra l’altro tra poco usciranno in dvd con la rivista, le puntate che abbiamo girato e nelle quali potrete vedere dal vivo tutto quello che vi ho raccontato (compreso Orso che fa la cacca). Ma se promettete di non fraintendermi, l’ultima osservazione la vorrei riservare… alle donne. Ho conosciuto diverse ragazze alle Svalbard: Al allevava cavalli coi quali porta in giro i turisti o i ricercatori, Aniuri ha messo in piedi un Hotel sullo stile delle vecchie baracche dei minatori e porta in giro i turisti in slitta coi cani, Trine fa la guida, come Stefano. Devo ammettere che sono affascinanti, e a volte me le sogno ancora: fortissime, determinatissime. Io la moda dell’ombelico fuori non l’ho mai capita, ma devo ammettere che quando ho visto Trine uscire la sera col pancino nudo a meno 25 ho pensato che decisamente i norvegesi sono una specie umana del tutto speciale… Anche Nobile rispetto a loro non fece una gran bella figura, per fortuna a rappresentare l’Italia ora c’è Stefano Poli, che è considerato la migliore guida dai norvegesi stessi.

    Patrizio

  2. Turisti Per Caso.it
    , 14/7/2010 11:56
    Quando Syusy ha saputo che la parola<i> Svalbard</i> in norvegese significa “Costa fredda” non ne ha voluto sapere di accompagnarmi in viaggio su queste Isole, che effettivamente stanno nel bel mezzo del <b>Mar Glaciale Artico</b>, a circa 80° di latitudine nord (guardare un mappamondo per credere: le Svalbard le trovate vicinissime al perno superiore attorno al quale gira la palla del mondo…).
    A me l’idea di un viaggio al Polo Nord piaceva da sempre, da quando avevo letto le avventure degli esploratori, di Nobile e di Amundsen (notevole la biografia di quest’ultimo scritta dai Quilici). Ma non ci sarei mai andato, se non mi avesse invitato il mio amico Antonio Baldisserotto, lo stesso che mi aveva trascinato a suo tempo a fare la Maratona di New York. Antonio infatti organizza dei viaggi per turisti-podisti, che vanno a fare maratone in giro per il Mondo, e qualche anno fa ha appunto organizzato, con Terramia, una maratona, a tappe, anche alle Svarbard! L’idea era abbastanza assurda per essere affascinante, e comunque ogni pretesto è buono per vedere dei posti nuovi. E che posti! Le Svalbard – per quanto mi riguarda – fanno parte del famoso e naturalmente velleitario “pacchetto Zoe”, cioè fanno parte di quel gruppo di viaggi che vorrei tanto rifare, prima di diventare del tutto vecchio, con mia figlia (assieme allo Yemen, al Mustang, alle Galapagos e a pochi altri).

    <h3>TRA APRILE E MAGGIO</h3>
    Un viaggio che merita. Un viaggio più accessibile di tanti altri. Ma un viaggio che va pianificato in anticipo, per questo val la pena parlarne fin da ora, perché bisogna cominciare a decidere di andare alle Svalbard qualche mese prima… Chi le ha viste d’estate dice che sono belle e interessanti, ma io invece (qualche anno fa) le ho viste nel periodo credo più speciale che ci sia: a cavallo fra aprile e maggio, quando il freddo mantiene ancora il paesaggio perfettamente ghiacciato ma la luce è già alta e dura quasi 24 ore al giorno. Un momento magico.
    Quando siamo arrivati (io, il mio amico Orso Schiavina e Paolino il cameraman-regista, assieme al gruppo di podisti) all’aeroporto di <b>Longyearbyen </b>erano le 2 del mattino, ma c’era luce come se fosse l’alba, e c’erano venti gradi sottozero, ma Stefano Poli era in maniche di camicia (anche se. Effettivamente, la camicia era di flanella).
    Io avevo un gran raffreddore, e anche un po’ di febbre. Stefano (un milanese innamorato del Polo, trasferitosi alle Svalbard e diventato negli anni la guida più esperta di tutti, norvegesi compresi) mi dice: <i>“Respira forte: vedrai che il freddo uccide i bacilli, se prima non uccide te…”</i>
    In effetti io sono sopravvissuto, e tutti i malanni mi sono passati all’improvviso. In compenso, a respirare forte, mi si è creata una crosta di ghiaccio tra naso e mento, attaccata alla barba e ai baffi.

    <h3>ORSO BIANCO</h3>
    E intanto che in aeroporto aspettavamo i bagagli abbiamo notato una gigantografia che fotografava un gruppo di orsi bianchi che sbranavano una figura sanguinolenta non ben identificata: la scritta avvertiva che girare disarmati per l’Isola di <b>Spisbergen</b> era proibito, pena una multa. I turisti dovevano sempre essere accompagnati da una guida (armata), e mai in gruppi più numerosi di 4, per essere sicuri di non perdersi di vista.
    Prima dell’aeroporto le Svalbard erano raggiungibili sono alcuni mesi all’anno, in nave. E infatti - dopo essere state scoperte dall’Olandese Barents nel 1596 - furono frequentate nel ‘700 solo da balenieri e nell’800 da cacciatori di foche e di orsi (che dal 1972 sono protetti e sono circa 4.000, su 2.000 abitanti). Nel ‘900 poi le isole diventarono fondamentalmente meta di minatori.
    Dal pulmann che ci portava in albergo (un ottimo albergo confortevolissimo) la prima occhiata al panorama è affascinante e inquietante: sotto un cielo luminoso ma livido, che si tinge di varie tonalità di colore caldo (rosso) e freddo (azzurro), c’è un territorio che, quanto a “nulla” non ha niente da invidiare alla Patagonia o al Deserto nordafricano. Ma qui è tutto bianco, ed essendo bianco fa da schermo alle diapositive che la luce e il cielo disegnano sul terreno, vale a dire è bianco ma è tutto colorato.

    <h3>MODA POLARE</h3>
    Alle Svalbard non nevica, né piove, perché l’umidità è bassissima (anche per questo si sopportano bene temperature molto basse: ho avuto più freddo certe mattine a Mantova, con la nebbia, che qui alle Svalbard a meno 25). Quella che si vede qui, polverizzata dal vento, non è neve, è ghiaccio.
    La prima cosa che<b> Stefano Poli </b>(nonostante la sua camicia) ci ha insegnato, è il corretto abbigliamento: “sotto” uno deve vestirsi come se andasse in montagna d’inverno (cioè con tuta o mutandoni e maglia di lana, camicia, maglione o pile, giacca a vento, scarponi ecc ecc). Poi, sopra, si indossa una tutona termica, guantoni, cappello di pelo con paraorecchi e, se si va in motoslitta, anche una maschera per evitare il congelamento del naso… Detto così sembra terribile, invece ci si abitua alla svelta. E’ più complicato per chi ha una macchina: la sera la deve attaccare alla corrente, perché non si congeli.
    Ricordo che è stato alle Svalbard la prima volta che ho capito davvero l’importanza dei Musei. Infatti, quando Stefano ci ha portato al Museo, all’inizio ho sbuffato: cosa ci sarà mai di interessante? E in effetti il Museo delle Svalbard (almeno qualche anno fa, quando ci siamo stati noi) non sembrava un granché: invece mi ha introdotto in pochi minuti in un mondo.
    Innanzitutto ho visto coi miei occhi quanto è grande un orso bianco (per fortuna impagliato). Poi ci sono strumenti di lavoro di cacciatori, pescatori e minatori: quanto basta per capire che razza di vita dura hanno dovuto affrontare.

    <h3>PERMAFROST</h3>
    Poi Stefano ci spiega perché tutti i tubi (dell’acqua, del gas, dell’elettricità) sono esterni, fuori-terra: è a causa del permafrost, cioè del fatto che il terreno è perennemente congelato, e in base ai ciclo del congelamento e disgelo del terreno in superficie, qualunque cosa venisse sotterrata sarebbe risputata fuori. Per questo alle Svalbard non c’è un cimitero: non si possono seppellire nemmeno i morti (che vengono spediti in Norvegia).
    Ho letto poi recentemente che, a causa del riscaldamento del Pianeta, anche grandi strati di permafrost “perenne” si stanno scongelando, con conseguenze potenziali terrificanti: riserve di metano che sfiaterebbero in superficie aumentando ancora l’effetto serra, e poi il cambio della salinità dei mari e la conseguente crisi della Corrente del Golfo (che qui permette un clima relativamente accettabile).
    E in effetti, come avremo poi modo di appurare nei giorni successivi, si capisce subito che le Svalbard sono <b>un punto sensibilissimo del Pianeta</b>: come le Galapagos, sono un campanello d’allarme fondamentale.

    <h3>TERRA LIBERA</h3>
    Dopo il Museo, val la pena di fare un giretto per la cittadina di Longyearbyen, che è anche la capitale delle Svalbard (casette nordiche sparse qua e là). Stefano è sempre armato, e fa impressione entrare all’Università, o al Bar, e vedere all’ingresso la rastrelliera con tutti i fucili. Passiamo a salutare anche una sua amica, che fa la maestra d’asilo. L’asilo è circondato da una doppia recinzione, alta un paio di metri. <i>“Perché? Avete paura
    che i bambini scappino?”</i>
    “<i>No, abbiamo paura che gli Orsi bianchi entrino…”.</i>
    E di bambini alle Svalbard ce ne sono tantissimi, perché gli abitanti sono tutti giovanissimi: studiosi, ricercatori, universitari che vengono da tutto il mondo. Dal 1920 le Svalbard, grazie all’omonimo Trattato, sono affidate all’amministrazione della Norvegia, ma di fatto sono “terra libera”: tutti gli stati le possono colonizzare, o possono impiantare stazioni di ricerca, e chiunque può andarci a stare, senza problemi di permesso di soggiorno. Il risultato è una specie di rappresentazione fantastica e cinematografica del Paradiso terrestre (sia pure freddino), popolato cioè soltanto da giovani fra i 20 e i 35 anni, tutti belli-sani-colti-biondi. Pare che per questa ragione, e anche per fattori climatici che invitano ad unire il reciproco tepore corporeo, si faccia molto sesso, ma a questo proposito noi non possiamo portare prove concrete (leggi: a noi non s’è filato nessuno).

    <h3>RENNE E MINIERE</h3>
    Passeggiando per le strade ci siamo fermati anche alla sede dello <b>Svalbard Posten</b>, il giornale locale, con il suo redattore-unico che ci ha raccontato che l’ultima vittima di un orso era stata una turista che aveva avuto la bella idea di andarsene in giro da sola.
    Nel self service del Paese abbiamo mangiato renna stufata, e non poteva essere diversamente: le colline attorno sono piene di renne che brucano… il ghiaccio.
    Un’altra “gita organizzata” da fare appena arrivati è quella dentro ad una miniera di carbone. Già la cosa si presenta esteticamente meravigliosa: il nero del carbone che spruzza e decora il paesaggio candido è un effetto-ska incredibile. Qui, attorno alla città, ormai le miniere non funzionano più. E qualche minatore si è riciclato come guida turistica. La visita in realtà è emozionante, e anche interessante: è uno straordinario esempio di archeologia industriale, tutto è stato lasciato intatto, come era 10-15 anni fa, prima della chiusura. Le tute, gli elmetti, gli strumenti di lavoro, gli armadietti sono al loro posto. E la guida ti mostra le vene di carbone, le gallerie, i binari, i carrelli. I minatori facevano turni ininterrotti di 8 ore, ma noi turisti dopo mezz’ora eravamo esausti: soltanto stare dentro le anguste e pericolose gallerie è una prova ardua da superare. Il pericolo immediato era il gas, quello più insidioso la silicosi. Ma la cosa più interessante da un punto di vista generale è che queste miniere di carbone sono la prova che qui, 50 milioni di anni fa, c’erano foreste, quindi il clima è decisamente cambiato, e potrebbe tranquillamente cambiare ancora…
    A proposito di foreste: alle Svalbard ci sono pali di legno, teleferiche di legno per portare il carbone, baracche di legno. Ma il legno, da dove lo portano, visto che qui non c’è in assoluto un solo albero? Il legname arriva dalla Siberia, e arriva “naturalmente”: ci pensa infatti il mare, col gioco delle correnti, a trasportare i tronchi. Una prova in più che tutte le terre sono legate assieme da un “sistema” complicato e delicato di correnti, marine e aeree, e che quindi combinare un guaio ecologico all’equatore comporta una sofferenza del pianeta anche al polo, e viceversa. <b>La terra è un piccolo cortile, in fondo. Il Nostro cortile</b>.

    <h3>ROBIN</h3>
    Ma dopo un po’ Longyearbyen diventa stretta, e a quel punto c’è solo l’imbarazzo della scelta per esplorare l’Isola di Spisbergen. La prima “gita” l’abbiamo fatta con la slitta tirata dai cani, guidati da Robin. Lui è un<i> personaggione</i>, famoso a livello internazionale. Inglese, nato in Africa e arrivato qui alle Svalbard… in barca a remi, più di 30 anni fa. (A proposito: chissà se ci abita ancora). Robin è un signore dal carattere tutto suo, che non dà confidenza a nessuno, un vero orso. Che però, stranamente, vedendo me e Orso così sperduti e disadattati, deve essersi mosso a pietà mista a tenerezza: ci ha invitati a casa sua, ci ha offerto una torta di mele fatta con le sue mani e ci ha mostrato la sua collezione di libri (soprattutto di psicologia): un tipo stranissimo ma affascinante. Però dovete sapere che, mentre ormai anche qui tutti allevano e usano bonari cani da slitta Husky, Robin per essere fedele alla tradizione alleva viceversa cani Groenlandesi, quelli di una volta. La selezione dei cani groenlandesi funziona così: si abbandona un branco su un’isoletta ghiacciata, e poi si torna due mesi dopo a prendere i
    sopravvissuti. La conseguenza è che i Groenlandesi sono feroci e intrattabili, oltre che pericolosissimi: considerano “cibo” qualunque creatura vivente più bassa di un metro. Non sono cioè cani adatti ai bambini. E infatti durante l’escursione (che è durata qualche ora) sono scoppiate diverse zuffe tra i cani, che Robin ha sedato menando grandi bastonate con la racchetta dello sci e soprattutto buttandosi in mezzo alla rissa e… mordendo i cani, per ribadire che il capobranco era lui! In compenso ci ha portato in una valle meravigliosa, la <b>Bolta Valley</b>. Bolted vuol dire imbizzarrito, e il nome viene da un cacciatore che fu disarcionato dal cavallo.
    Alle Svalbard, d’inverno, è difficile distinguere il terreno dal mare ghiacciato, le pianure dai golfi. Ma le valli interne, con i monti candidi illuminati e colorati dalla luce, sono i punti più meravigliosi da vedere. Robin ci ha congedati, raccontandoci che c’è una cosa ancora più inguaribile del Mal d’Africa, e cioè la <b>Febbre Artica</b>. E lui le ha avute entrambe.

    <h3>LE GROTTE DI GHIACCIO</h3>
    Poi Stefano ci ha consegnato le motoslitte. Nei primi 20 metri Orso è finito contro un palo, e io mi sono rovesciato perché ho dato poco gas lungo una salita ripida. Un disastro. Ma poi ci si abitua (almeno, io mi sono abituato, Orso no). E la motoslitta diventa meravigliosamente divertente: andare ai 100 all’ora sul pack, con il ghiaccio che ti incrosta la faccia, è una meraviglia.
    E nella prima “gita fuori porta” in motoslitta Stefano Poli ci ha portato a vedere le grotte di ghiaccio. In realtà Stefano ci ha portato ad infilarci dentro ad un pozzo, scavato nel ghiaccio, profondo qualche metro, che ci ha portato lungo l’intercapedine che, al primissimo disgelo, si crea fra la montagna e lo strato di ghiaccio che la ricopre. In pratica sono tunnel, grotte e caverne di ghiaccio, con tanto di stalagtiti e stalagmiti di ghiaccio. La luce a volte filtra, disegnando delle trasparenze meravigliose. E l’acqua ghiacciata, alla luce dei fari, acquista sempre colori diversi: dal bianco opaco al verde o all’azzurro passando per la luminosità del cristallo. Una delle cose più belle che ho mai visto. E, poi, una delle cose più terrificanti che ho vissuto: uscire dal pozzo. Per scendere infatti non c’è mai problema, ma ad un certo punto mi sono accorto che per risalire avrei dovuto in pratica arrampicarmi lungo una corda (in realtà era una scala di corda, ma senza lo spazio per piegare le gambe) con la sola forza delle braccia. Io ero circa 100 chili, più 20 di vestiti e scarponi: è stata un’impresa disperata. Ma ce l’ho fatta. E Orso? Orso era rimasto in albergo…

    <h3>TREKKING IN MOTOSLITTA</h3>
    Ma ormai eravamo maturi per un vero trekking di qualche giorno, in motoslitta, dormendo non proprio nelle tende (anche se è possibile e in molti lo fanno) ma in alberghi sparsi per l’Isola, ricavati dentro ex Missioni scientifiche. In effetti la tenda sarebbe bellissima (vedi Tenda Rossa di Nobile e altri Miti artici) ma purtroppo prima di partire Stefano ci aveva fatto vedere il filmato di un orso che, dopo aver annusato e identificato il filo sottile dell’allarme-anti-orso appunto, si appiattiva sul terreno passandoci sotto e riuscendo a penetrare nell’accampamento di tende di un gruppo di sventurati. Comunque siamo partiti, e a me è addirittura toccata la motoslitta col rimorchio, pieno di attrezzature e di cibo. Cibo? Beh, si trattava soprattutto di minestrone liofilizzato plurivitaminico da sciogliere in acqua calda: un biberone orribile, ma comunque nutriente.
    La cosa (tra le tante) che mi ha colpito, durante il tragitto in mezzo a panorami mozzafiato (o meglio gela-fiato), è stato che lassù qualunque opera dell’uomo è considerata Monumento Nazionale: i resti di una baracca, una vite infilata in un palo testimoniano infatti una storia di fatica e di conquista, in un luogo meraviglioso ma inospitale, e raccontavano storie umane speciali. E anche a noi, durante il viaggio, le avventure non sono mancate: Orso è scivolato e ha battuto la testa, cadendo svenuto. Poi si è sentito male al pancino (forse il minestrone liofilizzato o più facilmente un colpo di freddo) e non sapeva dove e come fare la cacca: alla fine si è spogliato dietro al riparo effimero di una motoslitta (effimero perché Paolino inesorabile l’ha filmato, e su Rai3 abbiamo fatto il picco d’ascolto).

    <h3>L’ORSO E ORSO</h3>
    Ma soprattutto ci si è rotta una motoslitta, e Stefano e Paolino hanno dovuto andare alla base più vicina (lontana cioè qualche ora) a cambiarla, lasciando me e Orso sul pack, da soli. Ci hanno lasciato un moschetto della prima guerra mondiale, per difenderci dall’orso. Perché un moschetto? Perché alle Svalbard un fucile automatico moderno ghiaccerebbe, quindi ci si porta un moschetto e lo si monta quando serve. Peccato che sia io che Orso siamo due obiettori, che non hanno mai montato un moschetto…
    Allora Stefano ci ha lasciato la pistola lanciarazzi, raccomandandosi di aspettare che nel caso l’orso si avvicinasse a circa 20 metri, per poi sparargli il razzo sul muso per spaventarlo. Spaventare l’orso? Ma nel frattempo io e Orso saremmo noi morti di spavento! Fatto sta che l’orso non è arrivato, e io e Orso siamo sopravvissuti fino all’arrivo di Stefano con la motoslitta aggiustata.

    <h3>BARENTSBURG</h3>
    E siamo arrivati a <b>Barentsburg</b>. Indescrivibile. E’ una città russa, o meglio sovietica. Era un fiorente centro minerario, ed ora progressivamente è in abbandono. E’ stata concepita, arredata, costruita secondo i dettami dell’urbanistica e dell’estetica sovietica degli anni 50-60. Ed è rimasta ferma lì. Sembra di entrare in un film sulla Guerra Fredda (per il freddo non c’è problema, in effetti). Samara, che ci ha fatto da guida laggiù, in questa Ghost Town mineraria post-stalinista, ci ha detto che era come vivere fuori dal mondo, in un sottomarino. Eppure anche là la vita continua, ci hanno mostrato le serre, gli allevamenti, il museo con interessantissimi fossili e impronte di dinosauri.
    Abbiamo mangiato nella mensa dipinta di verdino dove mangiavano gli ultimi minatori. Abbiamo mangiato cavoli in tutti i modi, ovviamente, scaldandoci con la vodka. Chissà, oggi, come sta Barentsburg? Durante il tragitto comunque sono successe altre cose: abbiamo visto da lontano un’orsa con due cuccioli, e i compagni di viaggio maratoneti hanno fatto la loro gara, scarpinando e scivolando sul ghiaccio… Anche io ci ho provato, per un po’, ma poi ho preferito la motoslitta. Loro, invece, sembrava che si divertissero moltissimo, e all’arrivo sembravano statue di ghiaccio fumante.

    <h3>NY ALESUND</h3>
    Tornati a Longyearbyen abbiamo preso un piccolo aereo e siamo andati… a nord. Sempre sull’isola di Spisbergen c’è<b> Ny Alesund</b>, una cittadina fatta di basi scientifiche di Paesi di tutto il mondo (esattamente di 6 nazioni). Siamo andati a trovare Roberto, un amico di Stefano che a quel tempo lavorava per il CNR, che lassù ha una base. Una base che studia l’inquinamento. Ma come, l’inquinamento così fuori dal mondo? Abbiamo scoperto, parlando con gli scienziati, che le Svalbard sono appunto tutt’altro che fuori-dal-mondo, e che i problemi della terra la coinvolgono tutta, senza zone franche: le correnti marine e aeree in effetti portano tutte le schifezze proprio in cima al mondo, cioè alle Svalbard.
    A Ny Alesund c’è anche la casa abitata da Amundsen, e c’è il pilone a cui Nobile nel 1928 ha attraccato il suo dirigibile. Ci sono tracce e ricordi della tragedia che è seguita: proprio qui davanti, nella Baia del Re, Amundsen si è perso in volo, per cercare Nobile (che tra l’altro odiava). C’è anche un piccolo monumento agli Italiani. Confesso che non sono riuscito a non commuovermi. Leggo ai giorni nostri che proprio qui stanno costruendo una Banca del Seme, la più grande del mondo, per conservare appunto la biodiversità terrestre. Non c’è posto migliore, sia da un punto di vista climatico (il freddo è gratis) ma soprattutto dal punto di vista simbolico.

    <h3>STEFANO, TRINE E LE ALTRE</h3>
    Alle Svalbard vale più che mai la regola secondo cui un viaggio è reso più o meno interessante dalla persona che ti fa da guida, e in questo senso Stefano Poli è stato essenziale: ci ha accolti come fossimo un gruppo di vecchi amici, e ci ha raccontato questo luogo speciale con un entusiasmo e una competenza incredibili. Tra l’altro ho poi avuto occasione di incontrarlo di nuovo, mentre era in partenza per una missione… al Polo Sud, in Antartide. Beh, per lui i Poli sono intercambiabili: <i>omen nomen.</i>
    Un resoconto di viaggio alle Svalbard non finirebbe più, perché lassù ogni cosa è speciale, quindi ogni piccolezza sarebbe degna di un racconto. Tra l’altro tra poco usciranno in dvd con la rivista, le puntate che abbiamo girato e nelle quali potrete vedere dal vivo tutto quello che vi ho raccontato (compreso Orso che fa la cacca). Ma se promettete di non fraintendermi, l’ultima osservazione la vorrei riservare… alle donne. Ho conosciuto diverse ragazze alle Svalbard: Al allevava cavalli coi quali porta in giro i turisti o i ricercatori, Aniuri ha messo in piedi un Hotel sullo stile delle vecchie baracche dei minatori e porta in giro i turisti in slitta coi cani, Trine fa la guida, come Stefano. Devo ammettere che sono affascinanti, e a volte me le sogno ancora: fortissime, determinatissime. Io la moda dell’ombelico fuori non l’ho mai capita, ma devo ammettere che quando ho visto Trine uscire la sera col pancino nudo a meno 25 ho pensato che decisamente i norvegesi sono una specie umana del tutto speciale…
    Anche Nobile rispetto a loro non fece una gran bella figura, per fortuna a rappresentare l’Italia ora c’è Stefano Poli, che è considerato la migliore guida dai norvegesi stessi.

    Patrizio