1. Etiopia le radici dell'umanità

    di , il 20/8/2006 11:43

    Cari amici

    Come accennato da Pat l' Etiopia è l'unico paese che non ha subito mai, tranne il breve periodo fascista, alcuna colonizzazione.

    Il paese mantiene viva la tradizione cristiana e tutte le fonti che portano alla conoscenza divina sono state trovate proprio in questa terra compreso il primo ritrovamento umano più antico " una donna ". Non solo ma l' Ethiopia e la patria spirituale del movimento Rastafariano e del Cristianesimo rimasto puro ed intantto sin da Menelik figlio della regina di saba . La musica Reggae identifica con Zion la terra di provenienza del'imperatore Hailè Selassie - RastafarI...

    Sono contento per Bunna, esponente degli Africa ma purtroppo sarebbe stata appropriata la presenza di un Rasta, Bunna non lo è, per approfondire anche l'aspetto spirituale di una terra che ha dimenticato quasi le sue radici.

    Ps fu proprio Haile Selassie a scacciare e riconquistare l'Etiopia dall'aggressione fascista.

    Rasta nah joke

  2. Robin
    , 4/9/2006 11:32
    ronf ..... ronf .......
  3. sergio1
    , 1/9/2006 19:24
    Dagli ultimi interventi ho avuto ulteriore conferma di quanto sia difficile il recupero della verità storica di fronte ad un lavaggio del cervello operato da oltre mezzo secolo di “vulgata resistenziale”, ad ulteriore conferma del vecchio detto: “non c’è peggior cieco o sordo di chi non vuol vedere o sentire!
    Difatti, di per se l’ignoranza su di un argomento non è fastidiosa, ma lo diventa quando invece di motivare allo studio si trasforma in pretesa e prosopopea, ergo chi non conosce un determinato argomento (e ciò vale per chiunque di noi), non può ne deve nascondersi dietro slogan moralistici pretendendo di dare valutazioni fondate soltanto sull’indottrinamento di “regime” senza sapere realmente di cosa si parla e dando commenti basati su di una immagine speculare (vero Caterina?), ovvero può affermare pretese violazioni di regolamento non sapendo rispondere storicamente, pretendendo una censura che a parti invertite sarebbe stata tacciata di antidemocrazia ed intolleranza.
    Ma forse proprio questo conferma perchè anche oggi il fariseismo è sempre di moda!
    Con riferimento alla lettera di Massimiliano si può aggiungere che per analogia con le sue menzionate latrine, forse certi “allineati” conformismi del forum potrebbero essere qualificati come tipici dei moralisti da latrina, ma per tornare allo specifico è sufficiente aggiungere che l’attuale situazione Etiopica è stata mostrata perfettamente nell’ultima puntata da Patrizio, il quale era spesso visibilmente e comprensibilmente negativamente impressionato e preoccupato (idem per Syusy nelle altre nazioni africane visitate), nel girare un paese che da quando sono andati via gli Italiani (ovviamente quelli degni di tale nome) è ritornato al livello adeguato soltanto alla barbarica epoca del negus, ove la vita umana vale meno di nulla.
    Per quanto riguarda gli storici veri, ti consiglio di cominciare a leggere i testi di Irving, Pisanò, De Felice, ecc., mentre in merito all’opera Italiana in Etiopia forse non hai letto il resoconto storico da me esposto con la mia prima missiva e cioè: “...i primi risultati della conquista italiana in Etiopia (sulla quale si può essere d’accordo o meno, ma tale parere non deve far occultare la reale descrizione su quanto ivi operato) furono l’immediata abolizione della schiavitù che da secoli lì esisteva e prosperava grazie al negus amico e compare degli inglesi, (l’Etiopia era la principale nazione schiavistica del mondo!).
    Dall’Italia in Etiopia arrivarono non solo soldati ma operai di imprese stradali, contadini, autisti, insegnanti, medici ecc. i quali, appena arrivati, impararono immediatamente la parola “arcù” che significa amico, e amici per gli etiopi gli italiani lo diventarono subito, creando con il loro lavoro la rinascita di una Nazione e di un popolo africano per troppo tempo schiavizzato; è sufficiente ricordare che su tutto l’immenso territorio etiope vennero create, da 60.000 operai italiani e da 160.000 operai indigeni, migliaia di km di strade asfaltate e non, ponti e ferrovie ecc.
    Addis Abeba e ogni altro villaggio vennero trasformati in veri centri urbani che nulla avevano da invidiare alle città europee grazie alla costruzione di case al posto di miserabili tucul, ospedali anche per la maternità e l’infanzia, lebbrosari, scuole, mercati, fabbriche, porti, aeroporti, luce elettrica, cinema, alberghi, teatri, fognature, ecc., in altre parole tutto ciò, che prima non esisteva, venne creato dal nulla”.
    Ma tutto questo oggi non esiste più!
    Se poi la verità storica, la pura e semplice narrazione storica da fastidio a qualcuno il problema non è certamente mio, ma è di chi preferisce vivere nell’ideologica falsificazione inculcatagli, di chi non riconoscendo più la verità è sicuramente ben gratificato dall’attuale società occidentale priva di valori, asservita al consumismo, alla perversione morale ed alla sopraffazione del più debole.
    In conclusione, caro Massimiliano se ti trovi realmente tanto bene in mezzo alle attuali manifestazioni etniche etiopi, in luoghi tanto belli, ed in mezzo a gente tanto fantastica .. rimani pure là!
  4. Memy
    , 29/8/2006 11:48
    Ma Sergio ha mai letto Del Boca ?
    E' mai stato in Etiopia ?
    Come si fa a paragonare l'utilizzo dei gas e delle armi chimiche che hanno fatto strage di civili alle pallottole dum dum sparate sui militari da chi cercava di difendersi da un'invasione ???

    Quando giri per Addis incontri vari monumenti per ricordare alcune stragi compiute dagli italiani ti senti a disagio, quando vai ad Harar e visiti la Tomba dell'Emito Nur ( uno dei più importanti luoghi di culto ) ti raccontano che gli italiani appena sono arrivati l'hanno trasformata in latrina il disagio aumenta ma poi quando parli con le persone ti senti meglio perchè anche gli anziani sono ben disposte nei nostri confronti e ti dicono che anche noi abbiamo dovuto subire Mussolini.................
    Una lucidità che mi ha colpito tantissimo e che non so se io potrei avere; di buono abbiamo lascito il comportamento umano di uona parte delle truppe ed il tessuto stradale che è fondamentale ache per lo sviluppo odierno ma basta per non avere anche un piccolo senso di colpa ?

    Io piuttosto ho trovato inesatto quando si è accennato al fatto che il 90% della popolazione è analfabeta !!
    Era vero nel 1950 ma ora il tasso di alfabetizzazione è tra il 55 ed il 60% !!
    L'Etiopia sta cercando di crescere ma è un paese estremamente variegato e se è vero che nella meravigliosa zona dell'Omo l'istruuzione è molto limitata, nella regione di Addis Ababa si può dire il contrario.

    Comunque l'Etiopia è davvero bella e la gente è fantastica e consiglio a tutti di visitarla; meglio farlo al più presto perchè fatalmente le tribù dell'Omo stanno cambiando....

    Ciao

    Massimiliano
  5. Robin
    , 28/8/2006 17:29
    Ho letto con interesse i primi post, e, confesso di essermi accorta della mia ignoranza su questo argomento..... il topic del forum è interessante .... ma Sergio perchè non ti rilassi un po'??
    Sfido chiunque a leggere quel calderone di roba che postato ........ ronf...
    E comunque ricordati che quì, sei "ospite" dei coniugi viaggiatori......rispetta almeno le regole del sito.......
  6. CaterinaC
    , 28/8/2006 10:05
    non ho avuto tempo di leggere tutto, ma dalle prime righe si capisce dove va a parare... E' un peccato che tu utilizzi questo sito violandone le regole. (le avrai lette quando ti sei registrato!). E' un peccato che ci sia gente che chiude gli occhi ignorando le brutture o nascondendo la testa sotto la sabbia, fingendo che nulla di brutto sia accaduto nella storia passata, o che avesse delle giustificazioni. (Questo vale per tutti i regimi di sinistra e di destra che in passato hanno compiuto repressioni, etc.). O che "selezioni" ad hoc pregi e virtu' di personalità storiche e di regimi, dimenticando ciò che è scomodo ricordare.
    Rispondo solo perchè mi citi. Ho voluto citare fonti "semplici" e accessibili a tutti, però vedo che chi ha postato dopo di me, ha invece indicato un sito storico e ti pregherei di leggere bene su quel sito, dopo potrai parlare di onestà intellettuale.
    Spero tu abbia visto anche la puntata di ieri.
    Il bello di questo sito è che ci navigano tante teste pensanti, non temere ognuno di noi, ha approfondito ed ha una propria idea!
  7. sergio1
    , 26/8/2006 20:05
    Cari amici viaggiatori,
    nei giorni successivi alla mia iniziale comunicazione riferita al viaggio in Etiopia di chi ci ospita nel forum, mi sono divertito a leggere i vari messaggi di replica sull’argomento che, evidentemente, ha riscosso molto interesse.
    E si, poichè alla mia contestazione sulla puntata, non basata certamente sulle valutazioni politiche che ognuno di noi ha, ma sulla discrepanza di quanto affermato dai coniugi viaggiatori rispetto alla realtà storica dell’Africa orientale, gran parte di coloro che hanno esternato la loro opinione facendo finta di ignorare quanto da me ricordato e precisato in merito alla immensa ricostruzione morale e materiale effettuata nei territori africani dagli Italiani, hanno preferito rifugiarsi nella solita stantìa demagogia, nell’abusato e generico copione figlio del male oscuro che da oltre mezzo secolo attanaglia il mondo occidentale tra cui l’Italia, e cioè la volontà mistificatoria per nascondere la verità storica non tanto basata sull’ignoranza (che per chiunque sia culturalmente onesto dovrebbe essere solo stimolo allo studio), ma sulla ideologica rappresentazione di “regime” fondata sul discredito del fascismo e di chiunque altro avversario, sul cd. “political correct” come ordinato dalle plutocrazie nemiche dell’Italia ai loro asserviti (che per loro tramite gestiscono i mezzi d’informazione), ed oggi reali “padroni” del mondo occidentale grazie alla loro vittoria bellica.
    E per confermare ciò, per trovare conferma al solito artificioso copione della “narrazione storica” attuato dai “liberatori”, sarebbe sufficiente ricordare ed esaminare come sono state e sono prospettate dai mass media le guerre recentemente scatenate in Iraq, Serbia, Afganistan, ecc. e come viceversa, vengono nascoste alla pubblica informazione le conseguenze tragiche ivi provocate da detti moderni “liberatori” alle popolazioni locali.
    Ma l’argomento ci porterebbe lontano dal nostro esame riferito alla occupazione Italiana dell’Etiopia.
    Prima di integrare gli argomenti (sempre e soltanto con narrazioni storiche) alcune piccole precisazioni su due messaggi per i quali esco un attimo dal resoconto storico: per quanto riguarda Caterina C. chi vuole essere credibile tanto per cominciare non si deve nascondere dietro “neutralismi” di facciata e subito smascherati dal tipo di narrazione e di commenti tendenti nel far passare le presunte affermazioni del negus schiavista Selassiè come se fossero state la realtà, ma deve riportare i fatti nella loro interezza e, nello specifico, doveva avere almeno il coraggio di riportare cosa decise la Società della Nazioni sul punto; per quanto riguarda rasta si può solo aggiungere non solo che la vergogna da lui menzionata egli la può ben osservare quale immagine speculare viste le sue affermazioni limitate a patetici slogan figli di una crassa ignoranza e voluto asservimento al negus vero nemico del popolo etiope, ma anche per aver parlato di fuoco eterno riferito al prossimo ma del quale dovrebbe preoccuparsi principalmente lui quale presumibile infedele.
    Ma torniamo ai fatti storici riferiti all’area geografica dell’Etiopia.
    Premessa: la prima forma storica dell’impero etiopico fu il Regno di Axum
    (dal nome della sua capitale) che si trovava nella provincia del Tigrè a nord
    dell’attuale Etiopia e, secondo una vecchia leggenda, la dinastia regale di Axum
    discenderebbe dalla regina di Saba.
    Sino agli inizi dell’attuale secolo, l’Abissinia, allora dai confini molto
    ristretti, si accrebbe con una politica di conquiste intraprese dal Negus
    Menelik e proseguita da Selassiè, sottomettendo e annettendo all’Abissinia i
    territori dei Galla, Sidano, Arusi, i regni negri di Kaffa e Wolamo, lo Yambo,
    il Barau, il sultanato di Tiern e, addirittura, nel 1935 il sultanato di Jimma.
    È una realtà che queste conquiste altro non erano che spedizioni per razzie di
    schiavi.
    Furono i Governi pre-fascisti (e non fascisti) ad avere mire sull’impero
    etiopico, ergo nei periodi storici di fine 800 ed inizio 900 in cui il colonialismo
    era di moda.
    Analizziamo, pur se sinteticamente, i fatti: 1882, inizio della
    politica coloniale. Impianto delle colonie di Assab. 1885, occupazione di
    Massaua (Mussolini aveva due anni), 1887, fu inviato sconsideratamente in quelle terre un reparto composto da appena cinquecento uomini al comando del tenente-colonnello Carlo De Cristoforis, reparto che fu massacrato da truppe abissine guidate dal Ras Alula. 1888, spedizione di 20 mila uomini al comando del generale San Marzano contro l’Abissinia. Il sultanato di Obbia sulla costa dei Somali diventa protettorato italiano.
    1889, Trattato di Uccialli: protettorato italiano sull’Etiopia.
    Estensione del protettorato sulla costa dei Somali. 1890, i possedimenti
    italiani sulla costa africana del mar Rosso vengono raggruppati in un’unica
    colonia che prende il nome di Eritrea. 1895, guerra all’Etiopia. 1896, il
    Governo Crispi fu il responsabile, per beghe di partito fra liberali e
    l’opposizione socialista, del mancato invio dei rinforzi alla spedizione
    italiana comandata dal generale Baratieri che, proprio per le inadeguate forze a
    sua disposizione, subì una disastrosa sconfitta ad opera del Negus Menelik ad
    Adua. Erano eventi che avevano marcato in profondità la coscienza di almeno un
    paio di generazioni di italiani. L’umiliazione di quelle sconfitte era sentita,
    come sostengono alcuni commentatori: "al di là di quanto imposto dalla sua
    entità sia sul piano militare che politico". Ma gli appetiti coloniali dei
    Governi pre-fascisti si svilupparono anche verso il Nord Africa. Fu infatti il
    Governo Giolitti a volere l’impresa di Libia che persino Benedetto Croce, nella
    sua Storia d’Italia, scritta polemicamente durante il fascismo, la esaltò come
    iniziativa di sensibilità politica. E ancora: 1908, tutti i possedimenti
    italiani sull’Oceano Indiano vennero conglomerati sotto l’ unico nome di Colonia
    della Somalia Italiana. 1911, ultimatum alla Turchia e inizio della guerra
    italo-turca. Occupazione di Tripoli. La guerra venne estesa dalla flotta, oltre
    che in Tripolitania, anche nel Mar Egeo e nel Mar Rosso. Occupazione delle isole
    di Stampalia, di Rodi e di tutto il Dodecanneso. 1912, la Camera approvò con 431
    voti su 470 e al Senato all’unanimità la sovranità italiana sulla Libia. Pace di
    Losanna tra Italia e Turchia. Istituzione del Ministero delle Colonie. Né va
    dimenticato che la riappacificazione della Libia, avvenuta nel primo dopoguerra,
    fu condotta, con mano di ferro, dal liberaldemocratico Giovanni Amendola, allora
    Ministro delle Colonie.
    In questo contesto, va ricordata l’Albania dal 1920, ecc.
    Se quindi, ci fossero colpe da addebitare al Governo Mussolini, queste sono
    di essere riuscito lì dove i Governi pre-fascisti delittuosamente fallirono.
    Come si giunse al conflitto italo-etiopico?
    Dopo i disastri sopra accennati, sull’Etiopia si erano concentrati gli
    interessi, oltre che commerciali anche strategici, della Gran Bretagna e della
    Francia. A testimonianza della crescente attenzione, su quella zona africana,
    delle potenze europee, è l’attestato dell’accordo, siglato nel 1906, il quale
    fissava le rispettive zone d’influenza in Etiopia fra quelle due potenze e
    l’Italia.
    I nostri rapporti con quel Paese africano si andarono deteriorando nel 1930.
    La tensione nei rapporti italo-etiopici si aggravarono alla fine del 1934 quando
    un contingente abissino si accampò davanti al fortino di Ual-Ual difeso
    dai Dubat, soldati somali fedeli all’Italia, al comando del capitano Roberto
    Cimmaruta.
    Ual-Ual era una località posta al confine, sin da allora incerto, fra
    Somalia ed Etiopia, ma mai rivendicato dal Governo Abissino.
    Il 5 dicembre di quell’anno, dopo che i Dubat rifiutarono la richiesta
    abissina di sgombero, questi scatenarono l’assalto e lo scontro si concluse
    all’alba del giorno seguente con la vittoria italiana, ma le nostre truppe
    coloniali lasciarono sul terreno 120 morti.
    Bruno Barrella su Il Giornale d’Italia del 18 luglio 1993, rammentando i
    fatti di Ual-Ual, scrive: "È l’ultimo di una catena di episodi di sangue che
    avvenivano lungo uno dei confini più labili dell’epoca”.
    Dieci giorni dopo Ual-Ual, il Negus, nonostante la sua piena responsabilità nella strage, chiede alla Società delle Nazioni l’avvio della procedura necessaria per un arbitrato internazionale per dirimere i contrasti con Roma. Mussolini invece pretende le scuse, la punizione dei responsabili e il riconoscimento della sovranità italiana sulla regione dove sono avvenuti gli incidenti.
    Ogni composizione attraverso gli organismi internazionali, fa sapere, non è desiderata né accettata. Ed a Pietro Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, vengono assegnati i piani della guerra.
    Per risolvere pacificamente il dissidio creatosi a seguito degli incidenti
    di Ual-Ual, venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica, presieduta
    dallo specialista greco di diritto internazionale Nicolaos Politis. La
    commissione il 3 settembre 1935 emetteva la sentenza attribuendo le cause degli
    scontri agli atteggiamenti ostili di alcune autorità locali abissine,
    escludendo, di conseguenza, ogni responsabilità italiana.
    Una testimonianza forse unica, sulle colpe abissine per gli "incidenti" ai
    pozzi di Ual-Ual, ci viene fornita da un lettore de Il Giornale d’Italia, che in
    data 20/08/1996, quale persona presente ai fatti, scrive: "Il sottoscritto in
    compagnia di un maggiore del Regio Esercito nel territorio di Ual-Ual, vide i
    14.000 armati etiopi che il Negus inviò contro la Somalia italiana, lungo il
    fiume Uebi Scebeli (3.000 su una riva del fiume ed 11.000 dall’altra riva) e che
    solamente dietro intervento dell’aeronautica italiana, in particolare del
    velivolo comandato dal M.llo pilota Perego si riuscì a far indietreggiare il
    predetto contingente. Purtroppo diversi militari etiopi, disertori o
    disgregandosi (così nel testo) rimasero lungo il confine ed imbattendosi
    con i Dubat italiani, originarono l’intervento Italo-etiopico".
    Mussolini cercava l’assicurazione che, in caso di conflitto, Francia e
    Inghilterra non sarebbero state ostili. Per quanto riguarda la Francia,
    nell’incontro di Roma del 4 gennaio 1935 con il Primo Ministro francese Laval,
    in cambio di una politica più morbida dell’Italia nei Balcani e un freno
    nelle rivendicazioni dei diritti italiani in Tunisia, assicurò il benestare
    francese all’iniziativa italiana in Etiopia.
    L’Inghilterra, invece, a mezzo del suo Ministro degli Esteri Antony Eden per
    il Governo Baldwin presentò a Roma una proposta di compromesso che si articolava in questo modo: l’Etiopia avrebbe ceduto all’Italia l’Ogaden ricevendo in cambio dall’Inghilterra il porto di Zeila. Ma questo avrebbe accresciuto il prestigio dell’Etiopia a danno dell’Italia che, con l’Ogaden, avrebbe ricevuto kilometri quadrati di sterile deserto. I giornali di allora scrissero che era una proposta indecente.
    Alessandro Lessona, allora Ministro delle Colonie del Governo Mussolini, nel
    1937, così testimoniò: "Io ho il privilegio d’essere l’unico collaboratore di
    Mussolini a conoscenza del suo segreto pensiero e devo, per la verità,
    dichiarare solennemente ch’egli si augurò sempre di evitare il conflitto armato
    con l’Etiopia. Anche quando più decisi erano i preparativi, continuò a coltivare
    la speranza che "ritenendolo deciso alla guerra" si potesse giungere ad una
    soluzione pacifica. Cadono dunque le illazioni e le responsabilità che si sono
    volute addossare sulle spalle di Mussolini per aver voluto provocare la guerra
    etiopica ed aver così acceso la fiammella della seconda guerra mondiale. Se
    responsabilità vi furono, sono da attribuire alla testardaggine, all’animosità
    con le quali Eden condusse le trattative ginevrine".
    Ma cos’era in definitiva che spingeva la diplomazia inglese ad una simile
    linea? una volta che l’Etiopia fosse stata popolata da milioni di
    coloni italiani e dotata di un esercito formato da nazionali ed indigeni,
    essendo quel Paese posto in una posizione strategica vitale nel seno
    dell’Africa, sarebbe stato un serio pericolo per i possedimenti britannici in
    quelle aree.
    Altro motivo probabilmente valido è quello esposto da Luigi Rossi in:
    Uomini che ho conosciuto: Mussolini, pag. 335:
    "Fu proprio la visione anticolonialista ed antimperialista di Mussolini (che
    rompeva gli schemi classici degli interessi afroasiatici di Londra) ad
    impressionare sfavorevolmente gli inglesi. Mussolini, a proposito del problema
    delle colonie (in rapporto all’ipotesi di un reintegro dei tedeschi in Africa),
    aveva sostenuto che per superare i vecchi schemi (visti i fermenti suscitati
    dopo la guerra soprattutto da Gandhi), occorreva un salto di qualità. Era
    necessaria, quindi, un’integrazione euro-afro-asiatica per valorizzare
    globalmente le tecnologie industriali più avanzate e le risorse di materie prime
    dei Paesi inseriti nel circuito coloniale, allargando i benefici comuni a tutte
    le popolazioni indigene. Era allora una concezione ardita (...)".
    Gli avvenimenti precipitavano: il 20 agosto Mussolini inviò una lettera a De
    Bono, posto a capo del corpo di spedizione italiano in quel settore: "Io credo
    che dopo il 10 settembre tu debba senz’altro aspettare la mia parola d’ordine".
    Il 20 settembre la Home Fleet inglese entrava nel Mediterraneo con lo scopo evidente di dissuadere l’Italia da ogni azione in Etiopia; si trattava di una forza mai
    vista in tempo di pace: 6 navi da battaglia, diciassette incrociatori di vario
    tonnellaggio, il tutto scortato da 53 caccia, undici sommergibili, più una gran
    quantità di unità di appoggio.
    Su queste considerazioni, il Duce preparò una relazione e la presentò al Re.
    Così Vittorio Emanuele III rispose al suo Primo Ministro: "Sapevo quasi tutto
    quello che lei m’ha schiettamente riferito. So pure dell’opposizione, cauta ma
    viva, che si è diffusa tra i suoi principali collaboratori. M’hanno informato e
    so i nomi di molti generali e ammiragli che paventano e discutono troppo.
    Ebbene: adesso proprio che gli inglesi sono nel nostro mare e credono di averci
    spaventati, adesso il suo vecchio Re le dice: - Duce, vada avanti. Ci sono io
    alle sue spalle. Avanti, le dico!".
    Ricevuto l’ordine di Mussolini, il 3 ottobre le truppe di De Bono varcarono
    il fiume Mareb, che segnava il confine fra l’Eritrea e l’Etiopia.
    Il 7 ottobre l’Italia fu dichiarata Paese aggressore e il 10 ottobre 1935,
    in virtù dell’art. 16 dello Statuto della Società delle Nazioni, il Ministro
    britannico riuscì a mettere insieme una maggioranza di 51 Stati su 54 che
    votarono a favore dell’applicazione di sanzioni economiche contro l’Italia. Era
    la prima volta, dalla costituzione della Società delle Nazioni, che tale
    procedura veniva applicata; iniziava quella fase che avrebbe fatalmente portato
    l’Italia a schierarsi dall’altra parte e questo per la difesa di un Paese che, come disse poi il Segretario degli Affari Esteri inglese, Lord Simon alla Camera dei Comuni il 24 giugno 1936: "Io non ero disposto a veder andare una sola nave in una battaglia navale anche vittoriosa per la causa dell’indipendenza abissina".
    E allora, perché le sanzioni?
    Questa domanda assume un aspetto ancor più inquietante leggendo quanto disse
    un altro membro della Camera, Lord Mottiston, rispondendo alla domanda perché
    non si opponeva all’impresa italiana in Abissinia: "Volevo distruggere la
    ridicola aberrazione per cui sembrava una cosa nobile simpatizzare per le bestie
    feroci. La legge abissina era di mutilare i vivi e poi seppellirli nella sabbia
    affinché morissero. C’era allora un milione di questa genìa; io speravo che
    coloro i quali volevano indire manifestazioni contro gli italiani si
    ricordassero che i prodi figli d’Italia affrontavano proprio allora quegli
    sciagurati (...). Avevo telegrafato al generale De Bono sul problema della
    schiavitù in Abissinia, rispose che le truppe italiane erano state accolte col
    più commovente entusiasmo non solo da quelli che erano stati ridotti in
    schiavitù ma anche dalla popolazione media (...). Rivelai tutto ciò alla Camera
    dei Lords il 23 ottobre 1935. Io dissi che era un’infamia mandare armi o
    cooperare all’invio di armi ai brutali, crudeli abissini e negarne agli altri
    che combattevano con onore (...). Il comandante italiano in Abissinia aveva
    telegrafato a Mussolini: "Come sapete ho viveri e vestiario sufficiente per le
    truppe per i prossimi mesi, ma non vedo come potrei nutrire anche 120 mila
    uomini, donne e bambini che vengono a porsi sotto la nostra protezione".
    Mussolini rispose: "Dobbiamo assumerci tale rischio. Continuate a nutrire la
    popolazione indigena come prima" (...)".
    Iniziava così l’avventura etiopica che, come disse Churchill: "Il ricordo
    della disfatta umiliante che l’Italia aveva subito quarant’anni prima ad
    Adua, e della vergogna quando il suo esercito era stato non solo distrutto, ma i
    prigionieri erano stati oscenamente seviziati, si annidava esacerbato nella
    mente di tutti gli italiani".
    In ogni caso, mai il consenso del popolo per Mussolini fu più alto; per
    rispondere alle inique sanzioni, fu indetta la Giornata della Fede, tendente a
    raccogliere oro per far fronte alle difficoltà dovute al provvedimento della
    Società delle Nazioni. Solo a Roma 250 mila spose donarono le loro fedi, 180
    mila a Milano. Tutta l’Italia fu percorsa da un’ondata di entusiasmo come mai si
    verificò nei secoli passati. Si può dire che l’Italia aveva, finalmente, il suo
    popolo omogeneo, da Nord a Sud.
    Gli stessi antifascisti si allinearono alla politica mussoliniana: Benedetto
    Croce donò la sua quantità d’oro e la sua medaglia di senatore, seguito dal
    liberale ed ex direttore del Corriere della Sera Albertini; nello stesso modo
    agirono Vittorio Emanuele Orlando e il socialista aventiniano Arturo Labriola,
    rientrato in Italia dal suo esilio a Bruxelles, dopo aver comunicato la sua
    solidarietà all’Italia fascista.
    Gli stessi comunisti lanciarono il loro appello ai fratelli in Camicia Nera.
    La dichiarata tradizionale amicizia italo-britannica era in frantumi. Il
    Governo inglese agiva come se la pace europea si difendesse nel Corno d’Africa e
    non, invece, per quanto stava accadendo in Europa.
    Molto acutamente Trevelyan nella sua Storia d’Inghilterra, a pag. 834: "E
    l’Italia, che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti
    con l’Austria e coi Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania dalle -
    sanzioni economiche - decretate e applicate per “l’aggressione” di
    Mussolini contro l’Etiopia (1935-1936). In questo disgraziato episodio,
    l’Inghilterra non ebbe la risolutezza né di rifiutare il suo intervento né di
    intervenire sul serio. Si sacrificò l’Europa all’Abissinia, senza salvare
    l’Abissinia".
    "Fu gettata nelle braccia della Germania (...)" Questa frase richiama
    singolarmente quella di Churchill: Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini (...)". Tutto ciò non era che la logica conseguenza dei fallimenti di tutte le iniziative per il disarmo e le soluzioni negoziate, fallimenti dovuti agli egoismi e alla cecità che generarono dal famigerato Trattato di Versailles.
    Alle sanzioni non aderirono Stati Uniti, Giappone e Germania. Furono i diplomatici
    di quest’ultimo Paese, approfittando della singolare situazione politica europea,
    abili nel cogliere il momento favorevole e sfruttarlo a proprio vantaggio.
    Nel tentativo di esporre le ragioni del Governo italiano, Guglielmo Marconi
    si recò a Londra, ma non solo cozzò contro l’intransigenza britannica, ma la
    Corona inglese giunse a tal punto d’arroganza da offrire al nostro grande
    scienziato un titolo nobiliare purché si astenesse dal dimostrare la sua
    adesione all’impresa etiopica. È superfluo aggiungere che Guglielmo Marconi
    rifiutò sdegnato l’oltraggiosa offerta.
    Chi si avvantaggiò di questa situazione fu Hitler che vedeva prendere sempre
    più forma il suo disegno tracciato nel Mein Kampf: un’alleanza politico-militare
    tra Italia e Germania. A tal scopo mobilitò abilmente la stampa tedesca che,
    sull’onda emotiva delle sanzioni, si prodigò in dichiarazioni di simpatia e di
    amicizia per il nostro Paese e, in particolare, per Mussolini. E Mussolini si
    trovò a subire il dinamismo hitleriano in quanto i margini di manovra per altra
    politica si erano paurosamente ristretti, ma anche perché e soprattutto perché
    l’Italia dipendeva principalmente dalla Germania per le forniture delle materie
    prime.
    La sera del 5 maggio 1936, di fronte a una folla immensa, dal balcone di
    Palazzo Venezia, Mussolini annunciò la vittoriosa conclusione dell’impresa
    africana e, fra l’altro, proclamò: "Nell’adunata del 2 ottobre, io promisi
    solennemente che avrei fatto tutto il possibile onde evitare che un conflitto
    africano si dilatasse in una guerra europea. Ho mantenuto tale impegno e più che
    mai sono convinto che turbare la pace in Europa significa far crollare
    l’Europa". Poche volte una profezia si è trasformata in storia come nel caso
    appena citato.
    Il 9 maggio dello stesso anno, tra le 22,30 e le 22,45, Mussolini pronunciò
    un altro discorso: "Il discorso della proclamazione dell’Impero". Quando si
    affacciò al balcone un urlo immenso si levò dalla folla: "Anche stavolta
    l’adunata oceanica è impressionante"
    "(...) L’Italia ha finalmente il suo Impero, Impero fascista, perché porta i
    segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché
    questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le
    energie prorompenti e disciplinate dei giovani, gagliarde generazioni italiane.
    Impero di pace, perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide
    alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di
    vita. Impero di civiltà e umanità per tutte le popolazioni d’Etiopia. Questo è
    nelle tradizioni di Roma, che dopo aver vinto, associava i popoli al suo
    destino".
    Questi principi di civiltà sono confermati da Renzo De Felice ne: Intervista
    sul fascismo, pag. 52: "Non si tratta di imperialismo di tipo inglese o
    francese: è un imperialismo, un colonialismo che tende all’emigrazione, che
    spera cioè che grandi masse di italiani possano trapiantarsi in quelle terre per
    lavorare, per trovare quelle possibilità che non hanno in Patria. Insomma non si
    parte tanto dall’idea di sfruttare le colonie, quanto soprattutto dalla speranza
    di potervi trovare terra e lavoro".
    È quello che francesi e inglesi non intendevano tollerare: sarebbe stato un
    esempio pericoloso per la politica coloniale di quei Paesi che non volevano
    saperne di cambiare, cioè mantenere il principio che le colonie erano terre da
    sfruttare.
    Cessata la guerra in Africa, cessò anche a Ginevra: qui il 30 maggio 1936
    Hailè Selassiè avanzò una proposta tendente a non far riconoscere la conquista
    italiana; venne respinta con 28 voti contro 1 e 25 astensioni. Il 4 luglio
    successivo l’Assemblea, quasi all’unanimità votò per la fine delle sanzioni. Fu
    un innegabile successo di Mussolini, ma una sconfitta del buon senso.
    Osserva Trevelyan in Storia d’Inghilterra, pag. 834: "Gli storici futuri
    avranno lo sgradevole compito di ripartire la colpa dei molti errori commessi
    fra i successivi Governi inglesi e l’opposizione e l’opinione pubblica i cui
    umori mutevoli sono stati spesso accarezzati dai Governi con troppa docilità".
    Infatti il danno era compiuto: Inghilterra e Francia avevano mostrato la
    propria ostilità al Governo fascista. Ma altri errori, forse (semmai possibile)
    ancora più gravi, saranno posti in atto addirittura nelle settimane successive.
    Anche la Chiesa di Roma elogiò l’impresa etiopica: il gesuita Antonio
    Messineo su Civiltà Cattolica plaudì con due saggi intitolati: L’annessione
    territoriale nella tradizione cattolica e Necessità economica ed espansione
    coloniale.
    Fu il Cardinale Ildefonso Schuster a richiamare la volontà divina:
    "Cooperiamo con Dio in questa missione nazionale e cattolica in bene, in questo
    momento in cui sui campi d’Etiopia il vessillo d’Italia reca in trionfo la Croce
    di Cristo, spezza la catena degli schiavi, spiana la strada ai missionari del
    Vangelo".
    Pochi anni dopo, nel momento del maggior bisogno, tutto sarà nascosto e
    dimenticato.
    Il clero anglicano prese posizione ma, al contrario della Chiesa cattolica
    era allarmato dei successi italiani (e aveva fondati motivi per preoccuparsi)
    perché l’Italia cattolica (che non era più l’Italietta) minacciava di erodere
    l’impero britannico anche per mezzo della religione. Scrive in merito Franco
    Monaco a pagina 76 del Quando l’Italia era Italia: "Di qui le prediche contro
    l’Italia, feroci e calunniose, del primate Arcivescovo di Canterbury e del
    Vescovo di York. Agli inglesi non si poteva dare torto. In effetti le nostre
    aspirazioni andavano molto più in là delle loro stesse paure. Un giorno tutta
    intera la fascia orientale africana, con l’Egitto, il Sudan e giù fino
    all’Uganda e al Kenya, avrebbe potuto vederli finalmente partire per sempre.
    L’Etiopia non era che il primo passo, il primo di un cammino non solo politico:
    poiché la Nazione giovane portava nel suo seno il cuore del Cattolicesimo e le
    due forze si integravano (...)".
    Certamente i timori britannici erano fondati; si consideri, oltretutto, che
    il Governo italiano prevedeva di inviare in Etiopia ben 15 milioni di coloni e
    all’uopo stava predisponendo grandiosi lavori strutturali.
    Per il leone britannico era troppo!
    E’ opportuno rilevare in questa sede anche che la conquista dell’Etiopia e la successiva proclamazione dell’Impero, furono salutate dalla stampa ebraica e dalla stragrande maggioranza degli ebrei italiani, con esultanza.
    Su Israel del 10 ottobre 1935, in occasione del Kippur, i Rabbini invocarono
    il favore divino "in quest’ora storica e su chi regge i destini e sui valorosi
    soldati italiani".
    In ampie zone dell’Etiopia, fra Gondar e il lago Tana, vivevano popolazioni
    di religione giudaica: i falascià. L’Unione delle Comunità giudaiche, nel 1936,
    prese contatto con il Ministro delle Colonie, Lessona, allo scopo di assistere e
    organizzare gli ebrei etiopici. Da parte del Ministro ci fu la massima disponibilità.
    L’incarico di questa operazione fu assunto dal Rabbino Carlo Alberto
    Viterbo.
    A fine luglio 1936 C.A. Viterbo partì per l’Africa Orientale e il 22 agosto
    successivo si incontrò ad Addis Abeba con il Maresciallo Rodolfo Graziani "che
    gli manifestò la sua comprensione e simpatia per gli israeliti" e lo assicurò
    che: "le popolazioni falascià, note per il loro spirito laborioso, avrebbero
    ottenuto la particolare benevola attenzione del Governo".
    Uno dei risultati di questa iniziativa fu che molti ebrei etiopici vennero a
    studiare, negli anni successivi, in Italia.
    Prima di chiudere l’argomento del conflitto italo-etiopico, non è male
    riportare quanto, recentemente, (febbraio 1996) alcuni giornali hanno titolato: Il
    Duce in Etiopia usò i gas. Sono scoperte ripetute da Denis Mac Smith e
    immediatamente ampliate da Angelo Del Boca. Le smentite vengono proprio da
    coloro che erano sul posto e sono innumerevoli. Ne riportiamo solo due perché
    racchiudono nei concetti le motivazioni delle altre.
    Il Signor Toni Summanga di Venezia, l’8 maggio 1991 su Il Giornale fra
    l’altro ricorda: "Francia e Inghilterra deluse del mancato fallimento
    dell’operazione diffusero subito la voce che gli italiani avevano usato i gas.
    Io in Africa Orientale ci sono stato. Appena arrivato ad Addis Abeba, mi fu
    chiesto da un commerciante francese che risiedeva sul posto se avevamo usato i
    gas. Da Massaua ad Addis Abeba, non ho mai visto né sentito parlare di maschere
    che pure avremmo dovuto usare se avessimo lanciato i gas. Abbiamo impiegato le
    armi convenzionali (moschetto, cannone, qualche velivolo e truppe coloniali .)".
    Per avere un altro giudizio più diretto, l’8 febbraio 1996 venne contattato
    il generale Angelo Bastiani, presidente del gruppo Medaglie d’Oro del
    Nastro Azzurro e che all’epoca della guerra in Africa Orientale era
    un sottufficiale al comando di una banda coloniale. Il generale Bastiani ci ha
    detto: "È una vigliaccata, rieccoci con le carognate. Io e i miei indigeni
    eravamo le avanguardie di ogni assalto, ci avrebbero dato almeno le maschere
    antigas… ed alla battaglia conclusiva di Maiceo, al lago Ashraghi, quella a cui
    partecipò anche il Negus…".

    Mi auguro che quanto esposto abbia dato una sufficiente visione storica del periodo di cui trattasi ed abbia insegnato a taluni avventati commentatori del forum, agli attenti moralisti privi di ogni cognizione storica ma in possesso soltanto della presunzione del credere di poter dare patenti di legittimità politica al prossimo (e tanto pronti nell’accusare -solo- gli italiani per il presunto uso del gas in area bellica ma altrettanto pronti nel nascondere che gli etiopi, nello stesso conflitto, usarono contro di noi le proibite pallottole dum dum), non solo ad imparare con umiltà sui fatti prima di parlare e poi a rendersi conto che solo la verità rende liberi!
  8. rober
    , 25/8/2006 15:38
    mi permetto di intervenire per puntualizzare su un paio di questioni, indipendentemente dalla fede politica o religiosa. In particolare su:
    1. Ps fu proprio Haile Selassie a scacciare e riconquistare l'Etiopia dall'aggressione fascista (rasta joke): in realtà non fu Haile Selassie a scacciare gli italiani, ma bensi le forze inglesi e relativi alleati che, dopo l'entrata in guerra dell'italia il 10 giugno '40, attaccarano le nostre colonie (libia, etopia e somalia). Lui si limitò, con l'aiuto inglese appunto, a rientrare in patria, dopo aver vissuto per circa 4 anni, dal '35, anno dell'invasione italiana, in esilio a bath, inghilterra.
    2. Visto che dici che hai studiato dovresti sapere che in Etiopia non c'erano schiavi , in nessuna parte del mondo ne esistono, ne tantomeno in in Africa (rasta joke).in etiopia la schiavitù esisteva, eccome. ed anche nel resto dell'africa. fu haile selassie che, formalmente, la abolì quando salì al potere. Ma esisteva ancora nel 1930. Ricordo che, nonostante la liberazione degli schiavi in seguito alla vittoria delle forze nordiste negli stati uniti, nel 1865, e la creazione dello stato libero della Liberia (capitale Monrovia, in onore al presidente james monroe, succeduto all'assassinato Lincoln), a fine '800, la schiavitù era ancora largamente praticata in africa. E lo è tuttora: se cerchi in internet (ma basta ricordare di articoli comparsi relativamente di recente), ci sono situazioni di schiavitu in africa occidentale: zona mali, mauritania per certo. Abolita formalmente, ma la realtà è un'altra.
    Grazie per l'attenzione.
    roby
    dimenticavo: per maggiori delucidazioni sull'etiopia e la storia dell'ultimo imperatore d'etipia: http://www.storiain.net/artic/artic1.asp
  9. CaterinaC
    , 25/8/2006 01:44
    Non amo gli estremisti di nessuna fazione!
    poichè mi piace smontare eccessi di fanatismo con dati attendibil, facciamo chiarezza sulla storia dell'Etiopia
    dal sito edt:
    L'Etiopia è un paese antichissimo. La Rift Valley etiope è nota come la culla dell'umanità: qui, nel 1974, vennero trovati i resti fossili del più antico ominide eretto, 'Lucy', vissuto tre milioni e mezzo di anni fa. I primi documenti che parlano dei governanti etiopi risalgono a 5000 anni fa e, benché non esistano ulteriori conferme, alcuni passi della Bibbia raccontano di episodi avvenuti in Etiopia intorno al 1000 a.C. Il figlio della regina di Saba e di Salomone, il mitico Menelik I, è considerato il primo imperatore dell'Etiopia; la sua dinastia finì con Hailé Selassiè, che governò il paese dal 1930 al 1974, con un'interruzione tra il 1936 e il 1941, quando l'Etiopia fu occupata dalle truppe italiane.
    Secondo la tradizione locale, gli antichi etiopi erano di religione ebraica - una comunità di etiopi ebrei è vissuta nel paese fino alla fine degli anni '80, quando gli ultimi membri della comunità si trasferirono in Israele. Il cristianesimo venne introdotto nel regno di Aksum da san Frumenzio, che fu consacrato primo vescovo nel 330 d.C. La penetrazione islamica del VII secolo partì dal litorale che oggi fa parte dell'Eritrea. Sebbene il regno aksumita fosse isolato dal resto della cristianità, l'islamismo non attecchì mai realmente nel paese.
    Nel millennio successivo, il regno venne attaccato da più parti: le tribù pagane costrinsero gli imperatori etiopi ad abbandonare le loro città e a vivere da nomadi per un certo periodo, nel XII e nel XIV secolo la parte orientale del paese venne colonizzata dai musulmani e nel XVI secolo i regni musulmani ottennero l'appoggio dell'impero ottomano, minacciando seriamente il potere del re di Aksum.
    Dopo anni e anni di dominio incontrastato, nel XVIII secolo l'impero di Aksum si frantumò nelle varie province di cui si componeva, innescando un secolo di combattimenti fra i signori della guerra rivali. L'impero venne riunificato dal Ras Kassa, che si autoproclamò imperatore con il nome di Tewodros nel 1855. Più tardi però, quando la sua fortezza venne assediata da un contingente militare britannico, Kassa si suicidò. Gli imperatori successivi investirono una grande quantità di denaro in armamenti europei e ampliarono l'impero. Nel dicembre del 1935 l'Etiopia venne invasa dalle truppe italiane di Mussolini, che rimasero nel paese fino al 1941. Nonostante la palese ingiustizia dell'aggressione italiana (in quell'occasione Hailé Selassié rivolse alla Società delle Nazioni un celebre, e vano, appello), la conquista dell'Etiopia fu riconosciuta dalla maggior parte dei paesi del mondo, con la sola eccezione di Uniove Sovietica, Stati Uniti, Haiti, Messico e Nuova Zelanda.
    Con la fine della seconda guerra mondiale, Hailé Selassiè, imperatore dal 1930, ritornò al potere al seguito delle truppe britanniche, provocando un vasto movimento di protesta che durò per circa 30 anni. Benché in principio Hailé Selassiè fosse stato acclamato come un eroe nazionale, l'opinione pubblica si ritorse contro di lui quando la nobiltà e la chiesa iniziarono ad arricchirsi a scapito di milioni di contadini rimasti senza terra. Nel 1974 gli studenti, gli operai, i contadini e l'esercito insorsero contro Selassiè, che venne deposto e sostituito da una dittatura militare. Sotto la leadership di Menghistu Hailé Mariam, il nuovo governo, il Derg, espulse gli americani, arrestò i leader dei sindacati, bandì la chiesa e si rivolse all'URSS in cerca di aiuti economici. L'ultima cosa di cui aveva bisogno un paese già instabile era un'insurrezione e gli eritrei e i somali approfittarono del caos per invadere il paese. Le truppe sovietiche e cubane intervennero per respingere entrambe le forze, ma non riuscirono a sconfiggere i guerriglieri eritrei.
    Menghistu provò a stringere la presa sul paese istituendo la leva obbligatoria, il coprifuoco, i trasferimenti di persone - un'iniziativa disastrosa che distribuì la gente per tutta la campagna nel tentativo di evitare le carestie - e i comitati popolari, una sinistra forma di sorveglianza sul vicinato. Tuttavia, queste misure non furono di alcuna utilità: gli eritrei conquistarono il principale porto dell'Etiopia, il Fronte popolare di liberazione del Tigré (Tigray) entrò in combattimento, i sovietici si ritirarono, il prezzo del caffè crollò e una grave carestia devastò il paese. Nel maggio 1991 Menghistu fuggì e al suo posto si instaurò una coalizione di ribelli capeggiata da Meles Zenawi del Tigré, che ereditò 6 milioni di persone affamate, un'economia a pezzi e un settore agricolo e industriale moribondo, ma decise ugualmente di avviare il paese verso la democrazia.
    La nuova costituzione ratificata nel 1994 prevede la possibilità di diventare indipendente per ciascuna delle nove regioni etiopi. Le prime elezioni politiche del paese si tennero nel 1995: il Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiopico ottenne il 98% dei suffragi, ma tutti i principali partiti dell'opposizione boicottarono le elezioni. Meles Zenawi divenne primo ministro e nominò un gabinetto composto prevalentemente da membri originari del Tigré. Fra le priorità del governo figuravano l'espansione del settore privato e il miglioramento della sicurezza alimentare. Negli ultimi anni i rapporti con l'Eritrea sono peggiorati, tanto che nel giugno 1998 è scoppiato un conflitto armato e le frontiere tra i due paesi sono state chiuse. Tuttavia, la guerra di frontiera è finita dopo soli due anni, nel dicembre 2000, quando l'Etiopia ha sconfitto l'Eritrea ed è stato firmato il trattato di pace.
    L'Eritrea e l'Etiopia rivendicano entrambe la propria vittoria in una disputa infinita relativa ai loro confini, apparentemente conclusa nell'aprile del 2002 da una decisione del tribunale dell'Aja. L'Aja ha demarcato, una volta per tutte, la frontiera di 1000 chilometri affidandone la gestione alla EEBC (Ethiopian-Eritrean Border Commission). I governi di entrambi i paesi non hanno ancora accettato i termini e le condizioni relative al confine, e continua la guerra di propaganda poiché chi otterrà la sovranità definitiva sulla contesa città di Badme, dove scoppiarono i primi scontri nel 1998, sarà riconosciuto come il vero e proprio vincitore. Il 3 ottobre 2003 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha emesso una risoluzione che nuovamente ha assegnato Balme all'Eritrea e l'Etiopia non ha riconosciuto la validità della decisione. Attualmente 4.200 peacekeeper dell'ONU sono dislocati nella regione e decine di migliaia di mine antiuomo non ancora disinnescate sono disseminate su entrambi i lati della linea di frontiera. Secondo le truppe stanziate nella regione non sono da escludere isolati scontri fra i due paesi. Oltre 70.000 persone perirono durante la guerra fra il 1998 e il 2000.
    Nel maggio 2004 l'esercito di Addis-Abeba ha svolto operazioni militari nella regione di Gambella, nella quale da quattro anni vi sono scontri fra gli anuak, originari della zona, e tribù provenienti da altre parti del paese.

    Interessante leggere anche questo documento
    http://www.polyarchy.org/basta/documenti/selassie.1936.html
    qualche stralcio:
    Hailé Selassié; Intervento di fronte all'assemblea generale della Lega delle Nazioni per denunciare l'aggressione dello stato italiano contro il suo popolo
    (Luglio 1936)
    Mai, sinora, vi era stato l'esempio di un governo che procedesse allo sterminio di un popolo usando mezzi barbari, violando le più solenni promesse fatte a tutti i popoli della terra, che non si debba usare contro esseri umani la terribile arma dei gas venefici. (...) È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra (...)
    Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. (...)Fu così che, dalla fine del gennaio 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque ed i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. Ma la vera raffinatezza nella barbarie consisté nel portare la devastazione ed il terrore nelle parti più densamente popolate del territorio, nei punti più lontani dalle località di combattimento. Il fine era quello di scatenare il terrore e la morte su una gran parte del territorio abissino. Questa terribile tattica ebbe successo. Uomini ed animali soccombettero. La pioggia mortale che veniva dagli aerei faceva morire tutti quelli che toccava con grida di dolore. Anche coloro che bevvero le acque avvelenate o mangiarono i cibi infetti morirono con orribili sofferenze. Le vittime dei gas italiani caddero a decine di migliaia.

    Ora cenni anche sulla figura di Salassiè, figura molto controversa:
    Per tentare di decifrare la complessa personalità di Hailè Selassiè suggeriamo la lettura di Il Negus - vita e morte dell’ultimo Re dei Re (Laterza 1995, pp. 391, 18 euro). È stato scritto dallo storico Angelo del Boca ed è una biografia scrupolosa che ripercorre la lunga vita del sovrano, dalla non facile ascesa al potere, all’esilio, alla riconquista del trono, fino agli ultimi, mesti giorni della prigionia e dell’assassinio.
    http://www.missionaridafrica.org/archivio_rivista/2005_05/09.htm
  10. azeteferi
    , 24/8/2006 21:01
    Sono interssato al messaggio del Sig. Sergio ,riporto qui di seguito " provocatoriamente " un passaggio del testo :
    "Se poi i coniugi Roversi si trovassero realmente tanto bene in mezzo a tali incivili manifestazioni etniche, detti “viaggiatori” possono rimanere in loco invece di tornare in Italia; in tal modo faranno un favore all’Italia che non dovrà più pagargli il loro lauto stipendio e faranno un favore a loro stessi rimanendo in “meravigliosi luoghi e ambienti culturali” a loro, evidentemente, consoni! "

    Successivamente Vi faro' sapere perche' come dice sergio vale proprio la pena vivere in quelle terre con quelle genti.
    A presto
  11. marco.drudi
    , 24/8/2006 19:48
    Rasta_nah_Joke non sprecare il tuo fiato.. bastava semplicemente vedere il sito preferito di questo tizio x capire il suo pensiero.. e quindi di non rispondere..
  12. Rasta_nah_Joke
    , 24/8/2006 10:12
    Sergio è una vergogna ciò che scrivi !
    parli di ignoranza, ma tu che cosa hai letto e come si è formata la tua cultura, leggendo i libri del fascio.

    Si Patrizio ha detto perfettamente la stele è stata rubata e depredata , i fascisti hanno deciso di dividere l'Etiopia perchè in quel periodo sotto la guida di Selassie era il paese africano più fiorente. Ma questo non si può evincere da libri italiani che chiaramente ne vedevono solo come il paese da conquistare
    Avete creato un nuovo stato l' eritrea e vi stavate mangiando anche quella , finche è ritornato il Negus Rastafari ed ha scacciato il male !

    Visto che dici che hai studiato dovresti sapere che in Etiopia non c'erano schiavi , in nessuna parte del mondo ne esistono, ne tantomeno in in Africa.
    Sono uomini come noi , solo di colore diverso .. seen

    e di Sua Maesta Imperiale ne esiste una una
    His Imperial Majestic Haile Selassie I
    Memba dat!

    Possiamo pregare ( Jah ) Dio solo per la tua anima che non venga bruciata nel fuoco eterno per sempre

    Fyah pon soldier of Babylon
  13. sergio1
    , 23/8/2006 18:32
    Nel corso della puntata del 20/08 di “turisti per caso” ho sentito pronunciare affermazioni incredibilmente false e, specificatamente, con riferimento all’obelisco di Axum è stato ripetuto 2 volte: “..rubato da Mussolini” (??!!).
    A prescindere dal fatto che certe battute il sig. Roversi può e deve rivolgerle soltanto a suoi amici e confratelli politici, e che quando parla del Duce d’Italia deve imparare a dire: “Sua Eccellenza Cavalier Benito Mussolini”, in merito alle ulteriori castronerie della puntata riferite ad una presunta aggressione coloniale italiana all’Etiopia che, mi voglio augurare, siano state pronunciate “solo” per ignoranza storica e non per voluta falsificazione della verità come recepita da oltre 50 anni di predominante “vulgata resistenziale”, ritengo mio dovere ricordarvi la verità sui fatti de quibus.
    Dal 1934 circa, i territori italiani in Africa orientale (Eritrea) erano oggetto di continue molestie ed attacchi di armati etiopi del Negus lungo il confine etiopico, con continui morti e feriti da ambo le parti.
    Le richieste di scuse e riparazioni da parte del governo italiano scatenarono solamente una violenta propaganda anti italiana e l’incremento delle aggressioni di armati etiopi; la conferenza tripartita di Parigi dell’agosto 1935, finalizzata alla ricerca di un compromesso tra le parti, concluse i lavori attestando l’impossibilità di un accordo.
    A seguito di tali fatti, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 1935 il Comandante Supremo delle truppe italiane dell’Africa orientale dette inizio alle operazioni militari in Etiopia concluse ufficialmente il 5 maggio 1936.
    Questi sono stati i presupposti della guerra italiana in Etiopia che il “viaggiatore” sig. Roversi evidentemente ignora analogamente, forse, ad alcuni altri fatti che adesso ricorderò.
    I primi risultati della conquista italiana in Etiopia furono l’immediata abolizione della schiavitù che da secoli lì esisteva e prosperava grazie al Negus amico e compare degli inglesi quale loro burattino politico, (l’Etiopia era la principale nazione schiavistica del mondo!).
    Dall’Italia in Etiopia arrivarono non solo soldati ma operai di imprese stradali, contadini, autisti, insegnanti, medici ecc. i quali, appena arrivati, impararono immediatamente la parola “arcù” che significa amico, e amici per gli etiopi gli italiani lo diventarono subito, creando con il loro lavoro la rinascita di una Nazione e di un popolo africano per troppo tempo schiavizzato; è sufficiente ricordare che su tutto l’immenso territorio etiope vennero create, da 60.000 operai italiani e da 160.000 operai indigeni, migliaia di km di strade asfaltate e non, ponti e ferrovie ecc.
    Addis Abeba e ogni altro villaggio vennero trasformati in veri centri urbani che nulla avevano da invidiare alle città europee grazie alla costruzione di case al posto di miserabili tucul, ospedali anche per la maternità e l’infanzia, lebbrosari, scuole, mercati, fabbriche, porti, aeroporti, luce elettrica, cinema, alberghi, teatri, fognature, ecc. ecc., in altre parole tutto ciò, che prima non esisteva, venne creato dal nulla.
    Tutto questo reale miracolo, realizzato a beneficio del popolo africano nel segno della “CIVILTA’ ROMANA”, finì con la successiva guerra mondiale che ebbe come ulteriore frutto le menzogne degli asserviti al nemico i quali, per puri fini demagogici e politici, nel segno della falsità di regìme, cominciarono a mistificare l’opera italiana in Africa tacciandola ipocritamente di colonialismo e imperialismo.
    Con riferimento all’obelisco di Axum all’epoca portato a Roma prelevandolo da quello che era un sito archeologico italiano ad Axum, restaurandolo e collocandolo a memoria della amicizia e della fratellanza di 2 popoli (e non per vanto al colonialismo), ritengo obbligatorio invitare il sig. Roversi ed amici, tanto felici nel rivedere detto obelisco italiano in Etiopia (alla quale è rimasto il frutto di tutto il lavoro ed il sangue italiano, ed alla quale vennero pagate anche le spese di guerra), non solo a pagare lui (in luogo dell’Italia) le spese per la reinstallazione dell’obelisco ad Axum, ma a documentarsi sui fatti storici prima di dare pareri su fatti ignorati, e con l’augurio che egli sia altrettanto zelante nel propugnare la restituzione all’Italia dei territori e dei beni depredatici nei territori istriani dalle truppe del boia Tito ed oggi in possesso della Slovenia.
    In merito alla stessa puntata aggiungo che il sig. Roversi, amici e signora, invece di esternare indisponenti ironie sull’Arca dell’Alleanza, potevano e dovevano manifestare dette ironie (assieme a molti altri commenti) solo e soltanto con riferimento alle selvagge isterie di chi crede di comunicare con gli spiriti (o peggio era impossessato), per l’affermato animismo che non solo non era simpatico, ma era in realtà un ributtante e disgustoso retaggio di un incivile passato da cancellare.
    Se poi i coniugi Roversi si trovassero realmente tanto bene in mezzo a tali incivili manifestazioni etniche, detti “viaggiatori” possono rimanere in loco invece di tornare in Italia; in tal modo faranno un favore all’Italia che non dovrà più pagargli il loro lauto stipendio e faranno un favore a loro stessi rimanendo in “meravigliosi luoghi e ambienti culturali” a loro, evidentemente, consoni!
    In conclusione, cari viaggiatori in futuro limitatevi a descrivere i luoghi visitati evitando commenti politici che pregiudicano il giudizio sulla puntata.
    Saluti.
  14. Rasta_nah_Joke
    , 20/8/2006 11:43
    Cari amici
    come accennato da Pat l' Etiopia è l'unico paese che non ha subito mai, tranne il breve periodo fascista, alcuna colonizzazione.
    Il paese mantiene viva la tradizione cristiana e tutte le fonti che portano alla conoscenza divina sono state trovate proprio in questa terra compreso il primo ritrovamento umano più antico " una donna ". Non solo ma l' Ethiopia e la patria spirituale del movimento Rastafariano e del Cristianesimo rimasto puro ed intantto sin da Menelik figlio della regina di saba . La musica Reggae identifica con Zion la terra di provenienza del'imperatore Hailè Selassie - RastafarI...
    Sono contento per Bunna, esponente degli Africa ma purtroppo sarebbe stata appropriata la presenza di un Rasta, Bunna non lo è, per approfondire anche l'aspetto spirituale di una terra che ha dimenticato quasi le sue radici.
    Ps fu proprio Haile Selassie a scacciare e riconquistare l'Etiopia dall'aggressione fascista.
    Rasta nah joke