1. 1: Patrizio & Syusy

    di , il 18/3/2010 09:58

    Io, se voglio essere pedante, dico che ogni luogo che ho visitato ha un suo perché. Se invece voglio essere sbrigativo e sincero mi faccio sfuggire subito: «La Polinesia». Perché a mio avviso è il posto più bello del mondo? In fin dei conti, alcuni scorci del mare della Sardegna, le barriere coralline delle Maldive o di Los Roques, in Venezuela, non hanno nulla da invidiare ai colori della Polinesia che, sotto molti aspetti, non è il paradiso in terra: a Samoa c’è il più alto tasso di suicidi giovanili, le contraddizioni post-coloniali della Polinesia francese sono gravissime, le sette religiose e l’alcolismo stanno intaccando l’integrità di molte culture, quest’angolo di Pacifico, nella mia testa, è la sublime sofferenza esistenziale e la ricerca artistica di Paul Gauguin.

    Qual è il posto più bello del mondo? La domanda è ricorrente e frequente, la risposta è variabile.

    È l’avventura di Herman Melville baleniere accolto dagli antropofagi marchesiani. È Louis Stevenson che si spegne nella sua casa di Samoa. È Jack London che accarezza il sogno del viaggio per mare. È la provocazione dell’antropologo norvegese Thor Heyerdahl, che a bordo del Kon-Tik dimostrò la possibilità teorica per le popolazioni sudamericane di raggiungere e colonizzare la Polinesia. È la Description d’un voyage autour du monde dell’esploratore francese de Bougainville. È la leggenda che vuole il capitano James Cook mangiato dagli indigeni. È Christian che porta gli ammutinati del Bounty a nascondersi sull’isola che non c’è di Pitcairn, ma anche il suo antagonista, il cattivo Capitano Bligh,che per salvarsi compie un’impresa marinara incredibile. È il gesto del navigatore francese Bernard Moitessier, che era in testa alla regata in solitario attorno al mondo, e l’ha abbandonata per ritirarsi in Polinesia a piantare palme...

    La Polinesia è una suggestione, un sogno, un altrove popolato da storie e da personaggi incredibili, quindi è - assieme all’India - un viaggio in tutti i sensi. E, come tutte le cose speciali, è anche protetta etenuta a distanza da un pregiudizio: è un viaggio lunghissimo e carissimo, quindi irraggiungibile.

    Sarà vero? Quando Syusy, circa 12 anni fa, è andata a Rangiroa per la prima volta, sulle tracce di Folco Quilici, lo ha trovato per caso. Alberto, detto Albertò dai suoi amici polinesiani, era un bolognese che abitava a Rangiroa da quasi otto anni. Il dialogo del primo incontro è stato surreale.

    Syusy: Ma cosa fai qui? Albertò: Pesco. Syusy: E poi? Albertò: Pesco, vivo la vita dei polinesiani, e basta. Poi Albertò è dovuto tornare in Italia per problemi familiari, adesso è di nuovo Alberto (di cognome fa Tabellini) ed è qui davanti a me, per aiutarmi a suggerirvi i termini e le tappe di un viaggio in Polinesia, dove lui sogna di tornare al più presto.

    IMMERSIONE TOTALE

    Patrizio: Alberto, aiutami a descrivere l’itinerario migliore per un viaggio indimenticabile nella Polinesia francese, dammi e dacci dei consigli... Alberto : il bello in Polinesia non sono tanto i colori e la natura, che pure sono splendidi, ma il modo di vivere degli abitanti. Alla larga, quindi, dalla vacanza-luna-di-miele! Io consiglierei di arrivare, andare su un’isola e restare lì il più possibile: per fare amicizia, stringere rapporti, provare a entrare nella mentalità dei polinesiani... Pat: la fai semplice, tu. Entrare in contatto non è facile. Al: non è vero. I polinesiani sono timidi ma accoglienti, con un assurdo complesso d’inferiorità nei nostri confronti: il colonialismo li ha convinti che noi occidentali siamo fighi, mentre loro non sono nulla. Ma se tu mostri di apprezzarli, ti aprono il cuore, possono offrirti un modello di vita e una cultura straordinari. Pat: sì, ma che cosa fa un turista su un’isoletta per 20 giorni? Al: può sciabattare, arrivare fino a sera senza fare nulla e rendersi conto di quanto è stato bene a non fare nulla. Pensare al signifi cato della vita, capire che il nostro modo di vivere è un atto contro natura. Là non si pongono il problema di riempire il tempo: loro più di noi si avvicinano al senso ultimo della vita, in cui la natura ti dà tutto, non si preoccupano del conto in banca. Pat: forse perché campano dei sussidi della Francia, e ora dell’Europa... Ma al di là della fi losofi a e delle battute, che cosa si fa, concretamente? Tu, per esempio, andavi a pescare con loro? Al: sì, ed è stata una conquista. I polinesiani pensano che portare a pesca un estraneo porti sfortuna, per cui, se vuoi andare con loro,soprattutto fuori dalla pass con gli squali veri, bisogna che ti conoscano e si fidino. Ti dovrei accompagnare io... Una battuta di pesca subacquea in apnea con uno di loro è un’esperienza memorabile. E per loro la pesca implica relazioni sociali. Per esempio, quando qualcuno pesca una tartaruga... Pat: ...una tartaruga? Ma non è una specie protetta? Al: sì, va beh, lo è. Però fino a poco tempo fa era la sola carne un po’ diversa dal pesce che si potevano permettere, e l’oceano è pieno di tartarughe. Dicevo: quando qualcuno cucina la tartaruga, l’odore si sente per tutto il villaggio, e a ogni famiglia bisogna regalarne almeno una fettina. Se passi davanti a un farè, una casa polinesiana, dove stanno pranzando, ti dicono sempre: «Are maì ta maa». Pat: cioè? Al: vuol dire: «Vieni a mangiare». Ovviamente bisogna dire no grazie, per non portargli via il cibo. Non c’è una frase in polinesiano che significhi no grazie: si sorride. Sono ospitalissimi, ho visto gente invitare dei turisti anche a dormire. Tutto questo, naturalmente succede nelle isole periferiche, lontane dai circuiti più battuti.

    TORRENTI, MONTAGNE E CENA SUL MOLO

    Pat: ho capito, però non esageriamo! Se uno va in Polinesia per la prima volta, che giro può fare, ragionevolmente? Dai, dacci dei consigli possibili. Per esempio, uno arriva per forza a Papeete, all’aeroporto internazionale. E poi? Al: va bene. Uno arriva a Papeete, in genere all’alba, dopo 24 ore di aereo,e non deve spaventarsi: trova traffico, automobili, smog. Ma, anche qui, anche in questo caso, è il conglomerato urbano che dà colore alla vita. Quindi io direi di evitare i tanti hotel a 5 stelle vicini all’aeroporto: bisogna prendere un alberghetto in centro, mescolarsi alla gente. Ogni domenica c’è il mercato, bisogna alzarsi alle 4 e alle 5 fare colazione con i polinesiani; poi c’è da vedere il palazzo reale dei Pomarè (che adesso è il municipio) e il quartiere coloniale degli anni Venti. Si può fare il giro dell’isola, ma non con un pulmino turistico: meglio prendere il truck, l’autobus di legno privato che fa capolinea al mercato, assieme alla gente. Pat: guarda che anche un giro turistico può essere bello. Io ricordo il museo Gauguin, il Bagno della Regina che è un torrente dove, la domenica, i polinesiani si immergono... Al: se è per questo puoi anche fare una arrampicata in montagna, ma non senza una buona guida. La sera si mangia sul molo, nelle roulottes degli ambulanti, con Moorea che si staglia all’orizzone. Di notte consiglio le bettole del porto, che hanno un tasso di criminalità da barzelletta: del peggio che ti può capitare di vedere è qualcuno che fa il gioco delle tre carte sui cassonetti del pattume, ma è vita vera. Pat: e Moorea? Al: certo, con 20 minuti di aliscafo, oppure con 7 minuti di aereo (considerando il rapporto costo-durata del volo, è la linea più cara del mondo) si può andare a Moorea, che sta lì di fronte. Se si noleggia un motorino si può arrivare al belvedere e fare il giro dell’isola, fra la baia di Cook e la baia il suo Bounty. Moorea è una specie di Montecarlo polinesiana... Tutto questo può durare due giorni in tutto, poi bisogna scappare via.

    A CASA DI BRANDO...

    Pat: via dove? Al: sulle isole. Anche la piccola Tetiaroa può andar bene. L’isola di Marlon Brando, dove c’è solo un albergo gestito da sua moglie, con il trimarano che vola sulla barriera corallina, è il primo atollo vicino alle isole alte. Ma l’idea di atollo si materializza alle Tuamotu: la distanza da Papeete le protegge, è il sogno. Rangiroa è la più “civile”, dove un turista può trovare tutto il comfort che vuole. Pat: tutti dicono che la Polinesia è carissima. Al: ma va’! Basta procurarsi la guida Annuaire de la petite hotellerie et des logements chez les habitants. Dormire in Polinesia, nelle pensioni familiari, costa come dormire in Val Gardena. E se mangi come loro... Pat: ...cioè pesce crudo al cocco, frutto dell’albero del pane e tuberi... Al: ...spendi poco anche per cenare. E bene: pesce crudo pescato alla sette di sera e mangiato alle otto. Pat: torniamo alla tua Rangiroa, l’atollo più grande del mondo. Al: Rangiroa è lo scalo delle Tuamotu. Puoi andare al Kiaora Savage, gestito da polinesiani, il più bell’albergo della Polinesia. Splendido ma caro. Però ad Avatoru ci sono pensioni di famiglia che costano poco. Pat: tu però hai abitato a Tiputà, il secondo paesetto dell’isola, un po’ fuori mano... Al: sì, ma di quello non dico nulla. Se vuoi ti ci porto, ma non è una località turistica. Pat: raccontami almeno i segreti della famosa laguna Blu di Rangiroa. Al: lascia stare laguna Blu, il mare a Rangiroa è tutto blu. Meglio andare a est della laguna, piuttosto che a ovest, dove c’è la famosa laguna Blu, perché il vento tira da est e l’acqua meno pulita è appunto a ovest.

    ...E NELLE COLTIVAZIONI DI PERLE

    Pat: a Rangiroa il nostro amico Ugo Mazzavillani, un altro italiano che abita là e che ha il Diving Six Passengers, mi ha portato sott’acqua con le bombole per il mio battesimo del mare, ed è stata una esperienza meravigliosa! Al: ci credo! E un’altra cosa che merita di esser vista è una coltivazione di perle. Ma se a un certo punto vuoi vedere una Polinesia ancora più intatta, devi andare a Tikehau, un’isoletta vicina a Rangiroa, dove però non è facile arrivare.

    TV E HAMBURGHER

    Pat: a proposito di Polinesia intatta. Folco Quilici, che a Rangiroa ha girato il suo primo film a metà degli anni Cinquanta, ci diceva che lui non ci vuole più tornare, perché non è più quella di una volta, è ormai rovinata del tutto... Al: e ha ragione. Il danno peggiore, più della bomba atomica e dei soldi, è arrivato dalla diffusione della tv. I giovani prendono come modello i bulli e i rapper delle strade di Los Angeles che vedono nei telefilm, indossano berretti di lana e scarponi che fanno puzzare i piedi! Pat: è vero. A Vahinè c’è stato qualche momento di tensione, quando una piccola banda stava per diventare aggressiva con noi turisti. E Syusy si ricorda ancora di una festa, organizzata a Rangiroa, per fi nanziare un progetto: portare a Papeete un gruppo di bambini perché potessero vedere una montagna e mangiare al McDonald! Al: in effetti, oggi un polinesiano che vive in modo tradizionale è chiamato savage, selvaggio, uno che si mette gli anfibi è un figo. Pat: e allora? Non ci torneresti nemmeno tu? Al: io sono Don Chisciotte e direi: andiamo a salvarli, andiamo a dire che loro stanno bene mentre noi, con la nostra civiltà dello sviluppo, finiamo dallo strizzacervelli, ma so già che falliremmo. Eppure, il mito del polinesiano “vergine” e ingenuo era una realtà, e non sono passati secoli. Ti racconto questa: so che non più tardi di vent’anni fa su un’isola un commerciante è riuscito a vendere delle termocoperte. Pat: ma fa caldo... Al: ...e non solo: sull’isola non c’era nemmeno l’elettricità! È stato il prete del villaggio a farlo notare.

    METE DA INTENDITORI

    Pat: insomma, in sintesi tu consiglieresti due giorni a Papeete e poi 15 giorni a Rangiroa o addirittura a Tikehau o nelle altre isole delle Tuamotu. Al: sì, ma attenzione a fare i Robinson, perché un turista potrebbe non riuscire ad adattarsi. A Kaukurà io ho bevuto il fondo dei bidoni perché era finita l’acqua potabile. Fakaravà e Anaa sono un buon compromesso. Ma non dimentichiamo le Australi, isole da intenditori: Raivavae, Rimatarà, Tubuai, Rapà. Pat: e Raiatea con i suoi reperti archeologici? E Taa con il suo itinerario naturalistico? Io l’ho visitata con una coppia di botanici, Alain e Cristina, che mi hanno stupito con il loro vaniglia-tour. Al: un’altra possibilità è quella di non spostarsi in aereo da un’isola all’altra ma di prendere invece le navi cargo che portano i rifornimenti. Si dorme sul ponte, su una stuoia. A ogni sosta si ha il tempo del carico e scarico per vedere l’isola. Praticamente i cargo sono ovunque, dalle Tuamotu a Papeete; ci trovi la gente piena di fagotti, che trasporta di tutto, tavoli, sedie, letti.... A bordo senti la puzza della copra che sale dalle stive; in certe isole la nave resta fuori dalla barriera corallina, e tutte le operazioni si fanno andando avanti e indietro con delle barchette... Pat: non esageriamo. A parte il fatto che un viaggio del genere non si può fare nei canonici 20 giorni di vacanza a disposizione. Piuttosto, se si vuole navigare, ci si può accontentare (si fa per dire) della nave Ara Nui, che almeno ha cabine confortevoli per i passeggeri, e fa tutto il giro delle Marchesi, le isole di Gauguin e di Brel. E dove, a Ua Pou, abita il mio amico Pascal, una guida eccellente, che mi ha persino portato dal suo tatuatore di fiducia, a Nuku Hiva. Ma c’è un’ultima domanda che voglio farti. Non so come dirlo ma... Al: ma?

    SENSUALITÀ E SAGGEZZA

    Pat: tra tanti miti della Polinesia, e non ultimi, ci sono le polinesiane, le vahiné... Al: vuoi sapere se... Pat: voglio solo per sapere se gli ammutinati del Bounty hanno detto la verità; per non parlare di Melville, che in Taipi racconta che in cambio di un chiodo di ferro della nave le ragazze ti concedevano i loro favori, tanto che mol e navi si sfasciarono per mancanza di chiodi, da cui il detto «non si batte un chiodo»... Al: è vero, però non si tratta di sesso, ma di variabilità genetica. Il problema sulle isole, anni fa, era che rischiavano di imparentarsi troppo. Quindi, le donne si offrivano ai marinai per rinnovare il sangue, non per altro. Pat: infatti, a Rangiroa ho incontrato un figlio di uno della troupe di Folco Quilici! Geniali questi polinesiani: hanno capito l’importanza della variabilità genetica ben prima di Charles Darwin,prima di Cavalli Sforza! Caro Alberto: chiacchierare con te mi hai fatto venire una gran voglia di tornare in Polinesia! Al: quando vuoi ti accompagno, io sto per tornarci...

    POST SCRIPTUM

    Pat: Alberto! Ci siamo dimenticati Bora Bora! Al: Appunto, lascia stare...

  2. Turisti Per Caso.it
    , 18/3/2010 09:58
    Io, se voglio essere pedante, dico che ogni luogo che ho visitato ha un suo perché. Se invece voglio essere sbrigativo e sincero mi faccio sfuggire subito: «La Polinesia». Perché a mio avviso è il posto più bello del mondo? In fin dei conti, alcuni scorci del mare della Sardegna, le barriere coralline delle Maldive o di Los Roques, in Venezuela, non hanno nulla da invidiare ai colori della Polinesia che, sotto molti aspetti, non è il paradiso in terra: a Samoa c’è il più alto tasso di suicidi giovanili, le contraddizioni post-coloniali della Polinesia francese sono gravissime, le sette religiose e l’alcolismo stanno intaccando l’integrità di molte culture,
    quest’angolo di Pacifico, nella mia testa, è la sublime sofferenza esistenziale e la ricerca artistica di Paul Gauguin.

    <h3>Qual è il posto più bello del mondo? La domanda è ricorrente e frequente, la risposta è variabile.</h3>
    È l’avventura di Herman Melville baleniere accolto dagli antropofagi marchesiani. È Louis Stevenson che si spegne nella sua casa di Samoa. È Jack London che accarezza il sogno del viaggio per mare. È la provocazione dell’antropologo norvegese Thor Heyerdahl, che a bordo del Kon-Tik dimostrò la possibilità teorica per le popolazioni sudamericane di raggiungere e colonizzare la Polinesia. È la Description d’un voyage autour du monde dell’esploratore francese de Bougainville. È la leggenda che vuole il capitano James Cook mangiato dagli indigeni. È Christian che porta gli ammutinati del Bounty a nascondersi sull’isola che non c’è di Pitcairn, ma anche il suo antagonista, il cattivo Capitano Bligh,che per salvarsi compie un’impresa marinara incredibile. È il gesto del navigatore francese Bernard Moitessier, che era in testa alla regata in solitario attorno al mondo, e l’ha abbandonata per ritirarsi in Polinesia a piantare palme...

    La Polinesia è una suggestione, un sogno, un altrove popolato da storie e da personaggi incredibili, quindi è - assieme all’India - un viaggio in tutti i sensi. E, come tutte le cose speciali, è anche protetta etenuta a distanza da un pregiudizio: è un viaggio lunghissimo e carissimo, quindi irraggiungibile.

    Sarà vero? Quando Syusy, circa 12 anni fa, è andata a Rangiroa per la prima volta, sulle tracce di Folco Quilici, lo ha trovato per caso. Alberto, detto Albertò dai suoi amici polinesiani, era un bolognese che abitava a Rangiroa da quasi otto anni. Il dialogo del primo incontro è stato surreale.

    <b>Syusy</b>: Ma cosa fai qui?
    <b>Albertò</b>: Pesco.
    <b>Syusy</b>: E poi?
    <b>Albertò</b>: Pesco, vivo la vita dei polinesiani, e basta.
    Poi Albertò è dovuto tornare in Italia per problemi familiari, adesso è di nuovo Alberto (di cognome fa Tabellini) ed è qui davanti a me, per aiutarmi a suggerirvi i termini e le tappe di un viaggio in Polinesia, dove lui sogna di tornare al più presto.

    <h3>IMMERSIONE TOTALE</h3>
    <b>Patrizio</b>: <i>Alberto, aiutami a descrivere l’itinerario migliore per un viaggio indimenticabile nella Polinesia francese, dammi e dacci dei consigli...</i>
    <b>Alberto</b> : il bello in Polinesia non sono tanto i colori e la natura, che pure sono splendidi, ma il modo di vivere degli abitanti. Alla larga, quindi, dalla vacanza-luna-di-miele! Io consiglierei di arrivare, andare su un’isola e restare lì il più possibile: per fare amicizia, stringere rapporti, provare a entrare nella mentalità dei polinesiani...
    <b>Pat</b>: <i>la fai semplice, tu. Entrare in contatto non è facile.</i>
    <b>Al</b>: non è vero. I polinesiani sono timidi ma accoglienti, con un assurdo complesso d’inferiorità nei nostri confronti: il colonialismo li ha convinti che noi occidentali siamo fighi, mentre loro non sono nulla. Ma se tu mostri di apprezzarli, ti aprono il cuore, possono offrirti un modello di vita e una cultura straordinari.
    <b>Pat</b>: <i>sì, ma che cosa fa un turista su un’isoletta per 20 giorni?</i>
    <b>Al</b>: può sciabattare, arrivare fino a sera senza fare nulla e rendersi conto di quanto è stato bene a non fare nulla. Pensare al signifi cato della vita, capire che il nostro modo di vivere è un atto contro natura. Là non si pongono il problema di riempire il tempo: loro più di noi si avvicinano al senso ultimo della vita, in cui la natura ti dà tutto, non si preoccupano del conto in banca.
    <b>Pat</b>: <i>forse perché campano dei sussidi della Francia, e ora dell’Europa... Ma al di là della fi losofi a e delle battute, che cosa si fa, concretamente? Tu, per esempio, andavi a pescare con loro?</i>
    <b>Al</b>: sì, ed è stata una conquista. I polinesiani pensano che portare a pesca un estraneo porti sfortuna, per cui, se vuoi andare con loro,soprattutto fuori dalla pass con gli squali veri, bisogna che ti conoscano e si fidino. Ti dovrei accompagnare io... Una battuta di pesca subacquea in apnea con uno di loro è un’esperienza memorabile. E per loro la pesca implica relazioni sociali. Per esempio, quando qualcuno pesca una tartaruga...
    <b>Pat</b>: <i>...una tartaruga? Ma non è una specie protetta?</i>
    <b>Al</b>: sì, va beh, lo è. Però fino a poco tempo fa era la sola carne un po’ diversa dal pesce che si potevano permettere, e l’oceano è pieno di tartarughe. Dicevo: quando qualcuno cucina la tartaruga, l’odore si sente per tutto il villaggio, e a ogni famiglia bisogna regalarne almeno una fettina. Se passi davanti a un farè, una casa polinesiana, dove stanno pranzando, ti dicono sempre: «Are maì ta maa».
    <b>Pat</b>: <i>cioè?</i>
    <b>Al</b>: vuol dire: «Vieni a mangiare». Ovviamente bisogna dire no grazie, per non portargli via il cibo. Non c’è una frase in polinesiano che significhi no grazie: si sorride. Sono ospitalissimi, ho visto gente invitare dei turisti anche a dormire. Tutto questo, naturalmente succede nelle isole periferiche, lontane dai circuiti più battuti.

    <h3>TORRENTI, MONTAGNE E CENA SUL MOLO</h3>
    <b>Pat</b>: <i>ho capito, però non esageriamo! Se uno va in Polinesia per la prima volta, che giro può fare, ragionevolmente? Dai, dacci dei consigli possibili. Per esempio, uno arriva per forza a Papeete, all’aeroporto internazionale. E poi?</i>
    <b>Al</b>: va bene. Uno arriva a Papeete, in genere all’alba, dopo 24 ore di aereo,e non deve spaventarsi: trova traffico, automobili, smog. Ma, anche qui, anche in questo caso, è il conglomerato urbano che dà colore alla vita. Quindi io direi di evitare i tanti hotel a 5 stelle vicini all’aeroporto: bisogna prendere un alberghetto in centro, mescolarsi alla gente. Ogni domenica c’è il mercato, bisogna alzarsi alle 4 e alle 5 fare colazione con i polinesiani; poi c’è da vedere il palazzo reale dei Pomarè (che adesso è il municipio) e il quartiere coloniale degli anni Venti. Si può fare il giro dell’isola, ma non con un pulmino turistico: meglio prendere il truck, l’autobus di legno privato che fa capolinea al mercato, assieme alla gente.
    <b>Pat</b>: <i>guarda che anche un giro turistico può essere bello. Io ricordo il museo Gauguin, il Bagno della Regina che è un torrente dove, la domenica, i polinesiani si immergono...</i>
    <b>Al</b>: se è per questo puoi anche fare una arrampicata in montagna, ma non senza una buona guida. La sera si mangia sul molo, nelle roulottes degli ambulanti, con Moorea che si staglia all’orizzone. Di notte consiglio le bettole del porto, che hanno un tasso di criminalità da barzelletta: del peggio che ti può capitare di vedere è qualcuno che fa il gioco delle tre carte sui cassonetti del pattume, ma è vita vera.
    <b>Pat</b>: <i>e Moorea?</i>
    <b>Al</b>: certo, con 20 minuti di aliscafo, oppure con 7 minuti di aereo (considerando il rapporto costo-durata del volo, è la linea più cara del mondo) si può andare a Moorea, che sta lì di fronte. Se si noleggia un motorino si può arrivare al belvedere e fare il giro dell’isola, fra la baia di Cook e la baia il suo Bounty. Moorea è una specie di Montecarlo polinesiana... Tutto questo può durare due giorni in tutto, poi bisogna scappare via.

    <h3>A CASA DI BRANDO...</h3>
    <b>Pat</b>: <i>via dove?</i>
    <b>Al</b>: sulle isole. Anche la piccola Tetiaroa può andar bene. L’isola di Marlon Brando, dove c’è solo un albergo gestito da sua moglie, con il trimarano che vola sulla barriera corallina, è il primo atollo vicino alle isole alte. Ma l’idea di atollo si materializza alle Tuamotu: la distanza da Papeete le protegge, è il sogno. Rangiroa è la più “civile”, dove un turista può trovare tutto il comfort che vuole.
    <b>Pat</b>: <i>tutti dicono che la Polinesia è carissima.</i>
    <b>Al</b>: ma va’! Basta procurarsi la guida Annuaire de la petite hotellerie et des logements chez les habitants. Dormire in Polinesia, nelle pensioni familiari, costa come dormire in Val Gardena. E se mangi come loro...
    <b>Pat</b>: <i>...cioè pesce crudo al cocco, frutto dell’albero del pane e tuberi...</i>
    <b>Al</b>: ...spendi poco anche per cenare. E bene: pesce crudo pescato alla sette di sera e mangiato alle otto.
    <b>Pat</b>: <i>torniamo alla tua Rangiroa, l’atollo più grande del mondo.</i>
    <b>Al</b>: Rangiroa è lo scalo delle Tuamotu. Puoi andare al Kiaora Savage, gestito da polinesiani, il più bell’albergo della Polinesia. Splendido ma caro. Però ad Avatoru ci sono pensioni di famiglia che costano poco.
    <b>Pat</b>: <i>tu però hai abitato a Tiputà, il secondo paesetto dell’isola, un po’ fuori mano...</i>
    <b>Al</b>: sì, ma di quello non dico nulla. Se vuoi ti ci porto, ma non è una località turistica.
    <b>Pat</b>: <i>raccontami almeno i segreti della famosa laguna Blu di Rangiroa.</i>
    <b>Al</b>: lascia stare laguna Blu, il mare a Rangiroa è tutto blu. Meglio andare a est della laguna, piuttosto che a ovest, dove c’è la famosa laguna Blu, perché il vento tira da est e l’acqua meno pulita è appunto a ovest.

    <h3>...E NELLE COLTIVAZIONI DI PERLE</h3>
    <b>Pat</b>: <i>a Rangiroa il nostro amico Ugo Mazzavillani, un altro italiano che abita là e che ha il Diving Six Passengers, mi ha portato sott’acqua con le bombole per il mio battesimo del mare, ed è stata una esperienza meravigliosa!</i>
    <b>Al</b>: ci credo! E un’altra cosa che merita di esser vista è una coltivazione di perle. Ma se a un certo punto vuoi vedere una Polinesia ancora più intatta, devi andare a Tikehau, un’isoletta vicina a Rangiroa, dove però non è facile arrivare.

    <h3>TV E HAMBURGHER</h3>
    <b>Pat</b>: <i>a proposito di Polinesia intatta. Folco Quilici, che a Rangiroa ha girato il suo primo film a metà degli anni Cinquanta, ci diceva che lui non ci vuole più tornare, perché non è più quella di una volta, è ormai rovinata del tutto...</i>
    <b>Al</b>: e ha ragione. Il danno peggiore, più della bomba atomica e dei soldi, è arrivato dalla diffusione della tv. I giovani prendono come modello i bulli e i rapper delle strade di Los Angeles che vedono nei telefilm, indossano berretti di lana e scarponi che fanno puzzare i piedi!
    <b>Pat</b>: <i>è vero. A Vahinè c’è stato qualche momento di tensione, quando una piccola banda stava per diventare aggressiva con noi turisti. E Syusy si ricorda ancora di una festa, organizzata a Rangiroa, per fi nanziare un progetto: portare a Papeete un gruppo di bambini perché potessero vedere una montagna e mangiare al McDonald!</i>
    <b>Al</b>: in effetti, oggi un polinesiano che vive in modo tradizionale è chiamato savage, selvaggio, uno che si mette gli anfibi è un figo.
    <b>Pat</b>: <i>e allora? Non ci torneresti nemmeno tu?</i>
    <b>Al</b>: io sono Don Chisciotte e direi: andiamo a salvarli, andiamo a dire che loro stanno bene mentre noi, con la nostra civiltà dello sviluppo, finiamo dallo strizzacervelli, ma so già che falliremmo. Eppure, il mito del polinesiano “vergine” e ingenuo era una realtà, e non sono passati secoli. Ti racconto questa: so che non più tardi di vent’anni fa su un’isola un commerciante è riuscito a vendere delle termocoperte.
    <b>Pat</b>: <i>ma fa caldo...</i>
    <b>Al</b>: ...e non solo: sull’isola non c’era nemmeno l’elettricità! È stato il prete del villaggio a farlo notare.

    <h3>METE DA INTENDITORI</h3>
    <b>Pat</b>: <i>insomma, in sintesi tu consiglieresti due giorni a Papeete e poi 15 giorni a Rangiroa o addirittura a Tikehau o nelle altre isole delle Tuamotu.</i>
    <b>Al</b>: sì, ma attenzione a fare i Robinson, perché un turista potrebbe non riuscire ad adattarsi. A Kaukurà io ho bevuto il fondo dei bidoni perché era finita l’acqua potabile. Fakaravà e Anaa sono un buon compromesso. Ma non dimentichiamo le Australi, isole da intenditori: Raivavae, Rimatarà, Tubuai, Rapà.
    <b>Pat</b>: <i>e Raiatea con i suoi reperti archeologici? E Taa con il suo itinerario naturalistico? Io l’ho visitata con una coppia di botanici, Alain e Cristina, che mi hanno stupito con il loro vaniglia-tour.</i>
    <b>Al</b>: un’altra possibilità è quella di non spostarsi in aereo da un’isola all’altra ma di prendere invece le navi cargo che portano i rifornimenti. Si dorme sul ponte, su una stuoia. A ogni sosta si ha il tempo del carico e scarico per vedere l’isola. Praticamente i cargo sono ovunque, dalle Tuamotu a Papeete; ci trovi la gente piena di fagotti, che trasporta di tutto, tavoli, sedie, letti.... A bordo senti la puzza della copra che sale dalle stive; in certe isole la nave resta fuori dalla barriera corallina, e tutte le operazioni si fanno andando avanti e indietro con delle barchette...
    <b>Pat</b>: <i>non esageriamo. A parte il fatto che un viaggio del genere non si può fare nei canonici 20 giorni di vacanza a disposizione. Piuttosto, se si vuole navigare, ci si può accontentare (si fa per dire) della nave Ara Nui, che almeno ha cabine confortevoli per i passeggeri, e fa tutto il giro delle Marchesi, le isole di Gauguin e di Brel. E dove, a Ua Pou, abita il mio amico Pascal, una guida eccellente, che mi ha persino portato dal suo tatuatore di fiducia, a Nuku Hiva. Ma c’è un’ultima domanda che voglio farti. Non so come dirlo ma...</i>
    <b>Al</b>: ma?

    <h3>SENSUALITÀ E SAGGEZZA</h3>
    <b>Pat</b>: tra tanti miti della Polinesia, e non ultimi, ci sono le polinesiane, le vahiné...
    <b>Al</b>: vuoi sapere se...
    <b>Pat</b>: <i>voglio solo per sapere se gli ammutinati del Bounty hanno detto la verità; per non parlare di Melville, che in Taipi racconta che in cambio di un chiodo di ferro della nave le ragazze ti concedevano i loro favori, tanto che mol e navi si sfasciarono per mancanza di chiodi, da cui il detto «non si batte un chiodo»...</i>
    <b>Al</b>: è vero, però non si tratta di sesso, ma di variabilità genetica. Il problema sulle isole, anni fa, era che rischiavano di imparentarsi troppo. Quindi, le donne si offrivano ai marinai per rinnovare il sangue, non per altro.
    <b>Pat</b>: <i>infatti, a Rangiroa ho incontrato un figlio di uno della troupe di Folco Quilici! Geniali questi polinesiani: hanno capito l’importanza della variabilità genetica ben prima di Charles Darwin,prima di Cavalli Sforza! Caro Alberto: chiacchierare con te mi hai fatto venire una gran voglia di tornare in Polinesia!</i>
    <b>Al</b>: quando vuoi ti accompagno, io sto per tornarci...

    <h3>POST SCRIPTUM</h3>
    <b>Pat:</b> <i>Alberto! Ci siamo dimenticati Bora Bora!</i>
    <b>Al</b>: Appunto, lascia stare...