1. Diario di Viaggio Capo Verde: Memorie di un volontario

    di , il 30/4/2008 12:13

    CIRO DI FIORE ITALIA AFRICA

    Era la notte del 9 Luglio 2006, la notte della finalissima Italia- Francia. Durante il volo Roma - Lisbona tutti i passeggeri si chiedevano spasmodicamente chi stesse mai vincendo. Appena atterrato, il pilota proclamò: “Italia campione do mundo” scatenando l’applauso e le urla degli africani e dei pochissimi italiani. Dopo la coincidenza, appena poi scesi dall’aereo proveniente da Lisbona era notte inoltrata in Africa, all’aeroporto di Sal. Mentre scendevo dalla scaletta dell’aereo, nella pista buia del piccolo aeroporto con dei poliziotti con ...

  2. kuros
    , 28/7/2016 14:53
    Due settimane in Senegal
    DAKAR, Luglio 2016. All’aeroporto di Dakar, paese la cui povertà attanaglia quasi la metà della sua popolazione, è notte inoltrata quando finalmente arrivo, dopo lo scalo a Casablanca. Subito mi colpisce, tra la grande folla urlante che aspetta i viaggiatori, il forte odore di sabbia umida e il vento che alza le cartacce in piccoli mulinelli. C’è chi vende schede telefoniche africane, c’è chi gesticola e si agita in maniera spasmodica per attirare l’attenzione, quelli che vogliono caricare i turisti nel loro taxi abusivi, chi litiga con questi ultimi sostenendo di essere lui il titolare legale del taxi. E poi c’è chi propone “girls”, chi tira i viaggiatori per la giacca proponendo loro incomprensibili servizi e offerte in wolof, la vera lingua locale, chi aspetta con le braccia incociate un amico in silenzio, chi vende acqua fredda purificata in bustine per pochi centesimi, chi vende arachidi, chi stecche di sigarette, chi erba, chi cappelli, mentre la polizia sorveglia il tutto stancamente, sorridendo. La notte Dakar mi fa un’impressione un po’ cupa, impressione confermata anche di giorno, tra insistentissime profferte di tutti i tipi da parte di sedicenti guide, proprietari di negozi e venditori ambulanti che arrivavano ad afferrarti per i calzoncini e tirarti forte, mentre un esercito di bambini laceri chiede l’elemosina. Ma sarà un bene dare loro una moneta? Da quel che so, e che poi dirò ampiamente in seguito, assolutamente no. Decido a questo punto di andare subito a visitare ’Mbour.
    ‘MBOUR. La mattina successiva, quindi, dopo un viaggio e un passaggio rapina di 25 euro (invece dei 2,5 in un taxi collettivo “para-abusivo”), arrivo a ‘Mbour, città della Petite Côte a qualche decina di Km dalla capitale. Qui c’è una ONG italiana con dei volontari che mi accolgono gentilmente. Questa associazione si occupa di adozioni a distanza, turismo responsabile, corsi di cucito per ragazze, etc. ‘Mbour è una città piuttosto grande, con un’unica strada asfaltata e una miriade di stradine sabbiose perpendicolari. La maggior parte delle donne, per la maggior parte molto giovani, porta il velo (il Senegal è un paese musulmano) e il numero di bambini che si vede nelle strade è gigantesco. Il caldo è atroce e ogni mezzora devo comprare un po’ d’acqua. Sede del più grande porto adibito alla pesca di tutta l’Africa occidentale, ‘Mbour conta più di centocinquantamila abitanti. Il porto è in realtà una spiaggia ricoperta di strette piroghe di circa venti metri, tutte colorate. Queste piroghe sfidano i venti oceanici e si dirigono verso le acque della Mauritania, dove pescano i pesci più saporiti del mondo per circa due settimane. Partono di notte, carichi di barili d’ acqua, di contenitori di ghiaccio e di fornellini dove cuociono il pesce che pescheranno. A volte i più disperati utilizzano queste piroghe per raggiungere le isole Canarie, cioè l’Europa. Ma spesso non fanno più ritorno. Il porto è assediato da moltissime donne che puliscono i pesci, li squamano, li salano o li affumicano o li tagliano a pezzi, tra un forte tanfo di marciume. In effetti il porto è intriso di immondizia di ogni genere, tra rifiuti di plastica, polistirolo, pesci in decomposizione, tracce di benzina, alghe, etc ed il comitato di pescatori promette vendetta alle prossime elezioni, visti i ripetuti inviti a ripulirlo alle autorità caduti regolarmente nel vuoto. Purtroppo questi pesci arrivano per la maggior parte subito in Europa, e la voracità occidentale, inestinguibile, viene sfamata da giganteschi Tir che stazionano davanti il porto, per cui entro 24 ore i gamberoni reali, le aragoste, i tonni e i pesce spada saranno nelle pescheria di mezza Europa, mentre ai senegalesi restano per lo più gli scarti, i pesci più piccoli, quelli meno pregiati. Del resto il mare offre sempre meno pesci, razziati senza pietà dalle modernissime navi-pesca delle multinazionali giapponesi ed europee.
    Un viaggio nel mercato di ‘Mbour è un’altra esperienza straordinaria. Si vedono venditori che vendono di tutto, tra manufatti, frutta, verdura, vestiti, caricatori, cover, magliette di calciatori, foglie di menta, mentre bambine a volte piccolissime portano sulla testa vassoi o secchi pieni di bustine di acqua fredda, arachidi, torrone di arachidi, etc. Qui avere un orticello è difficilissimo a causa dell’aridità del clima e dell’impoverimento del terreno provocato dalla monocultura delle arachidi. Un orto costa circa 2000 euro e richiede mura che lo proteggono dai venti sabbiosi e dalle onnipresenti capre, una costante irrigazione garantita dal continuo andrivieni di donne con secchi di acqua, etc, etc. S. , un cooperatore di Napoli, dopo il pranzo costituito da un ottimo cous cous cucinato dalla “grande chef” Terese, mi porta in giro e la sera beviamo una birra in un bel bar dall’ampio cortile interno. La sera successiva un lucano in visita al centro decide di offrirci la cena, per cui compriamo dei gamberoni reali e dei polpi e li cuciniamo in un complesso turistico mezzo vuoto che affitta talvolta lo spazio ai turisti. Il tavolo imbandito in fretta è immerso nel silenzio e nella penombra, e si trova vicino una piscina vuota. Ceniamo un po’ cupi, sentendoci forse un po’dei turisti privilegiati e riveriti, mentre le palme vengono scosse dal vento dell’Oceano pieno di stelle.
    L’ISOLA DELLE CONCHIGLIE. Il giorno dopo S. mi invita a unirmi con degli altri italiani che vanno a visitare l’isola delle conchiglie, una bellissima isoletta riserva naturale tutelata dall’UNESCO unita alla terraferma da un bel ponte pedonale, il cui suolo è costituito interamente di conchiglie, a un’ora circa di auto da ‘Mbour. I bambini dell’isoletta accettano commossi di mangiare la frutta in bustina che compriamo lì dalle loro madri per pochi centesimi. Evidentemente a loro è permesso raramente tale privilegio. Dopo la visita al cimitero, unico esempio di un cimitero mezzo cristiano e mezzo musulmano, che risveglia foscolane memorie, si va a visitare in una piroga degna di Mister No l’isoletta di fronte. All’arrivo, al tramonto, dei venditori di conchiglie ci chiedono disperati di acquistare qualcosa, giurando di non aver venduto nulla da giorni. Alla fine S. compra qualcosa, senza trattare, e anzi poi lascia loro “in dono” anche le loro bellissime, enormi conchiglie che ci offrivano.
    KELLE. Un’altra cooperante, la gentilissima toscana A., il giorno dopo mi accompagna a Kelle, un piccolo e povero villaggio, ultima tappa del mio viaggio. Qui conosco Severino, un ex sindacalista comasco che ha fondato una straordinaria associazione, “I bambini di Ornella”. Si tratta di una iniziativa commuovente. Il progetto vede l’accoglienza di decine e decine di bambini che non possono permettersi di frequentare una scuola. Il tutto era stato pensato dalla moglie una quindicina di anni fa, purtroppo deceduta all’improvviso alla vigilia del traferimento definitivo a Kelle. La sua tragica dipartita però ha dato una forza straordinaria a Seve, che, con un coraggio da leone e una determinazione incredibile, è riuscito a mettere in piedi un’associazione strabiliante, dimostrando così che il progetto della moglie è vivissimo. Accoglie l’eredità dei nonni la nipotina italo-senegalese Ornellina. Severino mi invita a pranzo e parliamo di teologia e della nostra comune conoscenza, padre Alex Zanotelli, il cui libro “Koroghocho” costituisce la sua “Bibbia”. Quando arrivo io, le attività didattiche del centro sono sospese e i bambini vengono a giocare. La bambine sono più curate, ma i maschietti sono spesso in cattive condizioni e spesso i volontari del centro cuciono qualche toppa, attaccano qualche bottone, disinfettano qualche ferita, ma soprattutto li fanno giocare, dando loro un po’ di affetto e attenzione. Purtroppo in Senegal i bambini, che spesso parlano solo il wolof, essendo tantissimi, a volte sono trascurati, a volte addirittura abbandonati e per loro trovare qualcuno che si occupi di loro è motivo di grande gioia. Non hanno palloni né palline e i due tappi di bottiglia di cocacola uniti insieme con il nastro adesivo che gli fabbrico è per loro un grande regalo. A pranzo poi si mangia tutti insieme in un piatto unico, attorno a un tavolo. Loro, per terra. La bravissima cuoca Sophie si occupa della cucina e io spesso vado a darle una mano a sbucciare e tagliuzzare patate, rape, carote, etc. La sera a Kelle non ci sono bar, locali, pub, e molti vanno a letto presto. Le ragazze del villaggio all’alba iniziano a recarsi al pozzo, dove attingono l’acqua. Spesso le incontro e me ne sto una mezzora ad aiutarle a alzare i pesanti secchi dal fondo. In cambio ricevo dei bellissimi sorrisi di ringraziamento e qualche scherzosa (?) proposta di matrimonio.
    A Kelle vive anche Emiliano. Emiliano è un ex calciatore professionista, ora insegnante. Volontario, romano, giornalista, scrittore, ma, soprattutto, filantropo. A. mi accompagna dunque a casa di Emi. Quando entro, lui sta leggendo un libro su un materasso. Si presenta e mi dice: “Scusa, stavo leggendo, ma è l’unico momento in cui posso farlo, a Roma sono oberato di impegni”. A dire il vero, anche qui a Kelle è oberato di impegni. A Emi, sette anni fa, fu proposto, per un impegno improvviso di un giornalista, di sostituire il collega assente per un giorno ad una trasmissione radio. La puntata prevedeva un collegamento con il Senegal, dove c’era il Centro di Severino. Emiliano, condotta la puntata con grande emozione, allora decise pochi mesi dopo di andare a fare un reportage a Kelle. Arrivato qui, conobbe i talibè. E decise di dedicarsi ai talibè che conobbe nel villaggio. Ma chi sono questi talibé? Sono “coloro che studiano”. Studiano il Corano, a memoria, nelle scuole, dette “dare”. Si tratta di bambini, maschi, le cui famiglie non sono in grado di badare a loro. A volte vengono da centinania di Km di distanza. Le madri li affidano ai Marabut, i maestri del Corano, spesso sposati a diverse mogli. Questi Marabut a volte sono onesti e coscienziosi e mandano i bambini in giro a chiedere l’elemosina il meno possibile (chiedere l’elemosina è per essi una pratica utile, lecita e raccomandata se eseguita “una tantum”), altre volte, invece, (i “Farabut”, potremmo dire sarcasticamente) li sfruttano e insegnano loro ben poco, guadagnandoci senza pietà, e picchiandoli sulle caviglie con delle bacchette come in un romanzo di Dickens in caso non portino loro le monetine a fine giornata (l’equivalente di meno di un euro a testa). Del resto il governo dà loro poco o niente, e i Marabut si difendono dalle accuse di sfruttamento lamentando il fatto che loro e le loro mogli devono pensare al sostentamento di decine e decine di bambini praticamente senza fondi. Sta di fatto che i piccoli talibè spesso se ne stanno tutto il giorno in giro, scalzi, sporchi, assetati, affamati, laceri, sudati, magrissimi, fino a quando non hanno racimolato la somma necessaria. Solo a Dakar sono centomila. A Kelle o nei villaggi vicini quasi ogni giorno un bambino muore perché annega nel mare o perché giocando, cade da una barca o da uno scoglio. In effetti centinaia di bambini corrono sempre a perdifiato per la spiaggia, ma spesso nessun adulto li sorveglia. Talibé e semplici bambini dei villaggi. I più fortunati tra i talibé vengono mandati nelle zone rurali, dove non possono venire mandati a chiedere l’elemosina e quindi si guadagnano da vivere lavorando la terra. Emiliano dunque, colpito dalla situazione, decise di acquistare un terreno e costruirci una casa che fosse al tempo stesso un luogo di accoglienza temporaneo per tutti questi talibè che, stremati dalla loro difficile vita, volessero venire a riposarsi, a bere un po’ di acqua, a scambiare qualche parola tra di loro in un ambiente accogliente, e, a volte, a cenare o a pranzare. A questo scopo, Emi ha chiesto al muratore-architetto (un Baye Fall in gamba e onestissimo) che gli ha costruito la casa di prevedere un ampio salone con angolo cottura, un cortile e un portico dove i talibè potessero essere accolti. Durante i lunghi anni in cui studiano, i talibè più grandi badano ai talibè più piccoli. Tutti sono estremamente onesti e il furto e la violenza non fanno parte del loro vocabolario. Spesso Emi organizza partite sulla spiaggia di Kelle. A volte, però, la sera, prima di addormentarsi, legge un po’. Per tanti anni, mi racconta, è andato a letto tardi o tardissimo, ma ora si è “calmato” e va a letto verso le 10. Lui e il suo amico comasco Max, che somiglia un po’ a un gigantesco famoso attore senegalese, spesso, prima di coricarsi, se ne stanno a chiacchierare sotto il portico della casa a guardare le stelle e sentire le onde che di infrangono sulla spiaggia vicina. E quando gli porto un po’ di libri, sono contenti. Qui è sempre complicato leggere, soprattutto testi in italiano, data anche la lentezza delle poste.
    Io, nel mio piccolo, tornando a casa, da buon napoletano cresciuto tra gli scugnizzi che vivevano a volte in un degrado spaventoso, rifletto su quanto i più sfortunati bambini europei, in confronto a quelli africani, siano fortunati. E chissà perché, mi viene in mente una recente cover degli Alma Megretta di un pezzo di D’Angelo, “Ciucculatino d’a ferrovia”:

    “Ciucculatino da ferrovia;/ pioggia e capill biondi,/ te l'accarezza ‘o viento/e tu che staj pensanno?/Ciucculatino da ferrovia,/ Marlboro ‘e contrabbando,/annanz a ‘na bancarella,/scugnizz’ e santarella./E nun t'aspietti niente/quando fernesce ‘o juorno,
    /te pierdi miezz’ ‘a gente/ca nun conosce ‘e suonne'./E sì crisciuta addo se nasce già crisciuti,/nun haje pazziato, e tu ‘e pazzielle nun l’haje avuto, /forse sì stata quacche vota ‘nnammurata, /ma nisciuno t’ ha creduto,/e nun credi ca dind’ a ‘sta vita se può cagnà, /nun ce piensi pe’ te dimani è passato già, /e d’o tiempo, ciucculatino, te faje squaglià./Ciucculatino da ferrovia,/uocchie e capilli biondi,
    /‘nu poco cchiù ‘e vinti anni, ma già cunusci ‘o mundo./Ciucculatino da ferrovia,
    /frutto ‘e nu sbaglio ‘e liett, nun t’ hann dato niente, tu già sì ricca ‘a dinto!
    /Nun t’hann maje purtato comm ‘na figlia ‘a scol, /nun t’hann maje cercato e tu haje sbagliato sola./E sì vulato ‘miezzo ‘o fummo che haje venduto, /dint’ e‘ carezze, ‘e cient masculi scunusciuti, /e sì rimast’ addò sì figlie ‘e nisciuno e se vive senza Dio!
    /E te arriend si nu pensiero te fa’ scetà, /e t'adduormi ‘ncopp’ ‘o cuscino ‘e st'oscurità, /e rituorni, ciucculatino, e te faj mangià./Ciucculatino da ferrovia,
    /Marlboro ‘e contrabbando,/annanz ‘a ‘na bancarella,/scugnizza e santarella.

    Ma, tornando allo sport, si può dire che in Africa capisci davvero che il calcio è veramente uno sport bellissimo perché permette a tanti ragazzi di coltivare una passione vera, una sfida metaforica con la vita stessa, un culto della salute e un qualcosa che cementa l’amicizia. Anzi il calcio qui permette, attraverso questi tornei, di stringere amicizie tra gruppi di ragazzi di villaggi e di provenienza diversa che prima del torneo, spesso, si guardavano con diffidenza. Alcuni di questi bambini sono veramente dei piccoli campioni, capaci di giocare per ore con la stessa intensità senza interruzioni sotto un sole potentissimo, magari con una pallina da tennis o un pallone di cuoio il più delle volte bucato. Emiliano sostiene che se avessero la possibilità di crescere in un vivaio europeo alcuni di loro diventerebbero certamente delle celebrità. Alcuni arriverebbero allo stesso livello di uno dei loro idoli di cui indossano la stessa sdrucitissima maglietta per anni, come Cristiano Ronaldo o Messi. Il giorno prima della partenza Emiliano organizza infine una partita su un vero campo del villaggio vicino. Abbandonata per una volta la spiaggia, con gli scogli appuntiti che bucano i palloni e spezzano le dita, si va al campo, al campo vero! Porte regolamentari, terreno spianato, magliette arancioni per i talibè, scarpette, e, perfino, l’ arbitro, un arbitro con il fischietto. Sul terreno niente buche, a parte qualche piccolo inconveniente come la presenza di alcuni sterchi di cavallo in alcuni punti, vicino le aree di rigore. Nonostante il goal di Emiliano, alla fine i talibè perdono, e Emiliano, imbestialito più per loro che per se stesso, se ne va imprecando. Il premio del match era un pallone di vero cuoio, il regalo più bello che potessero avere, dopo l’amicizia di un bianco, un bianco che ha comprato per loro una casa vera, una casa grande, coi mattoni e il pavimento e con la fontana dell’acqua nel cortile, un posto dove possono sentirsi, almeno per un po’ e per la prima volta nella loro vita, a casa. Ma il viaggio volge al termine e si deve partire. A Roma un’altra sfida difficilissima aspetta Emiliano: la vicepresidenza di una scuola di frontiera romana e il sogno di riportare i ragazzi della periferia alla scuola, salvandoli dall’abbandono e dalla strada. Un altro grande sogno. Grazie, Emiliano, di avermi fatto vivere un po’ del tuo sogno, non lo dimenticherò e te ne rendo grande merito.
  3. kuros
    , 30/4/2008 12:13
    CIRO DI FIORE ITALIA AFRICA
    Era la notte del 9 Luglio 2006, la notte della finalissima Italia- Francia. Durante il volo Roma - Lisbona tutti i passeggeri si chiedevano spasmodicamente chi stesse mai vincendo. Appena atterrato, il pilota proclamò: “Italia campione do mundo” scatenando l’applauso e le urla degli africani e dei pochissimi italiani. Dopo la coincidenza, appena poi scesi dall’aereo proveniente da Lisbona era notte inoltrata in Africa, all’aeroporto di Sal. Mentre scendevo dalla scaletta dell’aereo, nella pista buia del piccolo aeroporto con dei poliziotti con ...