Off Road, per il Sulcis Iglesiente

Un itinerario on (e off) the road tra antiche miniere di carbone, siti archeologici e un mare dalle mille tonalità di blu

  • di FraRove
    pubblicato il
 

Qui seduta al tavolino della nave che mi riporta a casa, cerco di mettere in ordine i pensieri per raccontarvi questo favoloso percorso nella Sardegna più selvaggia e autentica, lontana dal turismo di massa: il Sulcis Iglesiente.

Questo è un itinerario non solo turistico, ma anche storico e culturale. Come a ruzzolare indietro nel tempo di un centinaio d’anni, dove uomini più e meno giovani lavoravano all’interno di profonde miniere di carbone, mentre altri andavano per mare a pescare con la stessa dinamite che trovavano dentro le miniere, perché altro non possedevano. Abbiamo incontrato persone che con le loro testimonianze ci hanno fatto rivivere i drammi e gli orgogli di vite imprescindibilmente legate alla terra e al mare.

Ma andiamo con ordine. Il nostro itinerario a bordo di Fiat Sedici dura quattro giorni, dal profondo sud di Carbonia, risalendo verso Portoscuso, Nebida, Masua, Porto Flavia, Buggerru, Iglesias, sino a Fluminimaggiore e alla dorata spiaggia di Le Dune, in località Piscinas, con una piccola deviazione ristoratrice a Carloforte.

Il porto migliore per raggiungere il Sulcis è Cagliari. Noi, arrivando da Genova, abbiamo impiegato la prima mattinata per attraversare la bollente Sardegna da nord a sud.

Appena arrivati a Carbonia non abbiamo perso tempo, ci siamo subito diretti al Museo del Carbone (www.museodelcarbone.it), situato proprio negli spazi dell’antica miniera Serbariu. Un veloce spuntino nel ristoro del museo e ci siamo inoltrati nella visita. Già nel piazzale arroventato, si possono vedere antichi cimeli della vecchia miniera: un minatore continuo (una potente scavatrice che con il suo rullo dentato stritola la roccia come fosse di carta pesta), posto proprio di fronte all’ingresso, fa ben presagire la forza di ciò che si sta per visitare; le due torri d’accesso, vie di entrata per la miniera, troneggiano su tutto il piazzale; poco oltre un’arrugginita turbina a vapore della Siemens, e laggiù, in fondo, la star di tutto il museo: la mitica FMS 101, la vecchia locomotiva che trasportava il carbone per l’antica via ferrata.

La visita prosegue dentro la sala interna, contenente fotografie, oggetti e spiegazioni della vita in miniera. Infine, il personale ci accompagna dentro la galleria, giù nelle viscere della terra. Caschetto in testa e scarpe da tennis, metto a dura prova la mia claustrofobia per poter vedere da vicino i cunicoli ferrati dove centinaia di lavoratori hanno trascorso la maggior parte della loro vita. La nostra guida è molto preparata e ci trasmette la sua passione per questo luogo, ci racconta le tecniche di estrazione del carbone, le condizioni di lavoro, e purtroppo anche gli incidenti e le sofferenze che molti uomini hanno dovuto subire. È l’orgoglio però a farla da padrone, per una grande opera di ingegno umano e per la dedizione al lavoro dei suoi padri.

Risaliamo in superficie con nuove consapevolezze, sostiamo per qualche scatto fotografico in centro a Carbonia, la città dove i minatori tornavano a casa, alla sera, dalle loro famiglie e così, anche noi semplici “Driver per Caso”, impolverati, stanchi ma soddisfatti, ci dirigiamo verso il nostro hotel a Portoscuso.

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