Etiopia: valle dell’Omo e Altopiani

Perché un viaggio in Etiopia? Perché è un luogo in cui si concentra un'incredibile varietà di etnie e, questo aspetto lo rende un esempio, forse, unico al mondo. La ricchezza culturale di questa terra è rivelata da un dato emblematico: oltre l'amarico, che è la lingua ufficiale, in Etiopia si parlano 83 idiomi! Nel corso di una bellissima...
Scritto da: Genzianazzurra
etiopia: valle dell'omo e altopiani
Partenza il: 21/02/2004
Ritorno il: 09/03/2004
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 1000 €
Perché un viaggio in Etiopia? Perché è un luogo in cui si concentra un’incredibile varietà di etnie e, questo aspetto lo rende un esempio, forse, unico al mondo. La ricchezza culturale di questa terra è rivelata da un dato emblematico: oltre l’amarico, che è la lingua ufficiale, in Etiopia si parlano 83 idiomi! Nel corso di una bellissima manifestazione svoltasi lo scorso aprile a Piazza del Popolo a Roma intitolata “Ho l’Africa nel cuore”, un padre comboniano fece un’affermazione che condivido e che suonava più o meno così: – ci preoccupiamo molto, e a ragione, di salvare l’Amazzonia, che è il polmone del pianeta, ma allo stesso modo preoccupiamoci di salvare l’Africa, che è il polmone antropologico del mondo! – Il periodo scelto per la partenza, insieme al mio compagno di vita e di viaggio, è stata la fine di febbraio e l’inizio di marzo che corrisponde, grosso modo, al termine della stagione secca. E’ consigliabile affrontare il viaggio durante la stagione secca per la praticabilità delle piste e poi perché è più contenuto il rischio malaria, che è endemica nelle zone umide del Paese.

Trascorriamo la prima giornata ad Addis Abeba e iniziamo a prendere confidenza con i colori, gli odori, i sapori di questa terra. In questo periodo dell’anno gli etiopi osservano il “fasting time”, che corrisponde alla nostra quaresima: non mangiano carne, formaggi, uova e non bevono alcoolici. Assaggiamo varie verdure cotte, intere o in purea, che ci vengono servite sulla ‘njera, il pane spugnoso e leggermente acido, e accompagnate da diverse salse, tra cui l’incendiaria salsa berberé. Al termine di questo primo pasto sorseggiamo un ottimo caffé, che una signora ci prepara su una piccola stufa con i carboni ardenti; scopriamo che in Etiopia il caffé è un rito accompagnato da effluvi d’ incenso o di mirra e si gusta sgranocchiando il kolo, ossia chicchi di grano tostati, che abbiamo trovato irresistibilmente buoni! Lasciamo la capitale, che avremo modo di visitare al termine del nostro itinerario che ora ci porta a sud, ad Arba Minch. Con Dawit, che è il referente di un’organizzazione non governativa italiana che fornisce aiuti umanitari, che ci accompagna, e con Branu, l’autista della jeep presa a noleggio, affrontiamo una lunga tappa di trasferimento. Superiamo Ziway e attraversiamo tanti piccoli villaggi, fino ad arrivare al lago Langano che, come la maggior parte dei laghi etiopi, è di origine vulcanica. Inizia la mia attività di birdwatching che si rivela subito interessante: ho già ammirato una quantità enorme di falchi e di coloratissimi gruccioni che volano affiancando la jeep. Sugli alberi in riva al lago Langano ci sono uccellini variopinti assai graziosi. Sfioriamo il Parco di Abiata-Shala e poco dopo giungiamo a Shashemene, dove, appena fuori l’abitato vive la comunità dei Rastafariani. Facciamo una breve sosta per sostituire gli pneumatici posteriori dal gommista, che in Etiopia si chiama “gommista”; anche “asfalto” è una parola italiana che fa parte del vocabolario amarico, lo scopriamo ascoltando le conversazioni tra Branu e Dawit. Shashemene è descritta dalla Lonely Planet come uno dei posti meno sicuri dell’Etiopia, per frequenza di furti. Riprendiamo il percorso per fermarci più avanti, a Sodo. Qui Dawit ci accompagna ad una missione cattolica, dove incontriamo un vescovo marchigiano che guida la diocesi più estesa del Paese. Ci parla della sua esperienza trentennale di missionario e del suo prossimo rientro in Italia, per raggiunti limiti di età. Non possiamo trattenerci molto, abbiamo ancora due ore di pista da percorrere ed è bene farlo col favore del giorno. Nell’ultimo tratto, prima di arrivare ad Arba Minch, assistiamo al rientro dai campi alle capanne dei villaggi di uomini, donne, ragazzi, bambini, a piedi, in bicicletta, carichi di fascine, caschi di banane e recipienti colmi d’acqua prelevata dai pozzi. Le ultime luci del giorno permettono di vedere le sagome circolari delle capanne con i fuochi accesi davanti l’uscio, per la preparazione della cena. Arriviamo ad Arba Minch che è ormai buio. Gli alberghi sono tutti pieni, oggi qui si è tenuto un meeting governativo e sono arrivate circa 600 persone da Addis Abeba. Troviamo una sistemazione di fortuna per questa seconda notte etiope, l’unica in cui sentiamo brevi scrosci di pioggia, ad intermittenza.

Arba Minch in amarico vuol dire “quaranta sorgenti” e ne vediamo alcune in compagnia del guardiano dell’acquedotto, che stacca una foglia e la riempie d’acqua e ci fa notare come sul fondo si depositano minuscole particelle d’argento che le conferiscono una sfumatura metallica. Poco distante da questo posto ombroso e suggestivo c’è l’ingresso del Nech’sar National Park. L’addetto al quale paghiamo il biglietto ci spiega che il Parco si suddivide in tre ambienti diversi: forestale, acquatico e savana. Una guardia sale con noi sulla jeep e ci conduce attraverso un itinerario molto interessante. All’inizio del percorso incontriamo subito un gruppo di babbuini che attraversa la pista e scompare tra la fitta vegetazione, quindi ci inoltriamo in una foresta piuttosto intricata, superata la quale arriviamo al lago Chamo, molto esteso e pieno di isolotti. Dall’alto, in un punto panoramico, scorgiamo un tratto di spiaggia su cui se ne stanno immobili numerosi coccodrilli; da queste parti lo chiamano “il mercato dei coccodrilli”. Superiamo il “Christ bridge”, ossia il punto più vicino tra il lago Chamo e il confinante lago Abaya. Dopo aver scollinato giungiamo alla savana. Vediamo pascolare placidamente le vacche in mezzo alle gazzelle di Grant e alle zebre. Al limite della savana, in lontananza si vedono, come fiabeschi funghetti, le capanne dei Guji, una popolazione che vive nel Parco. Torniamo indietro facendo lo stesso percorso. All’ombra di una pianta, al margine della pista, se ne sta seduto un gruppo di Koira, altra popolazione che vive nel Parco; sono in prevalenza donne che vendono caffé e canna da zucchero. Ci offrono un pezzo di canna e lo mangiamo seduti insieme a loro. Qualcuna getta un’occhiata nella jeep e vede due o tre bottiglie di plastica vuote. Gliele diamo e si scatena una bagarre per contendersele. Litigano per avere ciò che per noi è pattume. Noi produciamo pattume, loro no. Loro riutilizzano tutto, anche lo sterco secco del bestiame che serve come combustibile e materiale da costruzione. Usciamo dal Parco lasciando all’ingresso la guardia che ci ha accompagnato. Il resto della giornata lo trascorriamo sulle rive del vicino lago Abaya, con le sue acque bruno-rossastre. Con noi viene anche un ragazzo di Arba Minch che fa il pescatore. Ci sediamo sulla riva del lago, appoggiandoci ad una barca, a goderci il panorama che si apre davanti a noi. Anche nel lago Abaya ci sono i coccodrilli e sono più aggressivi rispetto a quelli che popolano le acque del lago Chamo, perché, ci spiegano, questo lago è meno pescoso. Ad un certo punto cominciamo a sentire gli sbuffi fragorosi degli ippopotami, che a quest’ora si avvicinano alla riva. E’ così forte il rumore che fanno da sembrare più vicini, ma in realtà sono distanti e non riusciamo a vederli. Peccato! Partiamo molto presto da Arba Minch, il mattino successivo, costeggiando a lungo, da lontano, il lago Chamo. Facciamo la prima sosta a Konso, villaggio in cui vive l’omonima etnia. Davanti alle capanne costruite sui terrazzamenti delimitati da muretti a secco dovrebbero essere esposti i famosi Waga-Konso, ossia le statue lignee dedicate agli antenati, ma questa pratica nel tempo sta scomparendo e ne vediamo pochissimi. Notiamo molti alberi con dei grossi cilindri di legno appesi o incastrati sui rami: sono alveari. Lungo il percorso incontriamo molti bambini e ragazzi che vengono incontro alla jeep agitando “borkota”, minuscoli seggiolini di legno, e rudimentali giocattolini di legno e stoffa realizzati da loro per essere venduti. L’infanzia che non c’è. Uno di loro sale sulla jeep e ci conduce alla sua capanna per farci conoscere la famiglia. Mentre siamo in compagnia del numeroso nucleo familiare, mi sento sfiorare i capelli sulla nuca da alcune donne che sono alle mie spalle e che ridono, sembra, divertite. Io ho i capelli rossi che, credo, abbiano suscitato la loro ilarità. Peccato non capire i commenti! Dall’alto ci appare Weyto, una zona semidesertica che attraversiamo, facendo solo due brevi soste ad Arbore e Weyto city. Man mano che procediamo la vegetazione si dirada sempre più ed appare completamente secca. Un varano attraversa la pista. Fa molto caldo, forse tocchiamo i 40°. Arriviamo a Turmi, destinazione odierna. Troviamo alloggio in un piccolo hotel, lasciamo i bagagli e, in compagnia di Wondafrash Shefraw, un ragazzo che ci avvicina per proporsi come guida, raggiungiamo il villaggio Hamer, l’etnia più numerosa della bassa valle dell’Omo. Le donne portano gonne ricavate da pelli di capra, larghe tracolle di cuoio decorate con conchiglie e perline colorate, bracciali metallici ai polsi, avambracci e caviglie, collari molto aderenti, anch’essi di metallo (che rivelano se la donna è o meno una prima moglie, a seconda della presenza di una sorta di protuberanza sul collare). Sulla pelle e sui capelli spalmano un grasso impastato con la creta che conferisce un colore rossastro. Gli uomini portano un gonnellino molto corto, un’acconciatura che divide la testa in due parti separate da una sottile linea, su cui alcuni issano una piuma; in mano hanno l’inseparabile borkota, il seggiolino di legno. Il ragazzo che ci accompagna non appartiene a quest’etnia, studia a Jinka ed è tornato in famiglia, a Turmi, per un breve periodo di vacanza. Ci parla di alcuni aspetti della cultura Hamer, come il rito di iniziazione cosiddetto “del salto del toro”, mentre camminiamo tra le capanne del villaggio. Lo ringraziamo e lo paghiamo con alcuni birr, come tutte le guide estemporanee che ci hanno accompagnato. Torniamo verso il piccolo hotel e incontriamo, facendone la conoscenza, un distinto turista americano, al quale la nostra provenienza geografica evoca reminiscenze storiche, come la battaglia di Adua. Autista e guida sono scomparsi con la jeep appena giunti a Turmi. Li vediamo ricomparire allegramente con il fuoristrada pieno di fanciulle del luogo, verso sera, quando noi, seduti ad un tavolo davanti all’hotel attendiamo la cena a base si patate fritte e bollite con cipolle. Prima di andare a dormire ci spruzziamo generosamente con l’Autan, il cui odore attira le tre ragazze che lavorano all’hotel e che mi fanno capire di gradirlo. Spruzzo anche loro, come se fosse profumo. A Turmi non possiamo lavarci perché non c’è acqua.

Ci alziamo presto, come di solito facciamo, per raggiungere Omorate. Cominciamo subito a vedere, lungo la pista, qualche lepre, un gran numero di dik dik, alcune gazzelle, gruppi di babbuini, faraone dal piumaggio azzurro e una ricca varietà di uccelli. Che meraviglia! Per raggiungere questo villaggio situato sulle sponde del fiume Omo impieghiamo poco meno di due ore. Siamo a 28 km dal confine con il Kenia. Ad Omorate vivono i Galeb, un’etnia spesso in lotta con gli Hamer. Le diverse etnie sono sovente in guerra fra di loro per la contesa dei pascoli per il bestiame. Non è infrequente incontrare pastori con il kalashnikov a tracolla. Ad Omorate ci fermiamo subito a casa della nonna di Dawit, facciamo la conoscenza dei suoi familiari, che ci offrono una bevanda a base di acqua e miele – la prudenza ci suggerisce di bagnarci appena le labbra. Sul retro dell’abitazione scorre lento l’Omo. Accompagnati da un giovane che parla la lingua dei Galeb visitiamo il sito di capanne e contrattiamo con il capo villaggio la somma (20 birr) per scattare le foto. Ovunque occorre lasciare l’obolo per le foto. Andiamo poi a visitare il mercato, tra spezie varie, gusci dei chicchi di caffé e rimedi naturali contro infezioni intestinali. Branu e Dawit vanno a fare colazione dalla nonna, mentre noi la facciamo in compagnia del ragazzo che ci ha accompagnato. Lo vediamo allontanarsi, dopo aver chiesto ciò che vorremmo mangiare, per ricomparire con due ragazzi, con i quali condivide la colazione offertagli. Ci spostiamo in un’altra abitazione della famiglia di Dawit, dove prendiamo il caffé come fanno gli etiopi, cioé sorseggiando tre tazzine, servite con il kolo. Torniamo quindi a Turmi. E’ il primo pomeriggio e il caldo è implacabile. I dik dik che stamattina vedevamo vispi e zompettanti attraversare la pista, se ne stanno ora immobili all’ombra. A Turmi, come in qualsiasi altro posto, non si riesce a fare due passi da soli. I turisti vengono prontamente avvicinati da guide ed interpreti, che, va detto, si rivelano indispensabili. Con un’altra giovane guida arriviamo al letto asciutto del fiume. Nel breve tratto che percorriamo osservo una gran quantità di gruccioni, tortore dal collare, pavoncelle che s’inseguono in volo e sul terreno. Sul letto del fiume hanno scavato una buca profonda dove uomini, donne e bambini Hamer prendono acqua mista a sabbia con barattoli metallici e la mettono nelle loro bellissime zucche decorate, per trasportarla alle loro capanne. Osservandoli intenti in quest’attività, conosciamo Gado Shada, una giovane Hamer con la quale riusciamo a comunicare grazie all’intermediazione della nostra guida. Gado è giovane ma non sa dire che età abbia perché gli Hamer, come tutte le altre etnie, non posseggono un registro anagrafico. Approssimativamente avrà 20 anni ed è incinta. Dice che è in attesa di due gemelli, come farà a saperlo? Boh! Ha occhi vivaci e penetranti, Gado, e suscita le nostre simpatie. Torniamo al villaggio con lei e le sue scorte d’acqua. E’ l’imbrunire e ci invita a prendere il caffé Hamer nella sua capanna. Entriamo e troviamo una donna che vive in una capanna vicina, con in braccio il figlioletto di pochi mesi di Gado; lo ha tenuto mentre la mamma era al pozzo. Gado accende una piccola lucerna per rischiarare l’oscurità, poi prepara sul fuoco davanti la capanna il caffé, ottenuto dalla bollitura delle bucce dei chicchi. Ce lo offre nelle zucche, che servono a molti usi, tra cui quello di contenitori per il latte, ed infatti sono impregnate di un odore molto forte. Mentre beviamo il caffé – non senza qualche apprensione – Gado allatta il suo bambino e poi beve quello che noi lasciamo sul fondo delle zucche. L’incontro con questa donna ci ha emozionato profondamente. Dopo Turmi prevediamo di raggiungere Jinka, città natale di Dawit. Attraversiamo il villaggio Dimeka e poi ci fermiamo al mercato di Key Afar, dove i Banna, altra etnia, vendono le loro mercanzie. Gli uomini portano orecchini grandi e vistosi fatti con perline colorate che compongono disegni geometrici, come le collane. Al mercato portano bestiame – capre per lo più – spezie, formaggio morbido come ricotta, burro, legumi, miele. Il miele lo tengono dentro grandi zucche, amalgamato con cera, propoli, polline, api morte. E’ bello questo mercato, colorato e brulicante. Arriviamo a Jinka dove finalmente possiamo farci la doccia! Anche a Jinka visitiamo il mercato, molto esteso, lo percorriamo in mezzo a frotte di bambini, mucche, capre, pecore, asini.

Il mattino seguente cerchiamo un distributore per riempire le taniche, ormai quasi vuote, di carburante e veniamo avvicinati da una coppia che ci chiede un passaggio. Lui è Leonida Plotkin, giovane e aitante avvocato newyorkese di origine russa, accompagnato da una bellissima ragazza etiope, di Awasa, di cui mi sfugge il nome. Ci stringiamo un po’ sulla jeep e con loro raggiungiamo il villaggio dei Mursi, una delle più interessanti etnie. Poco prima di giungere al villaggio io vedo un leopardo, immobile tra l’erba alta, a una decina di metri dal margine della pista. E’ un attimo: il mio sguardo incrocia il suo, sono incredula e stupefatta. Arriviamo al villaggio e veniamo attorniati dagli uomini con i corpi dipinti e scarificati e dalle donne con il piattello labiale e infilato anche ai lobi delle orecchie; come gli uomini hanno il corpo dipinto e scarificato, portano ornamenti di conchiglie, piume e piccoli cilindri metallici sulla testa. Chiedono con insistenza, strattonando, di far loro le foto in cambio di qualche birr. Una donna mi mostra come si mette e come si toglie il piattello, che ha il bordo scanalato per permettere al labbro inferiore di aderire perfettamente. Incisivi e canini della mascella inferiore vengono estratti per poterlo indossare. Il villaggio è piccolo e raccolto all’interno di una fitta recinzione di frasche intrecciate. Alcune donne triturano il sorgo su piccole macine di pietra, non hanno i piattelli alla bocca e ai lobi, che sono penzolanti. Le aperture delle loro capanne sono veramente anguste. Mi abbasso per dare un’occhiata all’interno di una di esse, con pudore, sapendo di violare un’intimità: c’è una donna, poco più in là il suo bambino che sembra febbricitante e accanto un cagnolino che dorme. Ci rimettiamo in cammino, diretti al Mago National Park. Arriviamo però troppo tardi per fare un’escursione al suo interno, ci vorrebbero circa sei ore per visitarlo e non le abbiamo perché la pista per Jinka è troppo accidentata e dobbiamo arrivarci prima che faccia buio. Ceniamo con Leonida e la sua graziosa amica, lui ci racconta il suo viaggio iniziato otto mesi prima, quando giunse a Città del Capo per risalire attraverso tutti gli Stati africani, fino all’Etiopia, ultima tappa del suo meraviglioso peregrinare, prima di rientrare in America. La serata in loro compagnia trascorre piacevolmente e si conclude brindando con un vino rosso etiope, niente male.

Effettuiamo lo stesso percorso dell’andata per tornare ad Arba Minch. Facciamo una sosta a Key Afar per la colazione; seduti al tavolo veniamo circondati da un gruppo di bambini, come sempre accade. Alcune bimbe iniziano dapprima a toccarmi i capelli e poi a prendermi piccole ciocche per farmi le treccine. E’ un reciproco spasso! Chiedo loro perché non sono a scuola e mi rispondono: – today is free! – Raggiungiamo l’ampia valle di Weyto e ci fermiamo in un villaggio Tsamay, etnia simile agli Hamer. Le donne si dispongono in fila: tutte vorrebbero essere fotografate. Indossano una gonna di pelle di capra che scende lunga e rigida, come se fosse inamidata; è diversa da quella che portano le Hamer. A Weyto city la sosta si prolunga e ne approfittiamo per comprare delle bellissime zucche decorate con sottili e delicate incisioni. Riprendiamo il cammino dopo che autista e guida si son rifocillati. Il nostro pranzo è in genere a base di frutta, che si trova abbondante da queste parti (banane, manghi, papaie). Incontriamo un gruppo di Banna con una mandria numerosa di vacche e ci fermiamo un po’ con loro. Sono ragazzi, hanno corpi perfetti da sembrare scolpiti. Portano un gonnellino cortissimo, collane e orecchini coloratissimi. Ci regalano i loro luminosi sorrisi mentre avanzano verso di noi per stringerci la mano. E’ raro vedere persone anziane, l’attesa di vita è breve. Rientriamo ad Arba Minch nel tardo pomeriggio e troviamo alloggio presso il Bekele Molla, un albergo con una meravigliosa vista panoramica sui laghi Chamo e Abaya che ammiriamo fino al calar della sera, quando si rende visibile il fronte dei fuochi accesi dai Guji e dai Koira che si disputano i pascoli per le loro mandrie.

L’indomani ben presto partiamo alla volta dei villaggi dei Dorze che sorgono sui fianchi di una montagna, sopra Arba Minch. Man mano che ci inerpichiamo sui tornanti della pista cominciano a comparire le prime capanne tra le piante di ensete, il falso banano. I Dorze sono abili tessitori ed espongono i loro manufatti dai vivaci colori stesi su fili; cappellini a forma di zuccotto vengono issati su corti bastoncini di legno conficcati nel terreno e sembrano tanti funghi variopinti. Le capanne sono diverse da quelle che abbiamo visto sinora. Hanno una forma ad ogiva ed una sporgenza sull’uscio. Veniamo accolti in una di esse, dove vive una coppia di anziani, le prime persone di una certa età, oltre la nonna di Dawit, che incontriamo. Ci offrono caffé e kolo. Dopo aver acquistato uno stupendo telo di cotone grezzo, diventato poi una tenda, ridiscendiamo per riprendere la strada che ci riporterà ad Addis Abeba.

Nella capitale visitiamo il Museo Etnografico che raccoglie interessanti oggetti di uso quotidiano, attrezzi da lavoro, strumenti musicali, croci copte, Waga-Konso. Ci immergiamo poi tra la folla e il traffico caotico per “sentire” la città. E’ una bellissima giornata, piacevolmente fresca e ventilata. Ripartiamo nuovamente, questa volta diretti a nord, dove si estendono gli immensi altopiani etiopi. Li attraversiamo per raggiungere Bahir Dar, sul lago Tana. Questo luogo è indicato come un paradiso per i birdwatchers e lo è per la varietà di avifauna presente. L’albergo nel quale ci fermiamo si affaccia sul viale lungo il lago; questo viale lo vediamo esattamente come lo descrive la guida: ricco di palme e piante che producono enormi fiori rossi. Dopo una doccia rinfrescante e tonificante ci concediamo una bella passeggiata sul viale e una gustosa cenetta in riva al lago. In albergo incontriamo un ragazzo che organizza escursioni in barca per la visita ai monasteri sulle isole. Ci accordiamo sul prezzo e sull’orario di partenza.

La mattina seguente partiamo alle 7.30 dall’albergo per raggiungere il posto in cui Chemere Misganaw, il nostro capitano, con una barca simile alle lucie del lago di Como, ci fa scivolare sulle acque del più grande lago di questo Paese. Sono ben 37 le isole che vi sorgono e su alcune di esse furono eretti dei monasteri. Il nostro accompagnatore ci informa che ci vuole circa un’ora per raggiungere la prima isola. Avvistiamo una numerosa colonia di pellicani e molti cormorani; incrociamo anche un pescatore su una tipica imbarcazione del lago, il tankwa, costruita con le canne essiccate del papiro. Approdiamo esattamente dopo un’ora e veniamo accolti da un gruppo di ragazzi che si propongono come guide e come venditori di riproduzioni di pergamene sacre. Non riusciamo a scrollarli, ci seguono per tutto il percorso. Visitiamo il monastero di Ura Kidane Meret (XIV – XV sec.) mirabilmente decorato al suo interno con splendidi affreschi che raccontano episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. All’aperto, in un cortile, si celebra un rito funebre; gli uomini sono disposti in cerchio e cantano nenie mentre tre donne, al centro, camminano curve e piangenti. Alternativamente si spostano gli uomini in piccoli gruppi al seguito di uno di loro che suona una cornetta. La visita al monastero prosegue con la sosta al museo che conserva antiche croci copte, corone, paramenti e testi sacri. Torniamo al molo accompagnati dal codazzo che non ci ha perso di vista un attimo e riprendiamo la navigazione. Il nostro capitano punta la prua verso la piccola Kebran Gabriel, sulla cui sommità si erge il monastero dedicato a S.Gabriele, aperto solo agli uomini. Io sono costretta a rimanere nei pressi del molo: per me c’è un limite invalicabile. Sulla minuscola isola di fronte gli affreschi del monastero sono recenti e non sono belli come i primi che abbiamo visto. Dovremmo completare il giro con la visita alla chiesa di Debre Maryam, la più antica, che però troviamo chiusa. Il luogo in cui sorge è molto bello perché è la confluenza del Nilo Azzurro nel lago Tana. Non lontano c’era anche la residenza del negus Hailé Selassié, che aveva accarezzato per qualche tempo l’idea di trasferire la capitale a Bahir Dar. Navighiamo per un breve tratto sul Nilo Azzurro e torniamo indietro, ringraziando il nostro attento e discreto accompagnatore, studente di ingegneria civile all’università di Bahir Dar, che si mantiene agli studi facendo questo lavoro. Dopo pranzo con la jeep raggiungiamo le cascate del Nilo Azzurro – Tis Isat – che non sono distanti da Bahir Dar, ma la pista è accidentata. Paghiamo il biglietto d’ingresso per vederle e una guida ci accompagna per un trekking di circa due ore, molto bello, in cui ci spiega il funzionamento di un’opera realizzata dall’Italia, come risarcimento della guerra coloniale, e più recentemente dall’ex Jugoslavia, per la produzione di molti megawatt. L’Etiopia esporta energia elettrica al vicino Sudan e importa da esso petrolio. Lasciamo il piccolo villaggio nei pressi della centrale ed attraversiamo un ponte costruito dai portoghesi nel XVII sec. Lungo il percorso vediamo numerosissimi blue Nile birds, uccelli grandi come merli con una stupenda livrea cangiante verde-azzurra. Arriviamo alla cascate che in questo momento non portano molta acqua, per via sia dello sfruttamento idroelettrico sia della stagione secca. Sono comunque uno spettacolo da non perdere. Il trekking finisce con l’attraversamento in battello del Nilo Azzurro sullo sfondo di un indimenticabile tramonto. Rientriamo a Bahir Dar e d andiamo a cenare allo stesso ristorante in riva al lago, dove stasera assaporiamo la tilapia, pesce del lago Tana. Quindi, con Dawit andiamo in un locale tipico amara, ad assistere ad uno spettacolo di danze e canti accompagnati da percussioni e masinko.

Partiamo da Bahir Dar alle 8. Il percorso, polveroso e sballottante, ci porta dopo quattro ore e mezzo a Gondar. Iniziamo la visita alle sue antiche vestigia con il Palazzo Fasiladas, edificato nel 1636 e attribuito ad un architetto indiano che progettò un’insolita sintesi di stili portoghese, moresco, indiano e axumita. Il percorso storico-artistico prosegue con la visita alla suggestiva chiesa di Debre Berhan Selassié, famosa in tutto il Paese per il soffitto affrescato con un centinaio di volti di cherubini, ognuno con un’espressione diversa, anche se apparentemente uguali. Ci dirigiamo quindi ai Bagni di Fasiladas, di cui è rimasta in discrete condizioni la torre a due piani circondata un tempo dalla piscina termale, che una volta l’anno viene riempita per la cerimonia del Timkat, mentre il mausoleo di Zobel il cavallo è semidiroccato. Terminiamo con la visita al complesso di Kweskwam, fatto erigere dall’imperatrice Mentewab. Come il Palazzo Fasiladas si compone di diversi edifici. In una piccola cripta sono conservati gli scheletri dell’imperatrice, del figlio e del nipote. Gondar ha un fascino particolare.

Dopo una rapida visita al villaggio Falasha (Wolleka) a sei km da Gondar, abitato da ebrei etiopi, ritorniamo a Bahir Dar e, sulla via per Addis Abeba, facciamo tappa per dormire a Debre Markos.

Addis Abeba, dal romantico significato di “nuovo fiore”, la visitiamo in tutta calma negli ultimi due giorni di permanenza. Ne percorriamo l’immenso mercato, le vie principali, ne visitiamo i negozi ed il Museo Nazionale che custodisce gelosamente i resti fossili di Lucy, la nostra mamma primigenia…



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