Pat racconta il viaggio in Etiopia

di Patrizio Roversi - pubblicato il

L’Etiopia è stata una sorpresa pazzesca, nel senso che non me l’aspettavo davvero così bella. Un viaggio sorprendente in una natura e in una cultura che mi ha stupito, anche perché non molto conosciuta. Un italiano medio dell’Etiopia ricorda le tristi parentesi della guerra e magari qualche immagine di qualche monastero copto. In realtà è molto di più. Provo a sintetizzare le mie impressioni... L’approccio è stato subito interessante dal punto di vista dei nostri rapporti di italiani con l’Etiopia. Ho verificato immediatamente, parlando con le persone - italiane ed etiopi - che c’è grande affetto e familiarità tra i due popoli. Io avevo semplicemente letto quello che noi italiani abbiamo fatto in quel paese, dal gas mostarda fino ai 175.000 morti che abbiamo provocato (mi sembra di ricordare), quindi immaginavo tutt’altro. Ho interpellato varie persone etiopi chiedendo “Ma scusate, come mai ci volete bene?”. Ho ricevuto una risposta univoca, dalla nostra guida Enok - che è un ragazzo di 20 anni - fino all’ultra ottantenne Presidente della Repubblica, anche in separata sede mi hanno detto la stessa cosa, che più o meno suona così: “Noi non siamo mica scemi, facciamo differenza tra il fascismo e il popolo italiano, tra quella spedizione che ha provocato molti lutti e voi come popolo. Facciamo anche differenza fra le cose belle che voi anche negli stessi anni ’30 avete fatto e viceversa le schifezze combinate. Noi non facciamo di ogni erba un fascio e di ogni italiano un fascista, siamo in grado di distinguere”. È una bella lezione, di profondità e sensibilità. Ad esempio, mia suocera quando sente parlare tedesco oggigiorno, comincia a mandare tutti a quel paese! Perché non vuole sentirne nemmeno parlare dopo ciò che i tedeschi hanno fatto a Marzabotto e Casalecchio quando lei era giovane.

Un approccio interessante... A proposito, sia il Presidente della Repubblica che Enok parlano un italiano perfetto, il primo perché lo ha imparato negli anni ’30, il secondo perché lo ha imparato alla scuola italiana.

Infatti, un’altra cosa che ho scoperto conoscendo i nostri accompagnatori di Laka Tana Tour Ethiopia , Betta e Giorgio, è proprio l’importanza della scuola italiana all’estero. C’è una scuola statale in Etiopia che dall’asilo arriva fino alle superiori (mi sembra di ricordare due corsi superiori, geometra e liceo) che forma direttamente una classe dirigente, un gruppo di etiopi, che pur rimanendo collegati alle loro radici, hanno una cultura affine alla nostra. Ho discusso con Enok (ragazzo stupendo, sia perché è bello che perché proprio carino e intelligente) sulle radici di questa familiarità. Insomma, parlavo con lui come parlo con voi: lui capiva non solo l’italiano, ma anche le mie sfumature e le mie richieste, la mia mentalità.

Trovo che le scuole all’estero siano un investimento enorme che ritorna indietro anche in termini economici, per questo - secondo me - bisognerebbe farne di più. Tra l’altro, Giorgio e Betta, nostri ospiti e anfitrioni che hanno organizzato il viaggio e mediato tra noi e il ministero del turismo etiope, erano entrambi insegnanti della scuola italiana.

Non solo gli etiopi sono favorevoli e ben disposti nei confronti de gli italiani, ma gli italiani si sono dichiarati a me come persone a casa loro, a differenza di altre comunità italiane sparse per il mondo.

In passato ho visitato grandissime comunità di nostri connazionali ad esempio in Australia e in Argentina. Sono queste perfettamente inserite, anzi hanno raggiunto una posizione di grande rilievo, però hanno sempre una punta di nostalgia e soprattutto c’è una conflittualità tra la loro dimensione di emigranti e il loro attaccamento alla madre patria. C’è sempre contraddizione. Ricordo signore che stavano da 40 anni in Argentina, poi sono venute in vacanza in Italia e hanno pianto tutto il tempo perché non si sentivano né italiane, né argentine... Qui invece ho notato della gente perfettamente a proprio agio. Non so perché, alcuni sono nati addirittura là, ma hanno mantenuto un rapporto con l’Italia strettissimo. Ad esempio, non c’è il problema di chi parla o meno italiano, non esiste, mentre in Argentina o Australia fanno dei corsi di italiano per la seconda o la terza generazione che non lo parla più. Qui il problema non si pone, forse perché siamo anche più vicini e la gente va e viene, o forse perché c’è una scuola italiana non lo so. Ma si sentono a casa loro. Oppure può essere che il colonialismo e la guerra - come mi ha detto un professore etiope - alla fine ci abbiano unito. Anche le esperienze tragiche infondo uniscono. Ci siamo fatti la guerra, ma un altro anziano mi ha detto “Sì infondo siete morti voi, siamo morti noi”, quindi alla fine si è instaurato un rapporto. Questo mi ha dato da pensare da morire. Fermo restando che gli italiani hanno fatto cose folli là e si sono comportati da veri e propri criminali di guerra... Addirittura l’Etiopia - finita la guerra mondiale - ha chiesto la consegna di alcune personalità che si erano macchiate di gravissimi delitti e l’Italia ovviamente non glieli ha dati, ha fatto come la Germania con noi, se non peggio. Sì, c’è questo retaggio terribile, però è nato un rapporto. Ci sono anche cose positive che evidentemente l’Italia ha fatto là. È banale dirlo però è vero, la rete stradale è ancora quella. Qualcosa è stato fatto. C’è tutta una mentalità che ci accomuna.

di Patrizio Roversi - pubblicato il
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