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Fragole infinite

L'Etiopia, se la provi, ti rimane addosso, come una seconda pelle. Ti si attaccano addosso le corse dei bambini, i corpi sudati della gente, la terra rossa. Ti si attacca addosso l'Africa, come la malaria, come una malattia. Quest'anno siamo ...

  • di Eliviola
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: fino a 6
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

L'Etiopia, se la provi, ti rimane addosso, come una seconda pelle. Ti si attaccano addosso le corse dei bambini, i corpi sudati della gente, la terra rossa. Ti si attacca addosso l'Africa, come la malaria, come una malattia.

Quest'anno siamo tornati, a sud. Complice l'amicizia di Amin, un vero e proprio mediatore culturale tra noi e il suo paese, siamo tornati, come avevamo promesso.

18 giorni, intensi, serrati, sveglie all'alba perché le strade e i chilometri che ci separano sempre da un villaggio di fango all'altro, sono interminabili, le buche faticose, la concentrazione vigile e il caldo pesante. Dopo un comodo viaggio in aereo con Turkish Airlines, comperato via internet, restiamo un giorno a Addis Ababa caotica quanto basta, ma la giriamo come ce la ricordiamo tra la caffetteria da Enrico, Entoto e i negozietti vicino a Piazza, per cenare all'ottimo Serenade. Il giorno dopo siamo sulla nostra jeep Toyota, con Haile al volante e iniziamo a viaggiare verso sud. Distese di fragole appena fuori Addis sembra Sant'Orsola, comperiamo marmellata e farciamo panini. Un arbremagique di fragole è appeso al retrovisore della jeep: occuperà il mio campo visivo per tutto il tempo... Le strade sono ingombre di animali, capre e mucche, ai lati della strada i bambini cantano e ballano, le donne portano pesi inimmaginabili e noi snoccioliamo chilometri e giornate oltre i laghi Zuway, Abiata e Langano e giù fino a Arba Minch. Immobili coccodrilli e ippopotami sonnecchiosi affollano le acque del lago Chamo, babbuini lungo la strada e quando la sera arriviamo al Bekele Molla hotel non c'è mai la corrente elettrica, nella nostra piccola stanza, solo acqua fredda e zanzare e le sciacquone del bagno che non si ferma mai, ma poi troviamo una cassetta che se la colleghi all'i-pod amplifica la musica nella macchina. Ça c'est l'Afrique! Visitiamo i Dorze e le loro altissime case di falso banano. Le giornate afose e polverose si susseguono, la sera ci accompagna sempre la pioggia di questa stagione secca, attraversiamo Konso, beviamo birra Dashen e arriviamo a Jinka. Qui c'è anche l'aeroporto, una striscia di erba e di buche dove i ragazzini giocano a calcio e le capre pascolano indisturbate e noi non abbiamo avuto la fortuna di vedere atterrare un aereo, ma ci hanno giurato che è vero! Jinka è la porta d'ingresso del parco Mago dove visitiamo la tribù dei Mursi. Neri guerrieri, alti e austeri che si scarnificano la pelle per impreziosire il loro corpo con disegni geometrici, donne con le labbra sformate da piattelli di argilla, ci offrono sorrisi e pose per le fotografie. Riprendiamo la strada polverosa fino a Turmi e intanto ci dibattiamo tra turismo responsabile e soldi, turismo senza criteri e bio-architettura. Qui siamo lontani anni luce dalla nostra civiltà - se così possiamo continuare a chiamarla. Nella macchina ascoltiamo a tutto volume Teddy Afro Fabrizio de Andrè e Aster Aweke. Turmi è lontana, noi ci fermiamo al mercato dei Banna diritti ed eleganti adorni di perline e piume. Quest'anno è cambiato il nostro rapporto con le persone, non diamo più Highland – le bottiglie di acqua vuote - ai bambini, le buttiamo lungo la strada, chi passa le trova e meglio così. Restano i nostri girotondi e i nostri goffi balli a distrarli e incuriosire i loro sguardi. I chilometri finiscono, il tramonto arriva, magnifico, ed è l'ora di montare la tenda al campeggio dove ci fermeremo tre notti. Le notti, che finiscono sempre con una palla di fuoco dietro un'acacia e noi che giochiamo e ridiamo al gioco dei mimi

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