Ecuador, mi amor eterno

“La gente della mia Quito è imperterrita, paziente, aperta, raramente esce dai gangheri. È gente minuta, ce ne sta molta in un quadro di vita quotidiana, otto o nove sull’ultimo sedile di un bus urbano, tre o perfino quattro in ...

  • di Sara Bruno 3
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“La gente della mia Quito è imperterrita, paziente, aperta, raramente esce dai gangheri.

È gente minuta, ce ne sta molta in un quadro di vita quotidiana, otto o nove sull’ultimo sedile di un bus urbano, tre o perfino quattro in un letto d’ospedale, venti sul pavimento di un cella, migliaia nelle processioni del Venerdì Santo per le stradine strette.

L’Ecuador è un paese portatile, grande come un cappello di paglia, così piccolo che sta in qualunque cuore.” Iván Egüez

“Non ti innamorare di Isabela”... Quante volte Richar ha ripetuto questa frase durante le poche ore che abbiamo passato insieme! La prima volta l’ha detta dopo appena dieci minuti che ci conoscevamo, di fronte ad un piatto di pesce alla griglia e riso, alzando il suo bicchiere colmo di Pilsener al cielo per brindare al nostro arrivo.

Poi l’ha urlata di ritorno dal Volcan Sierra Negra, mentre i cavalli sbuffavano lanciati al galoppo e le felci che ci circondavano ringraziavano la pioggia caduta poche ore prima regalandoci il loro verde migliore, il più brillante.

Persino i leoni marini e le iguane di Las Tintoreras l’hanno sentito metterci in guardia di fronte al fascino della sua isola, l’isola che a poco a poco stava cercando di farci scoprire.

“Non ti innamorare di Isabela”: è stato questo il suo avvertimento quando il tramonto regalava alle palme in riva alla spiaggia una luce calda, intrigante ed il sole colava a picco nell’oceano, abbandonando i nostri corpi bagnati dopo una nuotata indimenticabile; il vento ha catturato il suo sussurro e l’ha portato lontano, chissà dove; forse fino alle stelle che stavano cominciando ad illuminarsi e che a notte fonda hanno ipnotizzato i nostri sguardi, mentre le onde del mare si infrangevano sulla battigia e da una casa a pochi metri dal molo giungevano le note smorzate di una chitarra, triste base di una voce ancora più triste... “Non ti innamorare di Isabela”... L’incredibile verità di cinque parole sentite troppe volte, ma mai veramente ascoltate, continua ad affacciarsi alla mia mente quando cammino sulla lunga spiaggia sabbiosa di Puerto Villamil poche ore prima che l’aereo decolli per trascinarmi via da questo Paradiso.

Sono le 7.00 del mattino.

Le onde dell’oceano portano verso di me un intenso profumo di salsedine mentre mi avvio verso il Muro delle Lacrime, decisa ad avvistare le sule dai piedi azzurri.

Le mille impronte che affollano la spiaggia cercano di raccontarmi la storia delle sue ultime ore... Lunghe strisce ondulate sono il segno che molte iguane marine questa notte hanno abbandonato gli scogli per rifugiarsi nel sottotetto di una casa dipinta di viola a pochi metri dal mare, per nulla spaventate dai tanti cani che devono aver vagato sotto le stelle dopo che le ultime luci del paese si sono spente. Le loro tracce confuse si mescolano con i piccoli segni lasciati dalle zampe scheletriche degli uccellini che dall’alba stanno percorrendo instancabili la battigia, in cerca di insetti, pronti a gettarsi verso il mare appena l’onda si ritira e a fuggire spaventati appena un’altra si avvicina minacciosa.

E naturalmente anche molti uomini sono passati di qui, a notte fonda oppure alle prime, tenui luci del mattino, a piedi oppure in bicicletta, ma, quando comincio a scorgere in lontananza le prime sule che si avviano verso il mare, conto appena quattro persone.

Una ragazza con qualche chilo di troppo sta correndo nella mia direzione, mentre un turista dall’aspetto nordico osserva come ipnotizzato il volo elegante di una fregata. Gli altri due uomini camminano in silenzio, proprio come me... E proprio come me staranno spaventando i piccoli granchi rossi che popolano la spiaggia, inducendoli a correre nei loro buchi scavati nella sabbia

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