Un mese nella capitale di Cuba

Il mio viaggio nell'isola del "Che", anno 2015, parte II

  • di kuros
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro
 

Viste le migliaia di visualizzazioni e i complimenti pieni di curiosità di amici e parenti, vi scrivo con piacere la seconda parte delle mie memorie cubane, sperando che, al di là del fascino per l'affabulazione esotica, qualcuno possa trarne qualche beneficio. Ecco, rincominciamo dall'inizio, quello che non raccontai. All'aeroporto dell'Havana era una sera di un Luglio 2015 torrido, e decine di autobus di turisti, provenienti da mezzo mondo, stazionavano davanti lo slargo, tra un via vai caotico di tassisti, viaggiatori e poliziotti. Un tassista, vista la mia aria assonnata e smarrita, mi ferma e mi chiede se ho bisogno di un passaggio. Contratto e accetto. Quando arrivo a "l'Havana Centro" riesco a trovare dopo poco la zia di un mio alunno che mi avrebbe "ospitato" per circa un mese. Non mi conosce e non sa del mio arrivo. Ho solo un biglietto spiegazzato con il suo indirizzo che mostro ai vicini, fin quando trovo l'affittacamere. Una donna di mezz'età dallo sguardo astuto. Gli sbalzi di pressione dell'aereo mi hanno completamente otturato un' orecchia, e, quando glielo dico, il suo volto si illumina. Ho una sete pazzesca e lei mi invita ad andarmi a comprare l'acqua a mezzo Km di distanza. Perplesso, mi incammino nelle strade mezze buie e alla fine compro il mio litro di acqua. E' il mio primo impatto con le notti dell'Havana, e subito, nel breve percorso, incontro delle ragazze che mi salutano “Hola, mi amor”.

Il giorno dopo, mentre scopro in cucina la presenza di un grande distributore d'acqua filtrata, la mia padrona di casa si offre di accompagnarmi all'ospedale. Perché tanta generosità? Solo perché sono il prof di un nipote italocubano che non vede da sei anni? Sono perplesso. Capisco tutto quando, dopo la visita all'otorino, mi chiede trenta euro, entra nella stanza e poi mi invita a uscire fuori. Poi sorride e mi dice che mi ha fatto risparmiare almeno settanta euro e tre ore di fila. Crede proprio che sia un perfetto idiota, ma glielo lascio credere. Mah.

Il giorno dopo esco e, spinto dal consiglio di tre giovani napoletani (come me) appena incontrati, mi dirigo nella famosa "Casa della Musica". Decine di bellissime ragazze ti puntano, ma capisco subito che cosa vogliono davvero. Cerco di ragionarci e parlo nel mio stentato spagnolo (in realtà un idioma fatto più di portoghese che di spagnolo) con una specie di Venere nera, una ragazza di ventidue anni che non ha nulla da invidiare a Naomi Campbell. Da incorreggibile ma anche ambiguo “moralista” sputasentenze, mezzo indignato dalla situazione, ma anche scioccato dalla sua bellezza mozzafiato, le chiedo perché mi chiede soldi e che ci faccia lì. E se vuole mai farsi una famiglia, se vuole un giorno conoscere un ragazzo onesto, perché spreca la sua vita in una specie di bordello del genere, attirando puttanieri di tutte le età e le taglie provenienti da mezzo mondo. Lei non si offende per nulla e mi risponde che deve aiutare la sua famiglia a Santiago e che, dopo dieci anni, ha già deciso, smetterà. Un giorno tornerà a Santiago con un bel giovanotto e metterà al mondo tanti bambini. Auguri, le dico, e la saluto. Torno a dormire.

Qualche giorno dopo la mia padrona di casa, durante la colazione, torna alla carica. Mi propone, dopo due settimane, di andare con lei e suo marito a Trinidad, una città distante sei ore di automobile. Il patto è questo: se vado non pago il passaggio, però in cambio devo mettere la benzina e devo prometterle che, al ritorno, starò da lei all'Havana fino alla fine del viaggio. Pagamento anticipato (nessun testimone). A Trinidad però il vitto e alloggio per me e la ragazza di Marianao che nel frattempo avevo conosciuto sarebbero costati solo 30 euro. Tutto sommato mi sembra conveniente ed accetto, senza immaginare le terribili conseguenze future. Ma chi è sta ragazza di Marianao? Si tratta di una bella chica nera che conosco una domenica mattina all'Havana vecchia. Passeggio con lei tutto il giorno, poi il pomeriggio l'accompagno a casa. Non so che mi aspetta. Abita in una specie di tugurio col tetto di Eternit senza bagno (hanno dietro una tenda un grande bidone d'acqua e si lavano con una specie di pentolino col manico lungo). Sono di religione Yoruba e in casa hanno delle bamboline nere su un tavolino con foto di parenti e candele accese. Quando entro in casa, la madre della mia “fidanzata” si illumina e mi fa sedere offrendomi caffè, dolci e panini. Abbraccia la figlia piangendo mostrando le medicine (ansiolitici?) che ha preso durante le ore precedenti perché la figlia non era tornata a casa. La figlia, abbracciandola, mi sorride. Poi arriva correndo la bambina che si attacca al collo della giovane madre e non si scosta più. Nonna, madre e figlioletta. E' decisamente un quadretto commuovente e dovresti avere il cuore di pietra per non sentire niente. Vivono in questa casetta di 20 metri quadrati in tanti: lei, la figlioletta di quattro anni, il fratello maggiore, la madre. Accanto c'è la sorella col marito e due figli piccoli. Quando arrivo sono tutti felici perché hanno appena comprato un pc. Si tratta di un pezzo da museo dei primi anni 90 col cassettone gigantesco e il monitor ricurvo. Ma loro ci possono giocare, ascoltare musica e scrivere. Ovviamente, niente internet. Adiacente alla casa ci sono molte casette. Non hanno telefono e per le comunicazioni urgenti usano un telefono fisso di una vicina. I bambini giocano nello spiazzo adiacente questo gruppetto di case e fanno una confusione piena di calore e umanità ed è un piacere vedere questi ragazzini che si rincorrono felici con giochi di altri tempi. Qualche giorno dopo ci ritorno con il mio amico fiorentino conosciuto perché anche lui ospite nella famigerata casa pensione dell'Havana. Anche lui apprezza il calore del quartiere Marianao e della gente che ci vive. Portiamo le ragazze al ristorante e poi andiamo nella festa di piazza del quartiere. Che spettacolo vedere centinaia di cubani che si divertono con poco e niente. Il fiorentino poi deve ripartire e ci salutiamo con la promessa di risentirci

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Commenti
  1. kuros
    , 9/5/2016 20:18
    Cari lettori, vi scrivo pure questa! La favela di Rocinha

    “Per me si va...”. Rocinha (lett. “piccolo orto”) e´ la favela piu´grande dell´intero Sudamerica. Il piu´mostruoso abominio edilizio mai visto in vita mia. Immaginate lo scempio sociale, economico e culturale dei vicoli dei Quartieri Spagnoli portati all´ennesima potenza e avrete solo un´ idea di che cos´e´ Rocinha. Una strada principale in ripida salita, in cui passano autobus di línea, furgoncini privati pieni zeppi e decine di motociclette abusive che per 2 reais portano i passeggeri in cima alla collina. Una densita´spaventosa. Bambini e ragazzini salgono e scendono in continuazione daí vicoletti. Pochi vecchi. Qui la speranza di vita e´assai bassa. Centinaia, migliaia di case abusive sorgono una attaccata all´altra per i diversi Km quadrati che ricoprono la collina di Rocinha. Si puo´passare solo a piedi per la miriade di “becchi” (vicoletti strettissimi) della favela. Non una piazzetta, rarissimi alberelli. Gente che spreca la loro vita senza fare assolutamente niente. D´áltra parte non e´possibile cercare un lavoro onesto ed essere di Rocinha. Chi viene a sapere che colui che cerca un impiego vive in quel quartiere, glielo rifiuta. Allacciamenti abusivi di fili elettrici dappertutto detti in gergo brasileiro “gatos”. Film d´ázione di serie C venduti a ogni angolo. Musica di péssimo livello sparata dagli stereo dei venditori. Poster onnipresenti dei giocatori di cálcio, loro novelli e unici eroi e profeti. Molti hanno come vestito la maglia della squadra di cálcio preferita. Numerosi anziani sopravvissuti, in precarie condizioni di salute, non possono piu´uscire di casa da anni. Abitazioni costruite senza alcun critério hanno creato l´órrore: nei piani bassi non c´e´mai il sole e la tubercolosi e´elevata. Pochi assistenti sociali cercano di alleviare le sofferenze della gente. Alcuni hanno medicine gratuite. Ma le ONG qui non possono lavorare. C´erano una biblioteca pubblica e una ludoteca per bambini, ma hánno dovuto chiudere in seguito all´íntervento del boss. I ragazzini qui non possono andare a scuola per piu´di due ore al giorno. Il capo della favela, che há sempre bisogno di manovalanza, há intuito che per i meninos di qui la scuola potrebbe essere la via di uscita principale dall´ ambiente in cui vivono e quindi glielo impediscono. La conseguenza e´che molti dicono sinceramente che sono felici di stare qui, perche´ci sono nati, hanno amici, parenti e non gli manca niente. E non mentono. La stragrande maggioranza non si rende conto. In realta´il livello di criminalita´e´altissimo. Omicidi quasi quotidiani, industria pirata, armi, ma soprattutto traffico di droga. La favela rifornisce tutti i giovani della media e ricca borghesia di Rio. Per non parlare della classe piu´elevata. Cocaína, crack, marjuana. La sera i frati che stanno li´ da decine di anni cercando con i loro poverissimi mezzi di opporsi a Golia e Gomorra mi portano ad assistere a una messa in cima alla favela. Un percorso fatto di scale strettissime, maleodoranti, buie. E a ogni cento metri, senza esagerare, c´era un giovane “bandito” con pistole e fucile in bella mostra. Ne avro´visti almeno dieci, e chissa´quanti erano nascosti. Come i diavoli danteschi. Mi viene in mente che se Dante fosse vissuto oggi avrebbe forse tratto ispirazione in Rocinha per un Inferno non metafórico. Non c´ é bisogno di inventare niente. E´gia´tutto li´. I frati mi raccontarono che una volta, diversi anni prima, uno di loro, per scherzare e sdrammatizzare l´átmosfera, nel buio, impugno´la chitarra nella custodia come fosse un mitra. Súbito furono circondati da 4 o 5 banditi armati. Gli si gelo´il sangue nelle vene perche´rischiarono veramente grosso. Dopo venti secondi tutti si ritrovarono fuori dalla favela e ancora oggi si chiedono come hanno fatto in cosi´poco tempo a percorrere tutti quegli scalini nel buio pesto e con 4 o 5 banditi inferociti arrabbiati dietro. Forse si erano solo divertiti a spaventarli. Mah. Qui le ragazze non possono sposare non solo i ragazzi delle favele rivali, ma nemmeno quelli dei quartieri normali. I capi, con oculatezza scientifica, non lo permettomo. Se una ragazza sta troppo tempo fuori viene sottoposta a interrogatori. Se si fidanza con un poliziotto viene uccisa (vedi il film “Tropa de Elite”). Dieci anni fa il film “Cidade de Deus” fotografo´in maniera assai realística la situazione delle favele. Da vedere senz´áltro. Ma nonostate Lula qui nulla e´cambiato. La cosa buona e´che i ragazzi vanno tutti in massa al catechismo. Adolescenti e bambini affollano sempre la chiesa. Forse accade perche´il capo, descritto come piuttosto colto e “che parla bene”, si definisce cattolico. Forse e´rimasto ai tempi dell´oppio dei popoli di marxiana memoria e per questo non contrasta la chiesa. Mentre camminiamo Frei Alvaci chiede alla bambina che ci accompagna se há visto il ragazzo li´in fondo. Lei risponde di si´, chiedendogli a sua volta perche´glielo domanda. Il ragazzo, in pieno giorno, há un fucile tra le mani e contemporaneamente tira calci al pallone insieme ai bambini. Ma la bambina pensa che frei Alvaci si riferisce allá sua maglia: “Ah, allora anche tu sei della squadra del Flamengo?”. Fisso il soldato e mi chiedo quanto tempo potra´mai vivere. Avra´una ventina di anni. La mattina dopo il giovanissimo frate francescano mi presenta allá messa e mi invita a dire due parole. La chiesa e´stracolma. Biascico che sono assai felice di stare qui e che in Europa ci sono pochi bambini. Qui invece e´pieno. E´motivo di molta allegria per noi europei vedere questo. Tutti sono assai felici delle mie parole. Si sentono valorizzati dal fatto che uno possa essere venuto dalla lontanissima Europa a fare un corso di inglese per loro. All´uscita tutti mi fissano con riconoscente curiosita´. Al tramonto io, frei Alvaci e i due giovani frati della parrocchia saliamo con un volontario del quartiere in cima allá comunidade (mai chiamarla “favela”). Quello e´l´único posto di Rocinha dove si potrebbe vedere addirittura la collina del Corcovado con il celebérrimo Cristo Redentor preso d´ássalto da milioni di turisti tutti gli anni. Ma dalla chiesetta su´in cima le grandi sbarre e una nuvola passeggera oggi lo impediscono. I ragazzini si affollano allá finestra aggrappandosi al davanzale in alto. Rimangono molto delusi e hanno gli occhi lucidi. Oggi piove e si vedono solo le miriadi di velocissimi aquiloni colorati che tutti i bambini della favela fanno salire altissimi verso le nuvole. Il Cristo Redentor rimane lontano lontano. Allora il frate invita tutti a mettersi in circolo. I meninos si prendono per mano e invocano il Padre Nostro “Todopoderoso”.
    Scritto in una cella di un convento di Rio in una afosa notte d'agosto su richiesta dei frati

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