Turiste per Caso a Cuba

Syusy e Zoe ci raccontano il nuovo (e il vecchio) dell’isola della Revolución, prima che cambi del tutto!

 

Sono a L'Avana per il primo maggio. Ho voluto esserci, a costo di perdere l'inaugurazione dell’Expo in Italia. È capitato così, e ne sono felice. Siamo arrivati in tre: io, Zoe e Ivan, il cameraman. Facciamo un bel gruppetto e ci chiamano "quei tre": siamo la formazione ideale, molto ristretta, di una troupe televisiva. Non potevamo perdere l’occasione che ci è stata offerta da Mintour, e partecipare all’evento annuale di FITCuba (una sorta di BIT caraibica) con Press Tour, che lavora a Cuba da 30 anni e rappresenta quindi uno spaccato "storico" della situazione del turismo sull'isola. Poi c’è naturalmente Zoe, più convinta che mai nel fare questo viaggio, in veste di organizzatrice, traduttrice e secondo cameraman. Cuba è un destino iscritto nel suo DNA, dato che c'era stata già nel 1994, quando era ancora nella mia pancia: ero incinta di sei mesi quando venni la prima volta con Patrizio e una semplice telecamerina, per fare le riprese di quella che fu la nostra seconda puntata di Turistipercaso, dopo l'India. Siamo stati qui circa venti giorni, proprio quando iniziava il cosiddetto Periodo Especial, aiutati dal nostro amico Ginestri (amante dell'isola da sempre). Poi Zoe è tornata a sette anni, nel 2002, quando facemmo il giro del mondo con Adriatica, la barca di Velistipercaso, mentre a Cuba iniziava un nuovo periodo, con le prime "case particular" e l’apertura verso il turismo. Sull'Isola della Gioventù ha imparato ad andare sott'acqua, con le lezioni di una maestra eccezionale: Deborah Andollo, primatista mondiale d'apnea.

Ora siamo di nuovo qui, dopo che Raul Castro ha abbracciato il presidente degli Stati Uniti. Tra qualche mese il Papa farà visita a L'Avana e le cose si evolvono rapidamente verso un'apertura incredibile. La Chiesa ha fatto da ponte anche con il rapporto con l'America, e questa venuta a Cuba di un Papa (insolito) come Francesco promette bene. Una vera rivoluzione nella rivoluzione, se si pensa ai rapporti internazionali, e quelli con la religione in generale, del Paese fino a poco tempo fa. Zoe rappresenta quindi, almeno per noi, io e Patrizio, i suoi genitori, il filo conduttore del nostro rapporto con Cuba, e di come cambia nel tempo un’isola ribelle, dove "no se rende nadie" (non si arrende nessuno), come disse Fidel, uno slogan che ancora oggi si legge sui cartelli per strada.

PRIMO MAGGIO CUBANO

Insomma, non è un caso se sono a L'Avana per il primo maggio 2015, in Plaza de la Revolución: che cosa strana! Andremo a fare riprese. Alle 4 di mattina, quando è ancora buio, si sentono per strada camion e altri mezzi che arrivano da chissà dove. Penso alla difficoltà di spostarsi dalle campagne fino in città: questa gente non ha dormito la notte. E si vede che qui sono abituati a organizzare una manifestazione popolare: è tutto ordinato, e anche noi, come giornalisti, dobbiamo solo prendere il tesserino e passare al controllo di telecamere e fotocamere. Ci sistemano su un palco, da dove osserviamo la piazza. C’è il grande Monumento a José Martí e un palco, dal quale si affacceranno i politici, i militari, le autorità, e quest’anno anche i cosiddetti “cinque eroi di Miami” (agenti dell’intelligence cubano liberati dagli USA). Di fronte a noi, dove sfilerà il corteo, c’è una banda musicale formata da numerosi elementi, e rafforzata da un folto gruppo di figuranti, capaci di voltare all’unisono delle bandierine colorate, per formare varie figure. Un grande schermo proietta le immagini della manifestazione, in attesa del via. Io e Zoe siamo perplesse: il tutto, finora, ha un aspetto un po’ “sovietico”. Ma aspettiamo l’inizio. Prima parla un rappresentante del governo e poi comincia la parata: sfilano i medici, gli studenti e i contadini.

LE COOPERATIVE

Adesso passano le imprese cooperative. Un esperto italiano mi ha detto che l’economia è pur sempre economia: ocapitalistica, e allora rende ma non ridistribuisce, oppure collettivistica, che distribuisce, ma solo il poco che produce, e non rende. Quindi, che fare? La soluzione, in Europa e soprattutto in Italia, l’abbiamo sperimentata da tempo: la cooperativa, che produce e distribuisce. Sembra che qui la cosa abbia preso piede, com’era logico, e nel giro di pochi anni sono aumentate in vari settori. Comincia a piovere e molti operatori rinunciano alle riprese. Oltre ai cartelli, spuntano ombrelli colorati, ma nessuno si spaventa per un po’ d’acqua, che qui è vista come una benedizione. Notiamo delegazioni di Paesi latinoamericani, ma anche gruppi e altre rappresentanze non ufficiali: persone con in mano la bandiera inglese e canadese, una della Siria, alcuni turchi e un gruppo di americane che sfilano tutte vestite di rosa. “Chi siete?”, chiedo. Si dichiarano pacifiste femministe ecologiste: hanno l’aria da hippie, e tra di loro ci sono uomini e molte ragazze, giovani e carine. Mi dicono che è ancora difficile per uno statunitense venire a Cuba: o si passa per il Canada, o si paga una multa di quasi mille euro se ti trovano col visto cubano, anche se oggi, arrivando in gruppo con uno scopo preciso, forse te la cavi

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