L'ultimo giorno all'Avana

Non ho proprio voglia di regalarti un chavito, fratello. Non ho voluto comprare i tuoi sigari, né la storica banconota con la firma del Ché. Non mi interessa l’aragosta del ristorante del tuo amico, o la chica che mi descrivi ...

  • di raggiods
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Non ho proprio voglia di regalarti un chavito, fratello. Non ho voluto comprare i tuoi sigari, né la storica banconota con la firma del Ché. Non mi interessa l’aragosta del ristorante del tuo amico, o la chica che mi descrivi bellissima, e che sicuramente sarà disponibile come dici. Non ci credo che oggi è il tuo compleanno – sarebbe il terzo che becco solo stamattina – quindi non avertene a male se stavolta non mi va di tirar fuori dalla tasca uno dei miei pregiati pesos convertibles, o CUC o chavitos che dir si voglia. Vale meno di 1 euro per me e molto di più per te, lo so, ma è proprio che mi gira storto.

E’ il mio ultimo giorno a Cuba, hermano, l’ultimo giorno all’Avana, e sto andando su e giù per Obispo cercando di capire se sono più triste, più arrabbiato, più felice o più sudato. Tutto questo e molte altre cose che non so descrivere si mescolano, e cammino con la faccia ebete sicuro solo delle contraddizioni che mi porto dentro.

Contraddizioni. E per forza. Questa è la patria delle contraddizioni. Cuba è il posto più meraviglioso del mondo epperò per molti versi invivibile, o per lo meno dannatamente complicato da viverci. Con la sua gente bella sorridente gentile intelligente e fiera, capace di guardarti dall’alto orgogliosa della sua cultura e contemporaneamente chiederti un piccolo aiuto per comprare un po’ di carne o latte per il bimbo, che senza chavitos si fa fatica a portare a casa. Con la sua modernità da paese sviluppato e i campesinos col carretto trainato dal mulo.

Coi suoi palazzi coloniali ripuliti e splendenti in colori pastello, affianco ad altri fatiscenti e decrepiti, densi di odori, di grida, di musica e di panni spasi. Con le sue scintillanti Chevy anni 50 tenute insieme col fil di ferro, che cacciano un fumo nero di benzina scadente, e le altrettanto scalcagnate e puzzolenti Lada simil-124. E poi le spiagge di borotalco e il bagno sugli scogli neri del Malecon, l’istruzione gratuita fino all’università ma senza le matite e i quaderni per scrivere, la frutta più succosa della terra e le croniche carenze vitaminiche, il clima dolce tutto l’anno e i bambini col catarro, la scienza e l’assistenza medica più avanzata del Caribe (e forse anche oltre) ma niente medicine causa l’embargo quasi cinquantennale dell’odiato nemico imperialista yankee (ma pure per i buchi del bilancio statale), gli alberghi 5 stelle dove però i cubani non sono ammessi, i sigari, il bolero, la salsa, il son, il ron, il mojito, il cuba libre e una libertà ostentata nei retorici murales rivoluzionari tanto quanto negata dai continui divieti, da un opprimente e spesso corrotto apparato burocratico, da un regime sempre presente e sempre in ascolto.

Contraddizioni, complicato, arrangiarsi, industriarsi. Parole che nei viaggi lungo l’isola ho imparato a conoscere, e che poi inevitabilmente han finito per farmi compagnia.

Ne parlavo giusto ieri con Milagros. Tornavo in macchina dalle spiagge di Playa del Este, pochi chilometri dalla capitale, e lei stava facendo “bottella” a un incrocio. Fare l’autostop è un modo normalissimo di spostarsi a Cuba, data la cronica carenza dei mezzi di trasporto. E offrire un passaggio è anche un ottimo modo per uno straniero di conoscere gente ed ottenere indicazioni stradali, praticamente inesistenti. Milagros è una signora di mezz’età bassina e rotondetta, con una faccia intelligente e simpatica. Da 30’anni insegna chimica all’università, e oggi dopo le lezioni si è concessa un paio d’ore di mare. Mi dà orgogliosa il suo biglietto da visita di professoressa mentre l’accompagno in Centro Habana, il quartiere che forse mi affascina di più per la mescolanza di stili architettonici e perché ti sbatte in faccia quasi con violenza tutte le espressioni di una metropoli da 2.200.000 abitanti. E ‘anche per questo che Cuba ti incanta e di ammalia, perché ti si stende davanti così, stancamente, languida e spudorata, e senza chiedertelo ti impone di entrarle e leggerle dentro

  • 498 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Parole chiave
Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social