Partenza il 22/6/2016 · Ritorno il 30/6/2016
Viaggiatori: 2 · Spesa: Oltre 3000 euro

C’era una volta... una nave rompighiaccio e la magia delle Svalbard

di dabi - pubblicato il

A volte accade che sia il viaggio a scegliere te e non il contrario. Già durante il freddo inverno si parla di vacanze estive. Dove si va? Che si fa? Caldo o freddo? Italia o Mondo? Mai prima d’ora la scelta di una meta è stata tanto “sofferta”.

Sandro e io siamo attratti dalle Isole Faroe, arcipelago che si trova tra Norvegia, Scozia e Islanda. Natura incontaminata, paesaggi selvaggi, più pecore che abitanti, pochi turisti e molte altre attrattive. Acquistata la guida Polaris, leggo il volume tutto d’un fiato. Leggo inoltre un bel libro la cui storia è ambientata alle Faroe, alcuni diari di viaggio e, per dar seguito al progetto, contatto diversi operatori locali. Selezionato quello che mi pare il migliore, si discute di itinerari, informazioni generali, quotazioni. Sto per confermare un tour costruito su misura, ma qualcosa di irrazionale, che non so spiegare, mi blocca. Torneremo a pensare alle Faroe a fasi alterne, ne subiamo sicuramente il fascino, ma puntualmente facciamo marcia indietro o cambiamo direzione. Lo stesso si verifica quando prendiamo in considerazione le “nostrane” Eolie e le esotiche Seychelles. L’indecisione è logorante. Ciascun programma ci intriga. Come sempre richiede molto lavoro, ogni dettaglio è definito, ma al momento di “schiacciare il tasto invio”, ovvero di confermare una prenotazione, una vocina mi dice “no, aspetta!”.

Passano i mesi, l’estate si avvicina. Stranamente l’ansia cede il posto a una serenità immotivata. Infatti eventuali voli costeranno sempre più cari, le sistemazioni avranno sempre meno disponibilità, non ci sono gli elementi che giustificano tanta quiete, ma ho un presentimento – o forse è solo un’incosciente speranza – sento che il viaggio che faremo sarà come un’improvvisa folgorazione e che non dobbiamo impegnarci per non avere alcun vincolo e pentimento. Riproviamo con una nuova destinazione: Egitto/crociera sul Nilo a bordo di un’imbarcazione che ospita solo 70 passeggeri più soggiorno mare a Berenice, lontani da Sharm, dal Sinai e qualsiasi turbolenza. Questa volta ci siamo, è deciso, stiamo per acquistare il pacchetto viaggio, quando nella notte del 19 maggio un aereo Egyptair, decollato da Parigi con destinazione Cairo, precipita e si inabissa nel Mediterraneo, non si sa se in seguito ad attentato o avaria. Sono sconcertata per l’ennesima tragedia e pensierosa per il nuovo segnale che intima “stai lì buona, aspetta!”. Solo pochi giorni dopo, la newsletter di Oceanwide Expeditions il cui oggetto recita “Now or Never, 50% off…“ e relativa offerta 2x1 per le Svalbard, Polar bear special, mi induce in quel meraviglioso stato di agitazione già provato per lo stesso tipo di “last minute” ma con destinazione l’estremo opposto, cioè Antartide. Ecco quindi che, senza esitazione, rispondiamo al richiamo Artico, non importa se sarà un doppione, perché alle Svalbard siamo già stati alla fine di Agosto del 2012.

A giugno ci saranno altre condizioni climatiche, il sole non tramonterà mai, ovvero il giorno beneficerà di 24 ore di luce ininterrotta, ci sarà più ghiaccio, magari vedremo più orsi o balene, o entrambi. In ogni caso sarà un’esperienza magica. Dopo un viaggio in Antartide e due nell’Artico, possiamo scommetterci. Fedele all’amico Manuel, anche se “migrato” nell’isola a forma di piede, chiedo il suo aiuto per la ricerca dei voli e le prenotazioni. In pochi giorni è tutto organizzato, il conto alla rovescia è breve, è già tempo di partire e, come dicevo in premessa, non abbiamo scelto questo viaggio, ma le Svalbard si sono imposte senza possibilità di rifiuto. Normalmente detesto preoccuparmi dei bagagli, ma in questo caso – facilitata dalle precedenti esperienze – cumulo sul letto tutto l’occorrente e tra un paio di “mutandoni” termici e uno scaldacollo affiorano tanti ricordi, mentre l’emozione sale alle stelle.

22 Giugno 2016

Poche ore di sonno cui seguono nell’ordine: una levataccia, il bus da Monza a Malpensa, un primo volo per Copenhagen, un secondo volo diretto a Oslo, dove un lungo scalo ci trattiene e ci obbliga a una sosta per la prima notte. Una navetta, in poche fermate, ci deposita esattamente davanti all’hotel Scandic Airport. Il sole è ancora alto inoltre, per la prima volta, questo transito a Oslo non è bagnato dalla pioggia scrosciante come i precedenti. Approfittiamo del buon clima per una passeggiata. Non c’è molto nei dintorni dell’hotel, un boschetto di abeti, un sentiero e poco altro, ma stare all’aperto è piacevole così pure crogiolarsi al sole prima di cena. Apro una parentesi sull’hotel. La sua vicinanza all’aeroporto – non più di 5 minuti di bus – è strategica per chi, come nel nostro caso, deve ripartire già l’indomani mattina. La struttura, esternamente, è insignificante, ha l’aspetto di uno “scatolone” che prelude a un mediocre alloggio. Tuttavia varcata la soglia si cambia idea e i grandi ambienti, il design “pulito”, essenziale, tipicamente nordico, nonché i complementi d’arredo non possono che essere apprezzati. Le camere non sono molto ampie, ma lo spazio è razionalizzato, i colori sono gradevoli e le lampade di Artemide non passano inosservate. Per il resto, nelle aree comuni, oggetti, materiali, divani e pochi altri elementi, dal gusto minimal chic, creano bellissimi e gradevoli effetti. Finalmente, ci diciamo, un hotel niente affatto impersonale. Dopo il “tour panoramico” degli interni non ci resta che cenare e andare a dormire.

23 giugno 2016

La colazione ottima e, se vogliamo, esageratamente ricca è un valore aggiunto. Si, lo Scandic Airport hotel è promosso a pieni voti! La navetta è puntuale, in pochi minuti raggiungiamo l’aeroporto. Sorvolata la Norvegia, si effettua uno scalo a Tromso, seguono un lungo vuoto, le montagne innevate dell’arcipelago delle Svalbard, l’isola di Spitsbergen. Prima di atterrare a Longyearbyen, riconosco la “nostra” Plancius, nave rompighiaccio da esplorazione che sta ancorata in mezzo al fiordo. Mi emoziono al pensiero che tra non molte ore ne ripercorreremo i corridoi, rivedremo la luminosa lounge, i ponti esterni e tutti gli altri ambienti che ricordo benissimo. L’impressione è quella di tornare a “casa”. L’organizzazione Oceanwide è perfetta. Usciti dal terminal troviamo un bus per i passeggeri che vengono trasferiti nel centro della cittadina e un camion dove vengono stipati i bagagli da trasportare direttamente al molo. A Longyearbyen rivediamo le casette colorate, riconosciamo il museo e l’albergo che ci ha ospitato in precedenza, ma sono comparse anche nuove costruzioni. Non è esattamente una cittadina e non è neppure molto graziosa. Nel grigiore polveroso, le costruzioni squadrate sembrano ammassate a caso, non ci sono piazze o viali alberati. Longyearbyen è un luogo estremo e remoto, ma il sentimento provato è senza dubbio euforia, eccitazione, poiché esattamente da questa landa desolata hanno inizio grandi avventure. Alle poche occasioni di shopping o alla visita dell’unico museo preferiamo una passeggiata che, seguendo il mare, ci riporta nei pressi del porto, dove sono già iniziate le operazioni di trasferimento dei bagagli dalla banchina alla nave. La spunta dei nomi, le presentazioni, con alcuni dello Staff ci si conosce già, e poi è il nostro turno, a gruppi di dieci veniamo imbarcati sugli zodiac che sfrecciano dal molo alla Plancius e viceversa. Sorrido per questa prima singolare “zodiac cruise”. Quassù il clima è molto mutevole, ora le nubi si dissolvono e il grigio uniforme cede spazio ad ampi squarci d’azzurro. Attendiamo la partenza godendoci dal nostro ponte preferito il tepore del sole e osservando le montagne circostanti ricoperte da una cortina di basse nuvole. Siamo fermi, ma già sento il movimento del mare, purtroppo – distratta dalle operazioni di imbarco – sottovaluto il principio di malessere. Non prendo per tempo la magica pillola di Valontan e il disagio aumenta proporzionalmente al movimento e alla forza delle onde man mano che si percorre il lungo fiordo e fino all’uscita in mare aperto. Abbandono la cena poco prima che venga servito il dessert. Il danno è fatto, prendo ugualmente la prima pasticca, ma è troppo tardi.

La prima notte di navigazione non è sicuramente delle migliori. Sono sdraiata a letto, senza potermi muovere perché il rischio di vomitare è davvero elevato. Neppure l’annuncio “Whales!” riesce a modificare questo stato di inerzia, non ce la faccio ad alzarmi senza star male. Il morale è a terra, vorrei lavarmi i denti e vorrei spogliarmi per infilare un pigiama, ma devo restare immobile. Quando, dopo ore e una seconda compressa, finalmente il farmaco porta un po’ di sollievo, mi alzo velocemente una prima volta riuscendo ad armeggiare con spazzolino e dentifricio. Più tardi mi libero degli abiti, mi infilo una magliettona e infine mi addormento, ma sarà un sonno molto disturbato, a singhiozzo, mentre vengo sballottata dalle onde. Cupi pensieri affollano la mia mente nei momenti di veglia. Diciamo che il bilancio della prima notte di navigazione è disastroso. Ho perso, inoltre, le prime e forse uniche balene.

24 giugno 2016

Mi sento un rottame, ho lo stomaco accartocciato e opto per una colazione, di solito il pasto che preferisco, spartana. Solo tè e qualche biscotto. Abbiamo già superato l’angolo nord occidentale di Spitsbergen, stiamo navigando verso nord, il mare è abbastanza calmo, manterremo la direzione fino a che non troveremo il pack. Per quel che mi riguarda sto all’aperto e tutto va bene. Prima di mezzogiorno, all’orizzonte, l’inconfondibile bagliore bianco indica che tra non molto troveremo il mare ghiacciato. Sembra un miraggio, è meravigliosa quella linea di luce bianca. Ci avviciniamo al pack, una distesa di lastre di ghiaccio dalle forme più disparate. Lo costeggiamo ed è uno spettacolo osservare la netta linea di demarcazione: da una parte l’acqua calma o mossa da leggere onde, dall’altra lastre di ghiaccio e creste frastagliate che ondeggiano a seconda del movimento del mare. Unico rumore quello dei blocchi di ghiaccio che si accavallano o si toccano. Un tricheco solitario sembra godersi tanta bellezza. Entriamo poi nel pack, ma ne usciamo per navigare ancora un po’ costeggiandolo e verso nord est. Non onoro neppure il pranzo. Mi limito a un piatto di pasta condita solo con olio. Ci trasferiamo di nuovo all’aperto per ammirare la straordinarietà del paesaggio, ma approfittando della calma assoluta del mare assecondo la mia necessità di dormire e, anche se a malincuore, mi ritiro in cabina. Alle 17 mi sveglio decisamente più in forma. Solo ora noto che la Plancius è una “bella signora” che non risente del passare degli anni grazie a una manutenzione accurata. È infatti stata sostituita la moquette e molte parti sono state rinnovate. Il Capitano naviga ai margini del pack, entrandoci solo per brevi tratti. Nel frattempo lo Staff organizza un briefing, cui seguono interessanti conferenze su diversi argomenti scientifici. Si cena e al momento del dolce l’annuncio dell’avvistamento un orso. Ci invitano alla calma, l’animale è ancora molto lontano, abbiamo tutto il tempo di gustare il dessert, di indossare le giacche a vento e di recuperare l’attrezzatura fotografica. L’orso è intento a mangiare una foca strappandone sanguinolenti brandelli di carne. Terminato il pasto si ripulisce leccando le zampe e rotolandosi nella neve. Lo osserviamo mentre si gira sulla schiena, a pancia all’aria, cammina, salta da una zolla di ghiaccio all’altra, si accovaccia, si rigira su un fianco e infine quando si sdraia sazio, con la chiara pelliccia ripulita. Con la luce costante si perde la cognizione del tempo, sembra infatti sempre giorno, bisogna tuttavia imporsi di ritirarsi in cabina e dormire rispettando i ritmi biologici del nostro corpo. Chiudiamo le tendine e buona notte anche se fuori è pieno giorno.

25 giugno 2016

Anziché il tradizionale “Good Morning…” a svegliarci sono i sussulti della nave nonché il rumore delle lastre di ghiaccio che si spezzano sotto il peso dello scafo rinforzato. Prima di riaprire le tendine e di guardar fuori dalla finestra sappiamo già quale sarà lo scenario che vedremo. Siamo circondati dal pack, a oltre 81° di latitudine nord. Il polo dista poco più di 1000 chilometri. Il ghiaccio, man mano che si procede, è sempre più spesso, regna un silenzio irreale, in questo luogo fuori dal mondo solo gli uccelli ci seguono, tuffandosi o planando nel corridoio d’acqua che ci lasciamo alle spalle. Non è la prima volta che navighiamo nel mare ghiacciato, ma l’emozione al cospetto di tanta bellezza è pari a quella di un neofita e cresce vertiginosamente quando un’orsa, insieme ai suoi due piccoli, appare come per incanto. Tutti gli animali con cuccioli al seguito, senza eccezione per gli orsi, sono molto protettivi, quindi per non provocare stress alcuno al terzetto evitiamo inseguimenti o di avvicinarci troppo. Ci è capitato, nel precedente viaggio, di vedere orsi solitari, di fermarci e di attendere che siano loro ad avvicinarsi perché è vero che sono animali feroci, ma sono anche curiosi. In questo caso non c’è da sperare che la famigliola ci venga incontro. Li osserviamo a lungo mentre si spostano in questo loro regno bianco, mentre saltano da una lastra di ghiaccio all’altra e, infine, quando si tuffano in acqua, prima la madre e subito dopo i due piccoli. Gli orsi se ne vanno, non li vediamo più neppure con il binocolo, ma la giornata è soleggiata, la temperatura è piuttosto mite, ci tratteniamo sul ponte più alto. Una panchina è tutto quel che occorre per godere del tepore del sole, sotto il cielo terso e azzurro, circondati dalla grandiosità del panorama. Mentre pranziamo, l’annuncio che ognuno si aspetta, “Polar Bear!”, interrompe il brusio di mille conversazioni. Ben presto la sala si svuota e tutti i passeggeri si trasferiscono all’esterno. Non siamo molti, solo un centinaio di persone, è facile quindi trovare un angolino appartato, chi a poppa, chi a prua o lungo le fiancate o sui diversi livelli, a ciascuno la postazione preferita. Attendiamo di avvicinarci ai puntini color crema che – per ora – si vedono solo con il binocolo. È curioso distogliere lo sguardo dal soggetto comune per osservare la variegata “fauna” di “fotografoni”, armati di giganteschi obiettivi con la copertura “mimetica”, poggiati su ingombranti cavalletti, che già “sparano” a raffica i loro scatti. Immagino la noia nel momento in cui dovranno rivedere centinaia di foto tutte uguali e probabilmente con nulla di interessante da vedere. Tornando al pack e ai suoi rari abitanti, si tratta di un’altra mamma orsa con tre orsettini, piccoli, piccoli. Quattro macchie gialle che si spostano tenendosi a distanza, anzi si allontanano sempre più. Ci dicono che una cucciolata di tre orsi sia una rarità. Le tre “palline” di peluche seguono mamma orsa in una lunga marcia nel bianco. Non scatto alcuna foto, ma con il binocolo riesco a vedere bene l’intero quartetto e tanto mi basta. La Plancius avanza rumorosamente sul ghiaccio, frantumandolo sotto il suo peso. Tutto attorno solo il bianco chiazzato dalle sfumature dei blocchi e delle lastre ghiacciate a loro volta “variegati” dal blu dell’acqua profonda e trasparente. Dalla finestra della nostra cabina vediamo un’orsa seguita da due piccoli, nessun annuncio da parte dello Staff, probabilmente è la stessa di questa mattina. Ci trasferiamo nuovamente all’aperto, dove sostiamo ore per fare il pieno di luce, del sole tiepido, dei colori di cielo, ghiaccio e mare. Il Capitano compie un’inversione e, ora, naviga verso sud e il mare “liquido”.

Siamo soli sul ponte principale. È calata un po’ di nebbia, ma il vento è assente, la temperatura non è troppo rigida. Stiamo benissimo. Improvvisamente, scrutando il mare, vediamo un orso, un grosso esemplare, certamente un maschio, che nuota vicinissimo alla nave. L’acqua è limpida, si vedono distintamente il lungo pelo che fluttua e gli aggraziati movimenti delle zampe. Vediamo poi l’orso allontanarsi, fino a sparire del tutto. Si tratta di un’apparizione meravigliosa, a nostro esclusivo beneficio. Purtroppo né io né Sandro, in questo momento, abbiamo la macchina fotografica. Lo fissiamo in memoria per raccontare più tardi l’episodio non senza orgoglio. Solo un componente dello Staff ha visto, ma ormai già lontano, il “nostro” splendido orso. Il mare continua ad essere calmo, una tavola piatta, mi addormento soddisfatta e serena.

26 giugno 2016

Imbocchiamo il canale, lo stretto tratto di mare che separa le isole di Spitsbergen e Nordaustlandet, con un clima perfetto per la prima attività a terra. In pochi minuti gli Zodiac sfrecciano sull’acqua e, a gruppi di 10, veniamo depositati su una spiaggia ghiaiosa che disegna un’ampia baia. L’ambiente è un deserto artico dove nidificano le sterne e, talvolta, gli orsi lasciano le loro impronte. Un vecchio capanno di assi di legno in rovina è tutto ciò che resta di un’attività ormai, per fortuna, non più praticata dai cacciatori di orsi. Passeggiamo, seguendo il profilo della costa, su terreno sassoso con alcuni residui di ghiaccio e torrentelli che guadiamo senza timore con gli stivali, anch’essi nuovi, forniti a bordo insieme a salvagente e giubbotto d’emergenza. Fanno da cornice alla suggestiva baia scure montagne ricoperte di neve. Nel mare spicca la nostra bella nave ormeggiata. Grazie all’assenza di vento e al clima clemente si sta molto bene, inoltre il panorama selvaggio infonde un senso di pace assoluta. Trascorriamo la mattinata a terra e, all’ora di pranzo, torniamo a bordo appagati e affamati. Si naviga ancora verso sud, lungo la costa frastagliata di Nordaustlandet.

Nel pomeriggio altro sbarco nuovamente su terreno morenico chiazzato dai residui di neve. Qui i licheni colorano i pochi massi di roccia disseminati qua e là. Compiamo un giro ad anello senza mai perdere di vista il mare dove nuotano gruppi di trichechi che, con le loro evoluzioni, fanno ribollire l’acqua. Il trekking termina sulla spiaggia dove ci fermiamo a osservare un ammasso di indolenti trichechi. Incredibile il contrasto tra la vivacità dei baffuti mammiferi in acqua e la quasi immobilità degli stessi raggruppati a terra.

Dopo cena la navigazione prosegue per alcuni chilometri lungo il fronte della calotta glaciale Austfonna. Un muro di ghiaccio lungo oltre 180 chilometri che si spezza con fragorosi boati e che si affaccia sul mare. Un fuori programma offerto dal Capitano Levakov che tutti apprezziamo. In acqua galleggiano piccoli iceberg, sembrano abbandonati a se stessi. Ammiriamo l’impressionante parete di ghiaccio, dal colore azzurro, screziata con residui terrosi come una interminabile lastra di marmo grezzo.

27 giugno 2016

Risalendo il “canale” – Hinlopenstretetci avviciniamo e ci addentriamo nelle terre orientali di Spitsbergen per una zodiac cruise della durata di un paio d’ore circa. La bellezza del luogo e il clima, in questo momento soleggiato, fanno sì che la partecipazione all’escursione sia alta, vengono infatti scaricati tutti gli zodiac, una decina in totale. Costeggiamo quindi un’imponente scogliera di scuro basalto colonizzata da migliaia e migliaia di uccelli. Ogni gradone, sporgenza, anfratto, è animato da volatili che fanno la spola dal mare ai nidi costruiti ovunque sulle rocce. Un tuffo in acqua e la risalita con il becco colmo di pesci, prezioso nutrimento per altrettante migliaia di pulcinotti affamati e strillanti. Colonie di uccelli galleggiano sulla superficie del mare formando “isole” e lunghe linee scure che sembrano tracciate con un righello. Ancora volatili punteggiano il cielo e mi fanno ripensare al celebre film “Uccelli” di Alfred Hitchcock. Non provo tuttavia la stessa angoscia, anzi il verde dell’acqua del mare calmo, la bellezza “violenta” di questa natura selvaggia, le innumerevoli cascatelle generate dallo scioglimento del ghiaccio che sovrasta i torrioni di basalto, l’eleganza della Plancius che scivola lenta e un poco più distante, infondono un totale senso di beatitudine che vorrei non si esaurisse mai. Ciliegina sulla torta: gli occupanti del “nostro” gommone riconoscono una furtiva volpe artica che si aggira sui ripidi pendii, sulle sporgenze rocciose e tra i nidi a caccia di uova o di piccoli uccelletti da depredare. Sotto un tale numero di pennuti è impossibile sottrarsi alla “pioggia” di guano, ma la cosa risulta divertente e fonte di risate. Ricorderò questa escursione in mare come una delle più belle in assoluto.

Dopo pranzo è previsto un nuovo sbarco sulla tundra artica. Come sempre, in base al grado di difficoltà dell’escursione, i partecipanti vengono suddivisi in tre gruppi: Fox – Reindeer – Saxifrage. Non è difficile indovinare che saranno le “Volpi” a compiere il trekking più impegnativo e di maggior durata, mentre i “Fiori” staranno sulla spiaggia o poco oltre. Le “Renne” si collocano invece nel mezzo, con una camminata di media difficoltà. Per questa volta passiamo la mano. Stiamo sul ponte a osservare le operazioni di sbarco e a seguire i tre gruppi con il binocolo. Le montagne sono particolarmente innevate, il cielo ha una striscia di azzurro, ma poco più sopra c’è una cappa di nuvole nere. Sembra di vedere una porzione di paesaggio attraverso una finestra. Ci soffermiamo ancora sul ponte incuriositi dalle complesse manovre di recupero delle ancore.

28 giugno 2016

Nebbia, acqua “densa” – che pare oleosa – tonalità opalina, ghiaccio di iceberg vaganti, l’intera gamma degli azzurri e turchesi che si riflettono nel mare perfettamente calmo. Tutto ciò è quanto offre il nuovo giorno. Non vediamo il ghiacciaio Monaco, celato dalla nebbia, ma questa zodiac cruise, durante la quale noi passeggeri perdiamo completamente l’orientamento, è quanto di più suggestivo possa capitare nell’Artico.

Delphine, capo spedizione nonché “Fabriqué en France” che ci ha preso sotto la sua ala protettrice, ci mette alla prova e si diverte “sadicamente” chiedendo in quale direzione si trovi la Plancius. Indichiamo diversi punti cardinali per poi smarrirci nel constatare che la nave sta da tutt’altra parte. È meraviglioso questo nulla grigio/azzurro ovattato, dove l’unico suono è quello prodotto da piccoli residui di ghiaccio che galleggiando si toccano tra loro. Una delicata musica che fa da colonna sonora a tanta reale “irrealtà”. Tra i massicci blocchi “accesi” di luce azzurra vagano residui di ghiaccio trasparente come cristallo, pezzi unici, non uno uguale all’altro, che si riflettono nel grigio perlaceo del mare. Altre forme di vita, oltre a noi umani, una foca adagiata su una lastra bianca e uccelli che galleggiano sulla distesa d’acqua che sembra un’infinita pietra preziosa. In lontananza uno stormo di rari volatili si solleva andando a perdersi nel muro di nebbia. Due volte in questo fiordo: ora e ad agosto del 2012 con tutt’altro clima e il fronte del ghiacciaio Monaco ben visibile. Sembrano due luoghi totalmente differenti. Forse preferisco le magiche luci e atmosfere di questa incredibile mattina.

Tornando a bordo sembra si sia rotto l’incantesimo, ma la terra remota e desolata delle Svalbard ci regala ancora nuove emozioni. Dopo pranzo e dopo aver navigato un’ora o poco più, la nebbia si dissolve, il mare cambia colore: da grigio ad azzurro/blu come il cielo. Le montagne nere striate, in verticale, del bianco della neve ricordano il manto di una zebra. Le cime piatte emergono da un sottile strato di nuvole che riga i rilievi in orizzontale. Per queste latitudini il sole è quasi caldo. Come non approfittare della situazione climatica favorevole e della “nostra” panchina preferita?

Nel pomeriggio è previsto lo sbarco su una spiaggia sassosa. Camminiamo in leggera salita e nella neve fino ad un vecchio rifugio di legno che ospitò cacciatori di volpi e orsi e che, dopo un soggiorno durante il lungo inverno artico insieme al marito cacciatore, ispirò Cristiane Ritter autrice del libro “A woman in the Polar night”. Il clima muta rapidamente e in serata siamo nuovamente avvolti dalla nebbia, ma poco importa. Il barbecue all’aperto, i balli sfrenati e il tasso alcolico elevato non ne risentiranno.

29 e 30 giugno 2016

Inesorabile arriva la fine, ma ricaccio indietro la malinconia per godere di ogni attimo di questa ultima giornata. Raggiunto l’angolo nord occidentale di Spitsbergen, memore del disastroso primo giorno - per evitare fastidiosi malesseri - ci trasferiamo all’aperto. Non avendo ancora digerito lo smacco delle balene perse durante la prima notte di navigazione, fissiamo un obiettivo: cercare balene! Scrutiamo la massa grigia dell’acqua centimetro per centimetro, con la mente invochiamo “balene dove siete?”, “balene, per favore, fatevi vedere, questa è la nostra ultima opportunità!”, purtroppo non accade nulla per tutta la mattina. Non demordiamo, ma con il trascorrere del tempo, nutriamo sempre meno speranze. Poi, improvvisamente, il Capitano e un componente dello Staff, impugnato un binocolo ciascuno, puntano gli indici verso una precisa direzione e all’unisono escamano “Yes!”. Aspettavamo un segnale da tanto, eccoci quindi già in postazione, prima dell’annuncio ufficiale, a osservare lontano con maggior attenzione, in attesa di vedere uno sbuffo o una macchia scura. Si tratta di balene blu, ma ci sono anche alcune Humpback whale (Megattere) che di lì a poco si esibiscono in uno straordinario show. Localizzata la balena grazie allo sfiato, si attende la curva del dorso con la pinna e spesso l’emersione della coda. Le megattere ci deliziano con le loro performance molte volte e per un’ora abbondante. Ogni apparizione è accompagnata dal coro di esclamazioni di tutti i passeggeri. Il mitico Capitano Levakov fa compiere alla nave un ampio cerchio, le balene nuotano nel mezzo e sembrano apprezzare il folto pubblico delirante. Sandro e io siamo in posizione defilata, alla larga dalla sfilata di “fotografoni” che affollano la prua. Le balene però ci premiano emergendo più d’una volta, esattamente davanti a noi. Mi sento scoppiare dalla felicità. Vedere, nonché sentire, le balene così vicine è un’emozione indescrivibile. Tanto le ho desiderate che hanno risposto al mio tacito richiamo. Probabilmente non è andata esattamente così, tuttavia mi piace crederlo.

Si pranza molto tardi, ma per le balene io salterei anche il pasto, segue quindi un ultimo sbarco per una camminata nella tundra. Il terreno è morbido, ricoperto di muschio, cuscini di fiori selvatici chiazzano il verde, le renne pascolano indisturbate e indifferenti alle raffiche di scatti. Le renne? Santo cielo, questa esperienza ci ha regalato per la prima volta un altro animale simbolo delle zone artiche. Non potrei davvero desiderare altro. Il paesaggio è di struggente bellezza. Dall’alto di una collina ammiriamo l’intera insenatura, il mare blu e le spiagge, alle nostre spalle una parete rocciosa inghiottita da una nube è invasa da una moltitudine di uccelli vocianti, sotto i nostri piedi il muschio morbido e ruscelli dove le renne bevono. Anche oggi il gelido vento artico ci da tregua permettendoci in questo modo di immergerci e assaporare questa scena tanto bucolica.

Tornati a bordo, tutto accade troppo in fretta: la cerimonia di saluto, il brindisi, l’ultima cena con il chiacchierio più intenso nel ricordare le straordinarie esperienze condivise, i bagagli riempiti alla rinfusa, lo sbarco – l’ultimo – nel cuore di una strana notte con il sole ancora alto e tanta luce.

È già successo, ma ancora una volta lasciamo la Plancius con molta tristezza, nutriamo comunque, se non la certezza, la speranza di risalire la sua passerella per vivere altre grandi avventure “polari”.

Arrivederci, “Bella Signora”!

di dabi - pubblicato il