C’era una volta... una nave rompighiaccio e la magia delle Svalbard

Ritorno alle Svalbard, senza esitazioni, nel regno dell'orso polare

  • di dabi
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Oltre 3000 euro

22 Giugno 2016

Poche ore di sonno cui seguono nell’ordine: una levataccia, il bus da Monza a Malpensa, un primo volo per Copenhagen, un secondo volo diretto a Oslo, dove un lungo scalo ci trattiene e ci obbliga a una sosta per la prima notte. Una navetta, in poche fermate, ci deposita esattamente davanti all’hotel Scandic Airport. Il sole è ancora alto inoltre, per la prima volta, questo transito a Oslo non è bagnato dalla pioggia scrosciante come i precedenti. Approfittiamo del buon clima per una passeggiata. Non c’è molto nei dintorni dell’hotel, un boschetto di abeti, un sentiero e poco altro, ma stare all’aperto è piacevole così pure crogiolarsi al sole prima di cena. Apro una parentesi sull’hotel. La sua vicinanza all’aeroporto – non più di 5 minuti di bus – è strategica per chi, come nel nostro caso, deve ripartire già l’indomani mattina. La struttura, esternamente, è insignificante, ha l’aspetto di uno “scatolone” che prelude a un mediocre alloggio. Tuttavia varcata la soglia si cambia idea e i grandi ambienti, il design “pulito”, essenziale, tipicamente nordico, nonché i complementi d’arredo non possono che essere apprezzati. Le camere non sono molto ampie, ma lo spazio è razionalizzato, i colori sono gradevoli e le lampade di Artemide non passano inosservate. Per il resto, nelle aree comuni, oggetti, materiali, divani e pochi altri elementi, dal gusto minimal chic, creano bellissimi e gradevoli effetti. Finalmente, ci diciamo, un hotel niente affatto impersonale. Dopo il “tour panoramico” degli interni non ci resta che cenare e andare a dormire.

23 giugno 2016

La colazione ottima e, se vogliamo, esageratamente ricca è un valore aggiunto. Si, lo Scandic Airport hotel è promosso a pieni voti! La navetta è puntuale, in pochi minuti raggiungiamo l’aeroporto. Sorvolata la Norvegia, si effettua uno scalo a Tromso, seguono un lungo vuoto, le montagne innevate dell’arcipelago delle Svalbard, l’isola di Spitsbergen. Prima di atterrare a Longyearbyen, riconosco la “nostra” Plancius, nave rompighiaccio da esplorazione che sta ancorata in mezzo al fiordo. Mi emoziono al pensiero che tra non molte ore ne ripercorreremo i corridoi, rivedremo la luminosa lounge, i ponti esterni e tutti gli altri ambienti che ricordo benissimo. L’impressione è quella di tornare a “casa”. L’organizzazione Oceanwide è perfetta. Usciti dal terminal troviamo un bus per i passeggeri che vengono trasferiti nel centro della cittadina e un camion dove vengono stipati i bagagli da trasportare direttamente al molo. A Longyearbyen rivediamo le casette colorate, riconosciamo il museo e l’albergo che ci ha ospitato in precedenza, ma sono comparse anche nuove costruzioni. Non è esattamente una cittadina e non è neppure molto graziosa. Nel grigiore polveroso, le costruzioni squadrate sembrano ammassate a caso, non ci sono piazze o viali alberati. Longyearbyen è un luogo estremo e remoto, ma il sentimento provato è senza dubbio euforia, eccitazione, poiché esattamente da questa landa desolata hanno inizio grandi avventure. Alle poche occasioni di shopping o alla visita dell’unico museo preferiamo una passeggiata che, seguendo il mare, ci riporta nei pressi del porto, dove sono già iniziate le operazioni di trasferimento dei bagagli dalla banchina alla nave. La spunta dei nomi, le presentazioni, con alcuni dello Staff ci si conosce già, e poi è il nostro turno, a gruppi di dieci veniamo imbarcati sugli zodiac che sfrecciano dal molo alla Plancius e viceversa. Sorrido per questa prima singolare “zodiac cruise”. Quassù il clima è molto mutevole, ora le nubi si dissolvono e il grigio uniforme cede spazio ad ampi squarci d’azzurro. Attendiamo la partenza godendoci dal nostro ponte preferito il tepore del sole e osservando le montagne circostanti ricoperte da una cortina di basse nuvole. Siamo fermi, ma già sento il movimento del mare, purtroppo – distratta dalle operazioni di imbarco – sottovaluto il principio di malessere. Non prendo per tempo la magica pillola di Valontan e il disagio aumenta proporzionalmente al movimento e alla forza delle onde man mano che si percorre il lungo fiordo e fino all’uscita in mare aperto. Abbandono la cena poco prima che venga servito il dessert. Il danno è fatto, prendo ugualmente la prima pasticca, ma è troppo tardi.

La prima notte di navigazione non è sicuramente delle migliori. Sono sdraiata a letto, senza potermi muovere perché il rischio di vomitare è davvero elevato. Neppure l’annuncio “Whales!” riesce a modificare questo stato di inerzia, non ce la faccio ad alzarmi senza star male. Il morale è a terra, vorrei lavarmi i denti e vorrei spogliarmi per infilare un pigiama, ma devo restare immobile. Quando, dopo ore e una seconda compressa, finalmente il farmaco porta un po’ di sollievo, mi alzo velocemente una prima volta riuscendo ad armeggiare con spazzolino e dentifricio. Più tardi mi libero degli abiti, mi infilo una magliettona e infine mi addormento, ma sarà un sonno molto disturbato, a singhiozzo, mentre vengo sballottata dalle onde. Cupi pensieri affollano la mia mente nei momenti di veglia. Diciamo che il bilancio della prima notte di navigazione è disastroso. Ho perso, inoltre, le prime e forse uniche balene

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