Costa Rica: non c’è il due senza il tre

Da due anni viviamo e lavoriamo in Costa Rica; nelle nostre brevi vacanze continuiamo a esplorare questo piccolo grande paese

  • di bartolomeo
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 4
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Protagonisti: Cinzia, Luca, Tania, Dario, Mario... Non sempre insieme! Fra novembre 2015 e marzo 2016

Eccomi di nuovo qui a scrivere del Costa Rica…

Nei primi due diari raccontavo della nostra prima visita in questo Paese alla ricerca di un posto migliore per vivere e lavorare. Nel secondo, proseguivo descrivendo brevemente la nostra avventura lavorativa e davo nuovamente qualche spunto turistico per chi volesse visitare questo paese bellissimo ma come molti altri, pieno di contraddizioni.

Questo nuovo diario aggiunge nuovi itinerari ai primi due e spero concluda la trilogia!

In realtà abbiamo entrambi una gran voglia di riprendere i nostri vagabondaggi in giro per il mondo, ma al momento siamo bloccati in questa pur bella terra da due motivi: il nostro ostello che ci prende tempo e passione legandoci a sé con catene difficili da spezzare, ma soprattutto il provvedimento di espulsione per 5 anni dal CR, ricevuto da Luca a causa del visto scaduto. Come ho raccomandato nel diario precedente, sempre guardare cosa scrivono le guardie alla frontiera. Luca ingenuamente convinto di avere i classici 3 mesi di visto, non ha controllato. Fermato da un poliziotto solerte, si è scoperto che il visto era solo per un mese, quindi scaduto, per cui provvedimento di espulsione, seguito da ricorso e in attesa di risposta dal tribunale da più di un anno e mezzo: soldi, soldi, soldi!

Al momento è bloccato qui, se esce non lo fanno più rientrare…

E allora proseguiamo nel descrivere le nostre avventure nei giorni rubati al lavoro. Ora abbiamo due amici che ci aiutano, Luciano e Luis che insieme a Luca fanno le tre L di “lavoratori”, per lo meno così si definiscono loro! Io con la mia C di Cinzia, proseguo nel mio lavoro di “coordinatrice, contabile, caposala, in poche parole di “capo”! Questo sempre a detta loro, in realtà io mi definisco, sempre con la C, di “coccolata” da tutti…

Prima tappa Monteverde. Ne abbiamo sentito parlare moltissimo, posto fresco ed isolato del tutto differente dal Caribe, perché non visitarlo?

La strada da Cahuita è lunga e gli ultimi 30 chilometri di sterrato ritardano ancora di più l’arrivo. Però in effetti il paesaggio è veramente spettacolare. Montagne e valli ricoperte di verde con sole e nuvole che disegnano ombre passeggere sugli alberi. Piccole “finche” con mucche che pascolano tranquille o mandrie di cavalli che corrono liberi nei prati.

Nell’ultimo tratto si viaggia a 30 chilometri l’ora e la strada è praticamente deserta. Per cui anche se la guida richiede un certo impegno per evitare buche o dossi, c’è anche tutto il tempo per guardarsi attorno e ammirare con calma il paesaggio.

Arriviamo nel tardo pomeriggio e ci fermiamo all’ostello El Tucan, praticamente in centro paese. Da qui prenotiamo le nostre escursioni: un giorno alla Riserva Santa Elena per visitare il bosco nebuloso e il giorno dopo Canopy con 100% Adventure. Tutti contenti ci facciamo consigliare una soda dove cenare e ci viene raccomandata quella quasi di fronte all’ostello. Molto caratteristica con le sue statue di animali tutti intorno, ma soprattutto piatti abbondanti con prezzi onesti. I frullati poi me li ricordo ancora adesso! Dormiamo saporitamente sotto le coperte, in effetti ormai abituati al caldo umido del Caribe, i 15/18 gradi di Monteverde fanno la differenza!

Il mattino dopo ci vengono a prendere davanti all’albergo con un pulmino e ci portano all’ingresso del parco. Ci sono diversi percorsi fra cui scegliere e noi visto che abbiamo tutto il giorno a disposizione decidiamo per il più lungo: Cano Negro. Il sentiero si inoltra nel bosco inizialmente lastricato, poi delimitato da ghiaia e poi più nulla… nei giorni precedenti è piovuto e gli alberi estremamente fitti impediscono alla luce del sole di penetrare, per cui ci troviamo a percorrere questo sentiero estremamente fangoso che scavalca radici e buche, che sale e scende più volte nella penombra e nel silenzio più assoluto. Non c’è paura di perdersi, perché comunque è ben delimitato, il problema è che o si guarda in basso per non inciampare, scivolare e cadere, oppure ci si guarda intorno! E poi il silenzio…ci si aspetterebbe che un bosco così fitto fosse pieno di animali ed invece ci raggiunge solo qualche richiamo di uccelli fra l’altro invisibili fra le foglie. Da molti alberi pendono intrichi di muschio e radici stillanti acqua e pur circondati da tanta vegetazione, in alcuni momenti il respiro diventa pesante… Ok è vero che io sono poco allenata a siffatte escursioni e forse leggo troppi libri di fantasia, ma se dovessi fare una descrizione di un bosco incantato, userei proprio questo come modello! Dopo quasi tre ore ne usciamo e tiriamo un bel respiro di sollievo alla vista del sole che splende ancora caldo e luminoso. Le nostre scarpe sono completamente infangate e con il senno di poi ci rendiamo conto che avremmo visto più o meno le stesse cose, scegliendo i sentieri più brevi e meglio tenuti. Per il resto del pomeriggio girelliamo per le strade del paesino stupendoci dei prezzi esagerati di tutto ciò che è in vendita, decisamente più caro del Caribe, che già non scherza!

Dopo una bella dormita altro giorno di avventura. Per me il canopy non è una novità, l’ho fatto già due volte in Messico e una all’Arenal sempre con nostra figlia Tania. Ma Luca è un “puro”, non ama questi divertimenti di massa in cui come dei criceti (parole sue) si viene intruppati e trascinati a destra e a manca. In effetti l’inizio è così, un altro pulmino ci viene a prendere e ci porta alla reception dell’attrazione. Prima cosa che fa saltare la mosca al naso a Luca è l’obbligo di consegnare zaini, marsupi o altro di lievemente ingombrante, senza avere in cambio una ricevuta o anche solo un numero… Come si farà a riconoscere e ritirare i propri averi al ritorno? Dopodiché, un centinaio di persone noi compresi, veniamo imbragati con fasce, moschettoni, casco e guanti, divisi fra anglofoni e spagnoli ed istruiti sulle manovre necessarie a non schiantarsi contro un albero! Poi tutti in fila fra sferragliare di catene e voci alterate dall’emozione la salita verso il punto di partenza.

Devo dire che c’è voluta tutta la mia capacità di persuasione, nonché promesse varie di bonus futuri per convincere Luca a non scappare a gambe levate da un simile casino! E invece come per miracolo, arriviamo alla prima piattaforma e siamo soltanto in 5 o 6, Luca si lancia dopo di me e quando arriva gli vedo un gran sorriso stampato in faccia… evviva ho vinto, si sta divertendo! I cavi si fanno via via più lunghi e più alti, fino a che si arriva al più lungo e alto in assoluto a detta loro di tutta l’America latina: 1590 metri di lunghezza per non so quanti di altezza: chiamasi Superman! Ti appendono per la schiena e tu voli attraversando la vallata chiedendoti quanto tempo avresti per pensare a tutta la tua vita, nel caso si rompesse il cavo facendoti rapidamente spiaccicare al suolo. Fra l’altro questo primo Superman è dedicato solo alle persone dai 60 kg. in su, perché avendo poca pendenza, se si è più leggeri non si riesce ad arrivare alla piattaforma successiva. Per cui una guida mi ha preso in spalla e ho fatto questa prima discesa aggrappata a lui come una scimmia! La seconda fatta in solitudine mi ha fatto riflettere sull’incoscienza di una donna di mezz’età che fa queste pazzie e il Tarzan Swing, mi ha definitivamente convinto che la mia demenza senile è arrivata alla fase terminale… Cos’è il Tarzan Swing? Beh praticamente ti agganciano un elastico ad una imbragatura sul petto e ti lanciano nel vuoto

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Commenti
  1. Epicurum
    , 14/3/2017 15:20
    Grazie per l'interessante contributo e la ricchezza di informazioni aggiuntive!

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