Su e giù per il Boyacá

Ci lasciamo alle spalle il dipartimento di Cundinamarca ed entriamo nel dipartimento di Boyacá, la naturale continuazione degli altipiani cundiboyacensi, culla della civiltà muisca. Attraversiamo quasi senza accorgercene lo storico Ponte di Boyacá, sito della battaglia che il 7 agosto ...

  • di davovad
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Ci lasciamo alle spalle il dipartimento di Cundinamarca ed entriamo nel dipartimento di Boyacá, la naturale continuazione degli altipiani cundiboyacensi, culla della civiltà muisca.

Attraversiamo quasi senza accorgercene lo storico Ponte di Boyacá, sito della battaglia che il 7 agosto 1819 ha dato l’indipendenza alla Colombia.

Quindici chilometri più a nord si trova Tunja (2.820 metri), la capitale del Boyacá. Il bus fa una breve sosta per far salire e scendere alcuni passeggeri e prosegue verso Sogamoso.

Scendiamo a Paipa e prendiamo alloggio nella Posada, un’antica casa coloniale adibita ad hotel. Da lì camminiamo per tre chilometri verso le fonti di acqua termale, considerate uniche al mondo per le sue proprietà terapeutiche.

Nelle vicinanze sono sorti vari hotel di lusso, con le sue piscine private. Noi entriamo nella modesta piscina pubblica, e passiamo la serata cullati tra le calde acque e masaggiandoci con i fanghi curativi.

Il giorno dopo compriamo un paio di caciotte di Paipa, famose nella regione, e prendiamo un taxi collettivo per Duitama. E’ la citta più grande della regione, un polo industriale senza interesse. Proseguiamo in bus verso Sogamoso, l’antica Suamox (la terra del sole), la capitale religiosa dei muisca, sede del famoso tempio del sole bruciato -si dice accidentalmente- nel 1537 dagli spagnoli di Jiémenz de Quesada.

Da Sogamoso continuiamo il viaggio verso Monguí, un paesino coloniale fondato nel 1601 attorno allo splendido convento francescano.

Nella piazza ferve un mercato di prodotti agricoli, tra cui la quinua, che è stata reintrodotta nel dipartimento. Asaderos improvvisati sono accesi direttamente sul selciato della piazza, con quarti di bue infilzati su lance conficcate tra i ciottoli tondeggianti.

Il paesino offre gioielli coloniali come il Convento e la Chiesa di San Francesco ed il ponte di Calicanto.

Prendiamo alloggiamento in un hotel che si trova sulla sommità di una scalinata che parte dall’angolo sinistro della piazza e termina con un arco. A prima vista sembra che le dimensioni dell’hotel siano sproporzionate alle dimensioni del villaggio e soprattutto alla quantità di turisti. Probabilmente si tratta di un’inversione di qualche governatore o sindaco che ha tentato di rilanciare turisticamente il paesino, senza molti risultati.

La principale attività di Monguí è la produzione di palloni da calcio. Si dice che i palloni di Italia 90 sono stati prodotti qui.

Il giorno dopo, di buon’ora, Enrique passa per l’hotel. E’ la nostra guida, che ci porterà sul Páramo di Ocetá, considerato il più bello del mondo.

Il sentiero sale ininterrottamente, fiancheggiando miniere di carbone. Man mano che saliamo, la vegetazione diventa più rada e una leggera nebbiolina ricopre il panorama. Arriviamo alla prima tappa, il Castillo, un monolito di roccia perfettamente cubico che si innalza bizzarro in mezzo alla montagna. I campi sono delimitati da filo spinato, retto da pilastri di roccia. Un pallido sole si apre tra le nuvole, obbligandoci a svestirci dai pesanti maglioni. Appaiono i primi frailejones gialli e bianchi, la vegetazione tipica dei páramos. A quell’altezza, le nuvole cambiano costantemente il panorama, mostrando ora il sole ora offuscandolo con una persistente nebbiolina. Il terreno si trasforma ben presto in un acquitrino: i páramos sono le fabbriche d’acqua delle Ande colombiane, da cui si originano i principali fiumi. La nebbia ed il vento gelido ci impediscono di contemplare da un alto mirador la Laguna Negra. Mezzi bagnati ed infreddoliti, arriviamo alla Città di pietra, e ci perdiamo tra le sue ‘strade’ e ‘palazzi’

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