Nevado del Ruíz

Autopista a Medellín: Bogotá, Mosquera, Madrid, Cartagenita, Facatativá, Albán, Sasaima, Villeta, Guaduas, Puerto Bogotá...? Per chi non lo sapesse, Bogotá ha il suo porto sul río Magdalena. In tempi andati, quando non c’erano molte strade, le vie di comunicazione erano ...

  • di davovad
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Autopista a Medellín: Bogotá, Mosquera, Madrid, Cartagenita, Facatativá, Albán, Sasaima, Villeta, Guaduas, Puerto Bogotá...? Per chi non lo sapesse, Bogotá ha il suo porto sul río Magdalena. In tempi andati, quando non c’erano molte strade, le vie di comunicazione erano costituite basicamente dai fiumi, ed il Magdalena era la via principale che comunicava Barranquilla ed il resto del mondo con l’interno del Paese. La stessa strada che aveva percorso il conquistador Gonzalo Jiménez de Quesada per arrivare a fondare Bogotá nel 1538. La stessa strada che aveva percorso il premio nobel Gabriel García Márquez per andare a studiare a Zipaquirá.

Attraversiamo il burrascoso río Magdalena sul ponte del Carmen: sull’altra riva sorge Honda, che in epoca coloniale era il porto fluviale più importante dell’interno. Oggigiorno l’importanza di Honda come centro commerciale è declinata notevolmente, però la vicinanza a Bogotá e il clima tropicale l’hanno convertita in un centro di ristoro durante i fine settimana.

Proseguiamo per il nord del dipartimento del Tolima. Attraversiamo Mariquita, un paese afoso e privo di interesse, dove nel 1579 morì il fondatore di Bogotá, a causa del caldo presumo, considerata la temperatura infernale che ci circonda.

La strada serpeggia tra i tornanti delle Cordillera Central, dove cominciano ad apparire le palme di cera, la varietà di palma più alta del mondo ed albero nazionale in Colombia. La mappa ci aveva ingannato, pensavamo che il tragitto fosse più corto. In realtà impieghiamo quattro ore per arrivare da Honda a Manizales, con relativa indisposizione –per dirlo in maniera fine- di mia moglie a causa dei tornanti.

Manizales si tova a 2.150 metri sul livello del mare e fu fondata nel 1849. Nel 1905 questa zona cafetera di colonializzazione paisa o antioqueña si costituì in dipartimento conosciuto come Viejo Caldas. Nel 1966 il dipartimento si divise in tre: Caldas, Risaralda e Quindío. Manizales ora è capitale del nuovo dipartimento di Caldas. La città crebbe grazie ai proventi del caffè. Nel 1922 si inaugurò il cable aéreo, che permetteva trasportare i sacchi di caffè fino al porto di Honda, evitando le settimane di trasporto a dorso di mulo. Nel 1927 si inaugurò la prima locomotiva. La stazione ferroviaria e il cable aéreo sono ancora visibili, testimoni di un passato pionero. Il simbolo della tenacia dei suoi abitanti è senza dubbio la Cattadrale, la più alta della Colombia (106 metri). La costruzione odierna è la terza chiesa eretta sul luogo. La prima, costruita nel 1851, fu distrutta da un terremoto nel 1878. La seconda, costruita in legno, si incendiò nel 1925. Per evitare successive distruzioni ad opera di terremoti o incendi, i notabili del posto decisero di construirla con un materiale innovativo e resistente: il cemento armato. Chiaro, non si può dire che sia un esempio di eleganze e finezza, però è senza dubbio originale. In ogni caso, un campanile fu abbattuto da un altro terremoto nel 1979.

La città odierna non è niente di speciale.

La mattina presto andiamo nella Piazza de Bolívar. In un baretto all’angolo c’è una fervente attività. Da qui partono i tour per il Nevado del Ruíz. Non abbiamo prenotato, però riusciamo ugualmente a trovare due posti. Il bus si inerpica per 30 chilometri sui fianchi di montagne boscose, la stessa strada che avevamo percorso da Bogotá. Al bivio la strada comincia a salire e la vegetazione diminuisce. Le palme di cera ed il bosco nebbioso andino lasciano il posto ai frailejones tipici dei climi di páramo ed a splendide lagune. Ci fermiamo in un gruppo di casette di pietra per ristorarci, poi riprendiamo il cammino fino ad un hotel-campeggio di un colore rosso acceso, immersi in un paesaggio lunare di polvere vulcanica grigia. Decine di autobus ed auto incolonnati tolgono un po’ d’atmosfera. Sono gli svantaggi di viaggiare durante i fine settimana. Da qui la strada si inerpica su 14 tornanti, passa vicino al cratere Olleta (4.850 metri) e termina al rifugio situato a 4.700 metri, sulla linea delle nevi eterne. Da qui un sentiero sale fino alla quota dei 5.000 metri. I guardaparco non permettono di arrivare più su, fino al cratere situato a 5.325 metri

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