Sulla Via della Seta da Khiva a Urumqi (parte III)

… prosegue dalla sezione dedicata al Kirghizistan Venerdì 24 agosto: Passo Torugart – Kashgar Al confine cinese del passo Torugart, alle undici e mezzo finalmente arriva la nostra macchina con autista e interprete. Salutiamo Saltanat e Edoard e passiamo in ...

  • di mapko64
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

... prosegue dalla sezione dedicata al Kirghizistan

Venerdì 24 agosto: Passo Torugart – Kashgar

Al confine cinese del passo Torugart, alle undici e mezzo finalmente arriva la nostra macchina con autista e interprete. Salutiamo Saltanat e Edoard e passiamo in mano cinese. In tutta la Cina regna l’ora di Pechino e dobbiamo spostare le lancette due ore avanti. Dopo pochi chilometri c’è il primo controllo ma i poliziotti sono in pausa pranzo. E’ uno choc essere circondati da edifici pieni di ideogrammi. Sono stati sufficienti pochi chilometri per proiettarci in un altro mondo pieno di volti orientali. Molti soldati indossano una mascherina per non infettarsi con i morbi stranieri (ma la SARS non è in Cina?!). Il clima di sospetto prosegue e i nostri bagagli sono passati sotto i raggi, utilizzando un veicolo attrezzato a questo scopo.

Alle due ripartiamo; la strada è sterrata ma in buone condizioni mentre il paesaggio continua ad essere molto arido. Scorgiamo qualche yurta accompagnata da costruzioni di fango. I villaggi color terracotta sembrano strappati al Marocco. Ormai la valle è ridotta a una pietraia quasi del tutto priva di vegetazione. Viaggiamo con i finestrini chiusi per proteggerci dalla polvere e si scoppia di caldo per il riscaldamento a palla. Intorno, aride montagne velate dalla foschia seguite dopo un po’ da altre con belle striature diagonali bianche e rosse. Tra le case di un villaggio ecco sbucare tristissime yurte in cemento! Per un attimo l’autista fa sfoggio della tecnologia cinese: il parasole del passeggero è dotato di video e lettore DVD, che sostituisce la banale autoradio! In mezzo a polvere e foschia s’intravede che ci stiamo infilando in uno stretto canyon, seguendo il corso di un fiume. Montagne di roccia scura torreggiano altissime. Siamo all’incrocio tra due canyon spettacolari. La gola si allarga; TIR con scritte in caratteri cinesi e arabi sollevano gigantesche scie di polvere e in lontananza sembrano mostri che spuntano dalla foschia.

Alle tre e mezzo la strada diventa asfaltata; dopo più di cento chilometri dal passo ecco finalmente il posto di frontiera. Un gruppo di cammelli con le due gobbe flosce, bruca la poca erba in mezzo alle pietre. I controlli doganali sono rapidi; abbiamo già pagato il nostro balzello affidandoci all’agenzia per non avere intoppi! Ci dobbiamo fermare davanti a una macchina tecnologica che misura la temperatura corporea. I cinesi appaiono terrorizzati dall’idea di essere infettati (tutto il contrario di quello che noi pensiamo di loro!).

Proseguendo lungo la strada per Kashgar i cartelli sono bilingui, in caratteri cinesi e arabi. Ci troviamo, infatti, nella regione autonoma dello Xinjiang, abitata dagli uiguri, una popolazione turca, cugina di quelle oltre frontiera che ha mantenuto l’alfabeto arabo. Attraversiamo paesi animati da bancarelle, ciascuno con la sua moschea. Gli uomini indossano cappelli a quattro facce, simili a quelli uzbeki. C’immettiamo al chilometro 1453 di un’autostrada: la Cina è immensa chissà da dove viene!?

A Kashgar ci sistemiamo all’Hotel Seman, prenotato tramite il corrispondente cinese. La città è un miscuglio di elementi cinesi e uiguri ma questa sera ci limitiamo a una passeggiata lungo Renmin Xilu, asse principale della parte moderna, piena di centri commerciali e affollata di passanti. Le insegne dei negozi sono in caratteri cinesi e arabi, questi ultimi naturalmente più piccoli. I sottopassi sono pieni di negozietti. Raggiungiamo Piazza del Popolo, vegliata da una grande statua di Mao che arringa la gente con il braccio alzato. Il nostro tentativo di cambiare yuan fallisce miseramente: le due filiali della Bank of China sono chiuse, anche se i cartelli recano le 19:30 come orario di chiusura e sono solo le sette. Mentre passeggiamo, mi sento toccare il borsello con la macchinetta fotografica; è un tentativo di scippo, un brusco segnale del ritorno ai pericoli delle grandi città dopo la tranquillità di Uzbekistan e Kirghizistan.

Ceniamo all’Intizar, un locale vicino all’albergo apprezzato per la cucina uigura; ordiamo il piatto nazionale, il langhman, simile alle nostre fettuccine.

Sabato 25 agosto: Kashgar – Yarkand – Kashgar

Il tassista che ci porta alla stazione dei bus non è una cima e non è facile fargli capire che non vogliamo andare a Yarkand in macchina. Ride divertito pronunciando le quattro parole d’inglese che conosce tra cui un “one beer” del tutto inutile! La stazione, vicino alla piazza principale, è ordinatissima e troviamo facilmente il bus. Partiamo puntuali alle nove. Il mezzo quasi vuoto è moderno, dotato di aria condizionata e televisore che trasmette video musicali.

Il cielo è pumbleo e il sole, un disco bianco lucente. Attraversiamo una pianura intensamente coltivata (girasoli, granturco, cotone, alberi da frutta). La velocità di crociera è molto bassa, con punte di 70 km/h. Lungo la strada incrociamo carrette trainate da asini, condotte da uiguri con lunghe barbe sotto il mento; trasportano meloni, fieno, tappeti di vimini e legna. Il terreno diventa più arido e compaiono cammelli con le due gobbe belle gonfie. Poi si fa più vuoto con qualche duna di sabbia. La strada è dritta ma si balla come su una nave. Gli ammortizzatori del bus dimostrano che il mezzo non è poi così nuovo come sembrava.

Alle dieci e un quarto siamo a Yengisar, apprezzata per la produzione di coltelli. Il ragazzo, aiutante dell’autista, si gira e dietro la schiena rivela un coltello con l’impugnatura decorata. Superata la città, compaiono colline di terra prive di vegetazione e le acque di un lago. Ormai siamo nel deserto, una piatta distesa grigia di terra e sassi.

Dopo una breve sosta alla fermata dei bus di un paese, passato mezzogiorno ricompaiono coltivazioni sempre più rigogliose, segno di un’oasi e quindi dell’avvicinarsi di Yarkand. All’una meno un quarto finalmente arriviamo a destinazione, dopo quasi quattro ore di viaggio.

In taxi ci facciamo portare fino alla moschea principale. Yarkand è divisa in una parte cinese e una uigura. La strada principale, girato l’angolo dalla bus station, è cinese ma dopo un paio di chilometri diventa uigura. Il taxi ci lascia nella piazza dove si concentrano le maggiori attrazioni. La fortezza ha un portale fiancheggiato da due torri, superato il quale si scopre che si tratta dell’unica parte sopravissuta poiché subito dietro sorgono le case della gente comune. Sul lato opposto visitiamo la tomba di Amannisa Khan, una poetessa moglie di un khan, morta di parto a 34 anni nel 1560. Il mausoleo è grazioso con colonnine bianche e mosaici blu. A fianco sorge un cimitero nel quale sono sepolti diversi re di Yarkand, vissuti nel cinquecento. I sarcofagi sono molto belli, in pietra chiara con iscrizioni in caratteri arabi. Al centro si trova il mausoleo di Sulitan Saiyidhan. Terminata la visita, osserviamo con tristezza i lavori d’ammodernamento in corso nella piazza, con la costruzione di ponticelli tipicamente cinesi. La moschea sarebbe vietata agli infedeli ma un “assalom aleikum” ci rende ben accetti. L’edificio è un bel porticato di legno con pilastri e soffitto dipinti. Assolti i “doveri” turistici, facciamo un giro per i vicoli della città vecchia, sicuramente pittoreschi e non contaminati dal turismo ma anche molto poveri. Mi chiedo fino a quando le misere case di fango resisteranno alle ruspe cinesi! Sbuchiamo nuovamente in una strada asfaltata animata dal bazar. Siamo gli unici occidentali e il nostro “assalom aleikum” suscita sorrisi e anche una stretta di mano. Gli uomini più anziani hanno lunghe barbe sotto il mento, i bambini ci salutano con “hello” mentre le donne hanno la testa coperta (anche Stefania si adegua con il suo fazzoletto arancione acquistato in Grecia che ha già riscosso tanto successo in Uzbekistan). Molte donne indossano solo un fazzoletto ma altre sono velate e alcune addirittura hanno il viso completamente coperto da un burka marrone. Una stradina, oltre la moschea, ci conduce in un vasto cimitero prosecuzione di quello monumentale già visitato. Molte tombe sono semplici ma affascinanti in mezzo agli alberi. Un mausoleo con cupola è decorato da maioliche blu. Proseguiamo tra le tombe fino al mazar, un luogo di pellegrinaggio segnalato da gruppi di bastoni con panni colorati. Miseri mendicanti siedono per terra; le donne hanno quasi tutte il burka. Non ci azzardiamo a entrare; anche le mie richieste di scattare foto suscitano secchi rifiuti. Ci tuffiamo di nuovo nelle stradine della città uigura. Il focolare di una cucina si trova all’aperto davanti alla porta di casa; qualche edificio presenta bei portici di legno. Sulla strada principale ritroviamo il bazar con un piccolo settore alimentare. Assaggio una frittella dolce, scatto foto ai bei volti uiguri e comunico con le tre parole che conosco (assalom aleikum, hosh che significa arrivederci e rahmat grazie). I bambini si fanno fotografe per rivedersi nel display.

Un’altra corsa in taxi ci riporta alla stazione, dove ci attende l’ardua impresa di prendere il bus per Kashgar. All’andata l’autista ci aveva detto che ripartiva alle tre dallo stesso posto dove ci aveva lasciato, in mezzo al piazzale, ma del bus non c’è traccia. Forse intendeva l’ora locale, utilizzata a Yarkand al posto di quella di Pechino. Alla piazzola con la scritta Kashgar c’è invece molta animazione e un autobus più piccolo è già stracolmo. I biglietti devono essere acquistati prima ma gli sportelli sembrano una bolgia dantesca; cerchiamo quindi di aggirare l’ostacolo spostandoci alla “question window” dove ci dicono di attendere. Dopo un quarto d’ora però il tizio mi fa capire che non può fare il biglietto. Mi sposto allora alla biglietteria dove si sgomita all’impazzata; da dietro urlo “Kashgar!” ma la ragazza mi fa cenno di no. Panico! Chiediamo a destra e sinistra ma non si capisce cosa fare. Mi sposto di nuovo nei paraggi della “question window” e dopo un po’ il tipo si commuove, mi chiama e ci fa il biglietto. E’ fatta! Il mezzo è più piccolo dell’andata ma impiegherà lo stesso tempo, sbarcandoci a Kashgar solo alle sette e venti.

Finalmente è venuto il momento di esplorare la città vecchia. Imboccata una via a destra della statua di Mao, lasciamo il mondo della Cina scintillante e passiamo nelle antiche atmosfere uigure. Lungo la strada si allineano i laboratori di fabbri e falegnami. Seguono i cappellai, indispensabili visto il largo uso che gli uomini fanno di tale indumento. Il cappello tipico uiguro è di forma quadrata, verde con ricami bianchi. Ne provo uno ma per ora rimando l’acquisto. Alzando gli occhi si ammirano verande di case antiche. Sbuchiamo nella piazza della moschea, sul lato affollato da chioschi per mangiare con montagne di spaghetti gialli e polli pronti per essere consumati. Sull’altro lato dell’ampio viale si apre una piazza immensa, frutto di chissà quale sventramento. La moschea Id Kah si trova in fondo, ma tutto intorno non mancano gli elementi di modernità, compreso un maxi schermo che proietta video. Frotte di uomini escono dalla moschea e si fermano a chiacchierare. I vecchi dalle lunghe barbe bianche hanno come sempre i volti più caratteristici. Terminata la preghiera, possono entrare anche i turisti. Un cartello in cinese, uiguro e inglese, dopo qualche sbrigativa notizia storica, racconta i meriti del governo della repubblica popolare. Leggendo quanto scritto, l’elogio dell’attenzione per la cultura delle minoranze etniche, non resta che sorridere amaramente. Dopo la rivoluzione, la moschea, la più grande della Cina, ha subito molti restauri. L’ampio porticato presenta una selva di pilastri verdi di legno e non ha un aspetto antico. Le regole sembrano meno rigide di un tempo e alcune donne pregano sedute sui tappeti. La semplice sala interna è molto piccola con un minuscolo “pulpito” di legno

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