Halloween a Parma e provincia

Tra i monumenti della città e i castelli di San Secondo, Fontanellato, Torrechiara e Sala Baganza, con una puntatina al Parco Regionale Boschi di Carrega

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Il ponte dei Santi è breve, inutile nascondercelo, meglio volare basso. Tanto vale accontentarsi di una terra vicina, rivalutando l’affetto distratto che uno ha per i luoghi della propria regione. Turismo a chilometri zero o quasi? Sì, grazie. È ora di finirla con lo strapotere dei posti lontani da casa come Plutone!

OPERAZIONE “CAMERA DELLA BADESSA”

Smonto dal treno a Parma nel tardo pomeriggio con bici al seguito. Per raggiungere il mio b&b attraverso il parco ducale, dove domattina ho in mente di effettuare un sopralluogo col velocipede. Subito dopo il check-in al Due Torri, pianto lì bagagli e burattini, e cerco di spicciarmi per dirigermi il più velocemente possibile verso la Camera della Badessa - che è sul punto di sbarrare le porte ai visitatori per l’intera durata delle feste -, cosa non semplice visto che la zona pedonale in centro è affollata da scoppiare e io non sono un Panzer. Capire in che modo inlucchettare la duepedali nei paraggi dell’ex Convento di S. Paolo è la mia seconda preoccupazione. Che bell’affare sarebbe se sparisse in men che non si dica ancor prima dell’inizio di questa vacanza in formato tascabile... Con mia sorpresa in biglietteria si offrono gentilmente di tenermela. Dentro ci si isola subito dal caos esterno. Il primo locale che desta ammirazione e induce ad abbozzare un sorriso di piacere è la camera dell’Araldi, affrescata da questo pittore nel 1514, la cui volta è sfondata da un finto oculo dal quale fanno capolino dei putti, che richiama alla memoria la Camera degli Sposi di Mantegna. Da questo ambiente a quello seguente sono trascorsi solo cinque anni, ma la differenza è indicibile. In effetti, dopo una prima occhiata laser al soffitto, la mia faccia mostra un’espressione estasiata, è da perderci ore con il naso in aria! L’impressione iniziale che si prova entrando è quella di trovarsi in uno spazio illusionistico. La decorazione è un’opera eccelsa del giovane Correggio, infatti l’artista si stabilisce in città proprio nel 1519, chiamato da Giovanna Piacenza, la madre superiora, che ha bisogno di lui perché le abbellisca la sala da pranzo, dove riceverà personaggi di riguardo. L’Allegri scatena tutta la sua fantasia abbattendo la chiusura del luogo e coprendo il soffitto con un pergolato di canne di bambù rivestito da un lussureggiante rampicante. Al culmine è scolpito lo stemma della priora e dalla chiave di volta si originano sedici costoloni che generano altrettanti spicchi simili a quelli della calotta di un ombrello, entro cui si aprono buchi ovali dai quali si affacciano bambini nudi che si trastullano spensierati, giocando fra di loro e con levrieri o cuccioli di altri cani – a volte legandogli le fauci - e con armi come archi e frecce. C’è n’è uno, in particolare, che soffiando in un corno obbliga il suo compagno, assordato, a tapparsi le orecchie. Va da sé che i loro movimenti rallegrano e dinamizzano l’intera veduta. Le “stecche dell’ombrella” poggiano su finti capitelli ornati con teste d’ariete dal sorriso festoso, tra le quali sono tesi drappi sottilissimi che sostengono brocche, piatti e vasellame. E poi, bah, non credo ai miei occhi: in virtù di una sapiente alchimia il pennello di Correggio ha trasformato l’aristocratica Giovanna nella battagliera Diana, ritratta col suo carro sulla cappa del camino. Ma qual è la cifra interpretativa di questo ciclo ideato con il contributo della stessa committente, raffinata umanista, e probabilmente anche quello di qualche erudito del suo entourage? Si tratta di una vera e propria politica dell’immagine, che serve a trasmettere un messaggio preciso: come la vergine dea cacciatrice, la massima responsabile di questo monastero si dice pronta a fronteggiare con cocciutaggine rivali e calunniatori

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