Toscana su due ruote

Pedalando in una Toscana minore, in fregio alla Costa degli Etruschi, dove la bicicletta è di casa

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Viaggiare sulle ali del ricordo è per me il solo modo per impedire la cancellazione della memoria, perché non so se ti è capitato di notare che sebbene tu non sia colpito da Alzheimer le orme del passato nella mente si smaterializzano, sono come risucchiate da un bidone aspiratutto. Anche se è trascorso poco tempo dalla fine della vacanza i flashback si fissano esclusivamente su alcuni dettagli che costituiscono un universo disordinato di immagini, che sembrano colte attraverso l’effetto prismatico di una lente e in questo caleidoscopio si fatica a comporre una visione globale.

Forse il fenomeno è dovuto al fatto che mentre pedali sei costantemente in movimento e ti aggrappi ai particolari come se fossero tronchi che galleggiano: ti affidi a questa stramberia a due ruote che cavalchi, lasciandoti stregare dalle sciabolate di luce dorata che s’infilano tra i rami contorti e intrecciati dei pini che affiancano la strada, dal pallore mutevole degli uliveti, dai vortici degli uccelli che si spostano freneticamente tutti assieme per andare a svernare altrove, dalle folate di vento che fanno vibrare le foglie arancioni, gialle e marroni delle viti, dalle colline bombate che dolcemente si tuffano in mare, dalle onde che si gonfiano e si rincorrono verso la spiaggia. I chilometri così fuggono via in un lampo e il tramonto ti sorprende quando meno te lo aspetti, con le ombre degli alberi che disegnano strane figure sull’asfalto.

Dai tre giri ad anello sulle colline metallifere della Maremma, intorno a Massa Marittima vorrei strappare all’oblio una manciata di frammenti. All’alba una nebbia biancastra tiene in pugno la campagna, fluttuando a mezz’aria, ma il sole dirada rapidamente la foschia che ristagna nella valle, permettendo a colline rivestite di vigneti e boschi di emergere in tutto il loro splendore. Mi lascio Massa Marittima alle spalle e scivolo lentamente verso il Tirreno. Frattanto l’animo mi si illumina della vecchia speranza: trovare un lembo di costa ancora salvo dal cemento da esplorare in sella alla bici. E inaspettatamente mi viene rivelata l’esistenza di un piccolo miracolo di saggezza nella gestione disastrosa del litorale nel nostro Paese. La fascia costiera, a partire dal porto del Puntone è un territorio di eccezionale ricchezza naturalistica e di incomparabile suggestione, dove bassi rilievi ammantati di macchia mediterranea incontrano direttamente il mare: si tratta di una zona di circa 7 km protetta nella Riserva Naturale delle Bandite di Scarlino e percorsa da innumerevoli sentieri chiusi al traffico. In particolare il n. 1 rasenta le baie di Cala Rossa, Martina, Violina e Civette e consente di avere amplissime vedute sul vicino promontorio di Punta Ala con l’isoletta di Troja, nell’ammirare il quale sento l’eccitazione salirmi in cuore, perché qui la bellezza è un marchio di fabbrica. In quest’epoca dell’anno in quest’angolo di paradiso regna la quiete e si riesce a godere indisturbati di spiagge libere e appartate, ricoperte di sabbia fine color caffelatte, ombreggiate dalle chiome di annosi lecci e costellate di scogli accarezzati dalle onde.

A coronamento di una meravigliosa giornata in bici sotto un cielo di un celeste araldico, mi spingo fino a Massa Marittima, deliziosa cittadina dalle radici medievali. Affacciata in modo spettacolare sulla florida vallata circostante, Massa offre monumenti di grande rilievo, la maggior parte dei quali si raccolgono sulla spigolosa piazza Garibaldi, come il Duomo, superbo esempio di architettura romanico-gotica, il palazzo Vescovile, addossato alla cattedrale, il duecentesco palazzo del Podestà, che conserva tra le sue antiche pietre murarie gli stemmi nobiliari dei podestà succedutesi nel governo della città, e il merlato edificio Comunale. Più discosto è il complesso di San Pietro all’Orto, che ospita il Museo di Arte Sacra, al cui interno è custodita la stupenda Maestà trecentesca del pittore senese Ambrogio Lorenzetti. A pochi passi di distanza entro nell’interessante chiesa di Sant’Agostino, con il suo chiostro quattrocentesco. Dalla porta alle Silici accedo a piazza Matteotti, dominata dall’imponente Torre del Candeliere e, da un belvedere situato dietro a questo edificio a ridosso della fortezza senese, ammiro il pittoresco nucleo basso di Massa, incorniciato dalla luce del tardo pomeriggio, che proietta un delicato bagliore sui tetti. Quando ormai i passanti sono pressoché divenuti ombre mi infilo nella cattedrale. La basilica fu eretta a gloria di San Cerbone, un vescovo dotato di virtù soprannaturali e poteri taumaturgici, capace di ammansire gli orsi, di farsi obbedire da branchi di oche e di convincere alcune cerve a lasciarsi mungere. Varcato l’ingresso laterale del tempio noto subito il monumentale fonte battesimale nella navata di destra. Proseguendo fin dietro all’altar maggiore contemplo l’arca di San Cerbone, una cassa marmorea di forma rettangolare, sormontata da un coperchio e scolpita con le scene della leggendaria vita del santo patrono

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