Canavese a due ruote

Tre itinerari di turismo dolce tra pianura e collina, che consentono di viaggiare a poco più di 10 km all’ora immersi in una rasserenante natura, alle porte di Torino, non lontano dal confine con la Valle d’Aosta

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Questa passeggiata su due ruote in tre tappe, con base a Ivrea si dipana a sud della “capitale” del Canavese, su strade principalmente asfaltate, adatte insomma sia alla bicicletta ibrida o alla MTB che alla city-bike. Date le scarse difficoltà altimetriche non sono necessari muscoli d’acciaio per affrontare queste pedalate prevalentemente pedemontane, ma è opportuno dotarsi di confortevoli pantaloncini da ciclismo, visto che il primo percorso consiste in una sgambata di cinquanta chilometri, il secondo ne prevede settanta e il terzo cinquantaquattro. Lungo gli itinerari si toccano le località storico-turistiche di Agliè, Pavone Canavese, Mazzè e Masino, con i loro castelli dal fascino impareggiabile e i bacini lacustri di Candia e Viverone, circondati da morbidi dossi morenici, orlati di canne e animati dal volo di germani reali, cormorani e folaghe. Si incontrano anche vari interessanti edifici religiosi come la pieve dei SS. Pietro e Paolo a Pessano, i resti della chiesa del Gesiun nei pressi di Piverone, o il santuario di Sant’Antonio di Monte Perosio nel comune di Azeglio, tutti e tre collocati sulla via Francigena.

Il nome di questa zona –Canavese-, che include l’intero circondario di Ivrea, deriva dall’antica e oggi scomparsa città di Canaba ubicata sul torrente Orco, pertanto il toponimo non ha a che fare con la canapa, come potrebbe suggerire la presenza di alcune foglie di questa pianta sullo stemma dei Valperga di Masino.

Giungendo a Ivrea, che sorge sulle sponde della vorticosa Dora, si nota immediatamente un contrasto tra un’area pianeggiante, che si stende in un ampio ventaglio, e una serie di rilievi a forma di anfiteatro, che costituiscono la Serra d’Ivrea. Si tratta di ciò che rimane di un esteso cordone morenico formatosi in epoca preistorica per la spinta e forza erosiva del ghiacciaio della Dora Baltea. Queste colline originariamente erano l’argine di una grande conca che, nel momento in cui i ghiacci si sono sciolti, si è trasformata in un gigantesco lago, le cui principali “reliquie” sono gli specchi d’acqua di Viverone e Candia.

Per parlare delle radici storiche di questo luogo bisogna dire che prima dell’arrivo del console Terenzio Varrone nel 22 a.C. qui viveva la tribù dei Salassi. Ivrea nacque con il nome latino di Eporedia, forse su un precedente stanziamento celtico. Dopo la dominazione romana ci fu l’invasione dei longobardi; quindi, nel periodo medioevale, Ottone III conferì l’incarico ad Arduino di governare la marca di Ivrea. Nel 1002, a Pavia, questo nobile guerriero riuscì a farsi nominare primo sovrano d’Italia. A partire dal XII secolo il Canavese entrò a far parte dei territori dei Savoia, come testimoniato dalla roccaforte militare, che fu edificata a fianco del Palazzo Vescovile di Ivrea su commissione di Amedeo VI di Savoia. Dell’imponente castello, eretto nella seconda metà del XIV secolo, si sono mantenute quattro grosse torri cilindriche – di cui una mozzata e due merlate -, che segnano gli spigoli di una chiusa struttura quadrangolare rosso mattone. A partire dalla seconda metà del Quattrocento la fortezza fu destinata a complesso palazziale dei Savoia, ma poi nel Settecento venne trasformata in carcere e in seguito abbandonò la funzione di prigione solo negli anni ’70 del Novecento. Attualmente si può visitare parzialmente, ma si vedono praticamente solo le celle dei prigionieri

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