Castelli della Loira

La settimana prima di Ferragosto siamo in fermento: si va in Francia per visitare i famosi Castelli della Loira in bicicletta

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

ROTTA PER CASA DEL RE:

La settimana prima di Ferragosto siamo in fermento: si va in Francia per visitare i famosi Castelli della Loira in bicicletta. Alle ore 5.15 del 5 agosto il cielo, appena rischiarato dalle primissime luci del mattino, è basso e nuvoloso. Nei pressi di Bologna una pioggia leggera picchietta armoniosa sul parabrezza e poi, chissà come, compare l’arcobaleno! Per molte ore ci muoviamo in autostrada sotto un vero e proprio nubifragio. Per la precisione trascorriamo quasi quindici interminabili ore dentro l’abitacolo climatizzato della nostra Croma e finalmente approdiamo al Relais St. Eloi a Tours: sono le otto di sera. Per fortuna siamo ancora in tempo per la cena, per la quale non ci viene offerta alcuna alternativa: il menù del ciclista di Pedalo –il nostro tour operator austriaco- è uno solo, prendere o lasciare.

La nostra camera è al quarto piano: Leo ed io abbiamo un letto matrimoniale sufficientemente ampio, mentre Fede, il nostro ragazzo di tredici anni, deve usare una scaletta di legno per salire alla sua alcova nel sottotetto, dalla ringhiera della quale si può affacciare sulla nostra e lanciarci una scuscinata.

6/08 Al momento della partenza in bici altri italiani ci salutano come conterranei e ci dicono in faccia che non provano nemmeno un pizzico di invidia nei confronti del nostro mezzo di locomozione: loro prendono l’auto.

In effetti il primo giorno di pedalata è devastante: ieri siamo stati una giornata intera fermi in macchina, oggi, ancora scombussolati dal viaggio ci sorbettiamo oltre 70 km in bici, in generale su stradine rurali, mentre solo qualche chilometro dell’itinerario si snoda su piste ciclabili. Il terrreno, soprattutto verso la fine della tappa, è piuttosto ondulato, comunque abbastanza da costringerci a scalare tutti i rapporti e anche Leo, nonostante la sua fiammante bici ibrida, adotta un’andatura lenta.

La nostra tappa Tours-Chinon comincia con una visita piuttosto frettolosa alla città di Tours. In bici ci dirigiamo verso il municipio, un edificio del XX secolo. Poi, nella zona della città vecchia, troviamo ciò che rimane della primitiva basilica di S. Martino, ovvero la torre dell’orologio e la gotica tour Charlemagne. Vediamo che esiste anche una nuova basilica della fine dell’Ottocento dove c’è la tomba del famoso santo che tagliò in due il suo mantello per darlo a un povero. In seguito ci spingiamo fino a Place Plumerau con un gruppo compatto di case a graticcio dei secoli XV e XVI che sono un cortese dono di bellezza al passante. Della cattedrale di Saint-Gatien scorgiamo solo le torri gemelle in lontananza.

Seguendo le freccette bianche su fondo verde posizionate strategicamente da Pedalo usciamo dalla città e, assaporando l’aria tiepida del mattino, iniziamo a solcare una campagna fatta di dolci pendii dove spesso l’azzurro del cielo si assomma al giallo dei girasoli.

La pausa merenda è sul fiume: dopo pochi secondi le prime vespe ci ronzano attorno al panino, perciò giriamo i pedali e attraversiamo un ponte nel pittoresco borgo di Savonnières. Alcune persone vanno in canoa. Ci mettiamo a pedalare di buona lena lungo la ciclabile fino alle indicazioni per il castello di Villandry. Ormai nei pressi della residenza, lungo un viale alberato, prendiamo posto a sedere su una panchina per una seconda pausa ristoratrice.

Una volta parcheggiate le biciclette ci uniamo alla piccola coda di turisti che attendono davanti alla biglietteria di Villandry e decidiamo di visitare solo i giardini, che sappiamo essere una scenografica architettura vegetale, riuscitissimo connubio tra natura e arte. Nel fossato ci sono pesci giganteschi (un bambino francese grida entusiasta “Il y a des megapoissons!”). Innanzitutto accediamo al cortile lastricato del castello -dove si sviluppano gallerie e portici- attraverso un ponticello, poi seguendo le frecce raggiungiamo un belvedere, da cui ci godiamo una panoramica d’insieme dei tetti di ardesia del castello e soprattutto degli stupefacenti giochi di simmetria creati con aiuole di fiori e piante ornamentali. Il giardino d’acqua, che incontriamo più avanti, è di una bellezza distillata ed è dominato da un laghetto artificiale ritagliato in mezzo a un verde prato.

Siepi di bosso e tasso potate ad hoc formano un labirinto, ma Fede ed io prendiamo una scorciatoia e ci ritroviamo sulla torretta di legno che segna il punto di arrivo senza far fatica e senza perderci. Passiamo sotto a un pergolato, scendiamo più in basso verso le perfette ed armoniose geometrie degli orti. Leggiamo che l’attuale fisionomia dei giardini rinascimentali, magnificamente estesi su sette ettari di terreno, deve molto all’intervento appassionato di uno spagnolo che porta lo stesso cognome del commissario protagonista delle storie di Vázquez Montalbán e cioè Carvallo -per nulla parsimonioso quando si trattava di spendere i soldi della consorte-, che acquistò il castello di Villandry agli inizi del Novecento, con il denaro della moglie, appunto.

Nel pomeriggio ci rimettiamo in marcia: a un certo punto attraversiamo il ponte di Langeais, che ricorda vagamente quello di Brooklyn.

Il castello di Langeais ha un aspetto simile a quello delle fortezze medievali, cioè l’architettura pare tornare indietro rispetto a Villandry, verso tempi più bellicosi: infatti si vede che in origine era una roccaforte perché all’ingresso ci accoglie un ponte levatoio e non mancano le torri dotate di caditoie. Una scala s’impernia in una torre del castello conducendo ai vari piani, con stanze abbellite da numerosi arazzi. Sulla tavola imbandita di una sala con caminetto fanno bella mostra di sé pagnotte, mele, melegrane, uva e altri frutti tutti rigorosamente plastificati. E’ facile immaginare un pantagruelico banchetto e molti levar di calici in onore dei festeggiati: in effetti anche i manichini di cera che rievocano il matrimonio di Anna di Bretagna e Carlo VIII fanno parte di questa volontà di cristallizzare il passato. D’un tratto le luci si spengono e viene proiettato sulla parete un video in cui le statue di cera si animano e come in un film raccontano una storia in francese. Proseguendo nel giardino del castello vediamo i resti del muro di un mastio, dietro al quale si trova la riproduzione di un’impalcatura medievale. Scansiamo la fatica di salirci sopra, ma ci facciamo una foto sostituendo la nostra faccia al buco con attorno un’armatura nella silouette che sta a pochi passi da una casa costruita su un albero.

In sella alla bici andiamo fino a Ussé, che sta sul fiume Indre, sul circuito della Bella addormentata. Qui entro da sola mentre Leo e Fede, già pronti per una flebo, si riposano al bar. L’esterno è di grande impatto: una meraviglia architettonica, con torri circolari sormontante da tetti conici che sembrano ispirati ai cappelli delle fate o dei maghi. All’interno, invece, la ricostruzione tramite statue di cera dei momenti salienti della favola della Bella addormentata mi fa storcere un po’ il naso. Dal cammino di ronda del castello si spia dentro a delle specie di vetrine in cui vengono riproposte varie scene tratte dalla fiaba di Perrault: in una il “bambolottone” del Principe Azzurro si trova da solo nella stanza della Bella Addormentata che ha appena aperto gli occhi dopo il bacio. Di cattivo gusto, ma ai marmocchi pare che piaccia. Un ragazzino, credendo che stiano per arrivare i suoi, mi tende un agguato e mi fa “booh!”. Ridicolo. Pochi istanti dopo, afflitto da un rimorso di coscienza, mi chiede scusa in inglese.

Insomma, in generale gli interni di questo castello sono di una scarna semplicità a livello dei solai, dove pare di penetrare in un sottotetto semiabbandonato –ci sono oggetti impolverati e si ha l’impressione di aggirarsi negli ambienti di una vecchia soffitta-, pomposi invece nella parte che mescola arredi otto-novecenteschi. Qui uno si sente osservato dai manichini femminili, vestiti in stile anni venti, che sembrano sul punto di mettersi a ballare il charleston.

Prima di varcare il cancello che mi porta fuori dal parco di Ussé passeggio nei deliziosi giardini terrazzati che si aprono nella parte bassa della tenuta, in direzione del fiume; quindi, dopo aver scattato una foto niente male in cui il fiabesco castello appare incorniciato dalle foglie di un fico, mi spingo in alto, fino alla cappella sulle pendici della collina, accanto alla quale si trovano anche le antiche cantine scavate nella roccia e le scuderie che accolgono una collezione di calesse e carrozze d’epoca

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