Turchia, "mezzaluna" asiatica che sogna l'Europa

Venti di guerra soffiano ai suo bordi e tank dell'esercito sono ammassati ai suoi confini, ma la vera Turchia, che non è solo Istanbul, è quella che ho vissuto nei paesaggi lunari della Cappadocia e nel misticismo di Pamukkale

  • di Marco Iaconetti
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Ankara ore 12:00 circa, mi appresto a prendere l’aereo per tornare in Italia, mentre in pista s’intravedono diversi aerei della Turkish Airlines che mi fanno pensare ai tanti tank dell’esercito turco ammassato ai confini. Kobane non è poi così molto lontana, ed avverto una vibrante tensione che mi punge, una paura irrazionale a cui non sa dare motivo: la lettura degli ultimi bollettini di guerra sui raid americani, l’invio delle nostre truppe e l’orgoglio delle donne peshmerga pronte a tutto pur di respingere gli attacchi dello stato islamico, mi fa capire che questo stato di tensione si protrarrà per molto tempo. Le spese le faranno, come sempre i più deboli, gli indifesi, le popolazioni locali ed avventurieri del mio stampo sempre desiderosi di affrontare mete inconsuete.

Istanbul ore 15:30 circa, dodici giorni prima, scendo affrettandomi per visitare Sultan Ahmet, una dei quartieri più affascinanti dell’intera Europa, con in mente la canzone dei Litifba “Istanbul”, in cui Piero Pelù front-man della band celebrava la città come “…Incrocio delle razze e degli uomini...” Quanto di più azzeccato, ed infatti innumerevoli persone di tutti gli strati sociali, come tutti i giorni dal mio arrivo, sono rilassate sull’erba umida, contorniate dai tanti volti femminili adornati da multicolori chador, che si alzano in cielo all’unisono quando un alito di vento scompiglia le loro colorate nuche.

Seguo il consiglio degli autoctoni e mi siedo per farmi trasportare dalla storia e dagli odori dei gustosi manicaretti locali venduti nei tanti stand, riflettendo su quale moschea sia più bella, quella Azzurra o Santa Sofia che sembrano confrontarsi, sfidandosi tra loro consce della loro fiera bellezza. Il richiamo alla preghiera del muezzin, mi risulta incomprensibile e pure così affascinante ed è proprio in questo frangente che sento di aver lasciato dietro di me le porte dell’Europa aprendone una nuova e fantastica su un mondo nuovo, dove il crogiolo delle culture raggiunge qui, più che in altri paesi il suo apice.

È questa la mia Turchia, quella che avevo sempre immaginato e che avevo sempre desiderato visitare, così lontana dalla follia umana che sta imperversando ai confini del paese.

Attraverso uno degli affollati ponti che divide Istanbul, con in mano il libro dello scrittore Pamuk, letto qualche tempo addietro, e sento la stessa intensità dei suoi fanciulleschi racconti che mi presentano una vecchia Istanbul in “black and white” che nonostante le innovazioni sembra essere rimasta come le foto scattate decenni fa dallo scrittore dalla finestra di casa sua. I bambini giocano felici come tutti i bambini del mondo, ma senza quei mostri tecnologici che stanno inquinando le teste delle nuove generazioni occidentali. Mi rasserenano, perché mi rispecchio nella loro purezza e sento l’impulso di condividere i loro semplici giochi.

La potenza espressiva e cromatica di Istanbul raggiunge il suo culmine quando in serata i raggi dorati illuminano il Bosforo e le innumerevoli costruzioni con terrazzi a strapiombo sul mare adiacente le vecchie mura cittadine dove sulla sua sommità sventola l’orgogliosa bandiera del padre della patria turca, Mustafa Kemal Atatürk.

I movimento tettonici che durante i secoli hanno causato terremoti ma anche la nascita di sorgenti termali, grazie all’anidride carbonica realizzando strati bianchi di calcare e travertino che danno vita ad un insolito castello di ghiaccio. Siamo a Pamukkale, che in turco significa “Castello di Cotone”, un sito naturale, accanto alla vecchia città di Hierapolis, oggi sito dell’Unesco

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