Campania di storia e gusto

Patrizio fra le bellezze paesaggistiche ed enogastronomiche del Parco Nazionale del Vesuvio

Agricoltura interstiziale

Eppure, parlando con il giovane presidente del Parco Agostino Casillo, vien fuori che non mancano le difficoltà per il territorio. Innanzitutto l’abusivismo edilizio: da queste parti è un disastro. I 350.000 abitanti che sovrappopolano le terre del parco vivono spesso in casette costruite senza una logica e senza un piano regolatore, né permessi. Negli anni il cemento ha coperto e rovinato delle grandi distese di buona e bella terra: nel parco gli ettari agricoli erano 3.000 fino agli anni 90 e adesso sono 700. In più, quest’anno, ci sono stati gravissimi incendi dolosi. L’agricoltura resiste caparbiamente negli orti e nei piccoli appezzamenti fra una casa e l’altra, riempie gli intervalli, si rifugia negli interstizi, nelle fessure dove si alleva ancora la vite, scava nelle cantine antiche il rifugio dei suoi vini. È una agricoltura parcellizzatissima, che produce quantità ridotte. Non ci può essere una vera economia di scala, i costi sono altissimi, la produzione poca. Ma, proprio per questo, aiutata anche dalla fertilità di questo suolo straordinario, non può che puntare sull’assoluta qualità. Ed ecco allora che – se venite da queste parti – avete solo l’imbarazzo della scelta, perché i prodotti sono speciali: il Pomodorino del Piennolo DOP, il vino Lacryma Christi DOC, l’Albicocca Vesuviana DOP, le Ciliegie del Monte, il miele, l’uva da tavola Catalanesca e molte altre chicche del comprensorio.

La bellezza

Ma così come la lava, quando decide di eruttare, non la ferma nessuno, allo stesso modo la vitalità estetica e le risorse di questa zona sono talmente prorompenti che “vengono fuori” nonostante tutto. Torniamo a Giovannino, nipote di Giovanni, che fa l’agricoltore a Trecase. Ha poca terra, solo 12 ettari (che però da queste parti sono tanti) e produce col padre circa 60.000 bottiglie di Lacryma in un anno. Ma, in compenso, ha la bellezza e la forza del territorio, e li ha sfruttati. Innanzitutto alleva vitigni autoctoni (cioè originari) a piede franco (che cioè non sono stati innestati su radici americane perché, grazie al Vesuvio, non si sono ammalate alla fine dell’800 di peronospora), tutti adattati a queste terre e di grande qualità: piedirosso, aglianico, caprettone. Sono dei vitigni forti, in alcuni casi ancora allevati a tendone (lo dice la parola stessa, coltivati a sbalzo, fino a diventare un grande pergolato), anche perché una volta sotto alla vite si doveva coltivare anche l’orto. Con questi vitigni produce appunto del buon Lacrima, bianco, rosso e rosè. E – udite e udite – non lo vende! Cioè, lo vende, ma non lo affida a nessun commerciante, non lo propone né ai negozi né ai ristoranti: se vuoi il suo vino devi andarlo a prendere a casa sua. E se vai a casa sua, trasformata in azienda eno-turistica, prima ti fa assaggiare alcune semplici specialità del luogo (pasta, pomodoro, prosciutto, verdura), quindi puoi fare una passeggiata in zona e alla fine ti porti via anche le bottiglie di vino. Che naturalmente paghi un poco di più perché sono giustamente “valorizzate” dal contesto. Una perfetta simbiosi produttiva tra territorio, ambiente, agricoltura, turismo, gastronomia. Questo è quello che potete trovare se venite appunto da queste parti, ma questo è anche il futuro produttivo di questa zona, che sfrutta il territorio e nel contempo lo preserva come la massima risorsa.

Nonna Benigna

La signora Benigna, nel 1953, aveva un moggio di terra. Il moggio è una unità di misura che vale 3.333 metri quadrati, cioè una biolca, cioè un terzo di ettaro. E ha cominciato a coltivare la vite, con sotto l’orto. Oggi suo figlio e i suoi nipoti (Paolo con Giuseppe, Mariapaola e Benigna junior detta Benni) hanno messo assieme addirittura 35 ettari, coltivati a vigneto biologico, e producono 230.000 bottiglie, suddivise in molte etichette diverse. Anche il loro obiettivo è quello di affiancare il turismo all’agricoltura, passando per la bellezza del luogo. Hanno anche un po’ di uva Catalanesca, che si chiama così perché gli Angioini hanno importato il vitigno dalla Catalogna, attorno al 1450, uva da tavola. Tutto questo solo per dire che, per fortuna, il caso di Giovanni di prima non è isolato. La zona del Vesuvio sta prendendo questa piega: uno sviluppo legato al turismo, al territorio, alla storia. E andare a fare i turisti sul Vesuvio significa non solo arrivare fino in cima, al cratere e alle fumarole (che in sé è una gita bellissima, con un paesaggio stupendo sul Golfo di Napoli e sulle Isole), ma significa soprattutto affrontare la salita (o la discesa), possibilmente lungo uno dei tanti sentieri (ce ne sono 54 chilometri) e “degustare” il viaggio. Oltre al vino annotatevi anche il Carciofo Violetto, che viene soprattutto dalla zona verso Castellammare: è un sotto-tipo del Carciofo Romanesco, ma qui lo coltivano azzerando e rigenerando ogni anno la pianta, che produce in pratica tre generazioni, cioè tre raccolti successivi a ogni stagione. Secondo la tradizione, che risale ai Romani, durante la maturazione lo coprono con una ciotola, in modo che il sole non lo secchi, e resta tenerissimo. C’è poi il famoso Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP. Ha una specie di codina (il piennolo), è pieno del sapore sapido del vulcano e soprattutto lo trovate sempre: infatti viene conservato in trappoloni appesi, e dura praticamente tutto l’inverno. È meraviglioso sulla pasta. Già, la pasta…

LA VALLE DEI MULINI E LA STRADA DEL VENTO

Si parla tanto della famosa Pasta di Gragnano. Lo spessore storico non manca: a Pompei sono stati ritrovati dei pani fossilizzati, marchiati con la G della gens Grania, una famosa famiglia di produttori di grano (appunto) e di panettieri, che ha preso il nome (o, addirittura, dato il nome) a Gragnano. Ma oggi cosa altro c’è sotto? Sotto Gragnano c’è il mare, sopra a Gragnano c’è il Vesuvio e soprattutto i Monti Lattari. L’aria calda sale dal mare, si scontra con quella fredda dei monti che la ributta giù e comincia a vorticare. A Gragnano hanno fatto le strade apposta, in modo che l’aria si incanali e circoli liberamente. Via Roma, la strada storica dei laboratori pastai, è anche l’unica col basolato, il fondo di pietra lavica, su cui l’aria si scaldava per asciugare meglio spaghetti e fusilli. Tutta la via era piena di essiccatoi all’aperto, fin dal 1500 qui si faceva – e soprattutto si essiccava – la pasta più buona. Più buona e più sicura: una buona essicazione significa non solo qualità e sapore, ma anche sicurezza contro le muffe. Per cui, la pasta locale ben presto venne spedita ed esportata dappertutto. Ma non basta: di fianco a Gragnano scorre il torrente Vernotico e la valletta è chiamata Valle dei Mulini, perché l’acqua alimentava da sempre le macine. A proposito di acqua: è uno degli ingredienti fondamentali della pasta. L’acqua di queste parti (compresa quella delle sorgenti del Vernotico) scorre veloce tra i minerali vulcanici e i terreni drenanti, per cui è buonissima. E queste sono ancora le regole fondamentali della Pasta di Gragnano IGP: acqua, trafila in bronzo e grani italiani con un minimo di 13% di contenuto proteico, cioè grani “di forza”, che fanno in modo che la pasta non scuocia. La storia della pasta di Gragnano quindi è molto interessante e piuttosto tormentata: è cominciata nel Medioevo, gli artigiani si sono sviluppati soprattutto nell’800 (nel 1872 c’erano 120 pastifici), poi nei primi del 900 c’è stata la meccanizzazione, che ha lasciato a casa molti operai (da cui una terribile emigrazione, che comunque ha contribuito a far conoscere la pasta di Gragnano all’estero). E con le due guerre mondiali, il crollo: fine delle commesse e delle esportazioni. I pastifici si son ridotti a dieci. Oggi sono tornati 20: la soluzione è la solita, cioè puntare sulla qualità, e in questo modo imporsi sul mercato. Io questa pasta l’ho assaggiata in un paio di occasioni: in effetti, è strepitosa

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