Campania di storia e gusto

Patrizio fra le bellezze paesaggistiche ed enogastronomiche del Parco Nazionale del Vesuvio

 

Non solo Pompei & Ercolano: forse ve lo avevo già detto, ma la prima volta che sono stato a Pompei con i miei genitori avevo circa otto anni e, a scuola, avevo studiato da poco i Romani… Arrivato a Pompei mi sono messo a piangere come una fontana: troppa emozione, troppa bellezza. E comunque a Pompei ci puoi tornare cento volte, ma l’emozione resta, anche perché Pompei non è mai uguale. C’è sempre qualche cosa di nuovo da vedere, da imparare. La penultima volta che ci sono stato, circa tre anni fa, ho visitato il laboratorio dove si studiano tutti i reperti anche minuscoli, relativi al cibo, ai semi e alle materie organiche ritrovate. La volta precedente avevo visto la vigna “filologica”, cioè originale, ripiantata in un giardino. Per non parlare di Ercolano che, oltre agli scavi, ha un bellissimo museo tecnologico e interattivo che ho visto inaugurare una decina di anni fa. Per cui, se non siete stati mai a Pompei ed Ercolano, smettete di leggere questo articolino, aprite subito qualche sito Web o fate qualche telefonata per organizzare al più presto un viaggio. Ma questa volta io non vi parlo di Pompei, bensì della zona del Vesuvio, che di Pompei è il contesto e il “presupposto”. Una zona che resta comunque di grande interesse storico, ma che ha un valore unico da un punto di vista paesaggistico/culturale/naturalistico. Quando sono stato, qualche anno fa, per la prima volta nel Parco Nazionale del Vesuvio era di maggio, e l’ho trovato invaso da una cascata dorata di ginestre. Ma anche stavolta, che ci son stato a fine gennaio, l’ho trovato spettacolare. Il parco – come si dice – è uno scrigno di biodiversità: preserva 612 specie vegetali e 227 specie animali. L’anno scorso è stato visitato da 600.000 turisti (paganti). Quindi, vale la pena di un viaggio, in sé.

Il fascino del vulcano

Se andate a vedere la cosiddetta Villa di Augusto a Somma Vesuviana ora la trovate parzialmente chiusa, perché ci stanno facendo studi e scavi i giapponesi dell’Università di Tokyo. Ma resta interessantissima, per alcuni motivi psico-storici. Innanzitutto, non può essere di Augusto, vissuto a cavallo tra avanti e dopo Cristo: la villa, infatti, è di circa 200 anni dopo. E fu distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 472 dopo Cristo. Non vi dicono nulla queste date? Ricapitolando: nel 79 a.C. c’è l’eruzione disastrosa che distrugge Pompei ed Ercolano, quella descritta da Plinio. E poco dopo i Romani costruiscono in zona una nuova villa sontuosa, a sua volta distrutta dal vulcano. Anche dopo l’eruzione del 1631, che fu devastante (la cima del Monte Somma capitozzata di quasi 500 metri) è stato uguale: l’uomo è tornato caparbiamente a vivere attorno al Vesuvio. Adesso il Parco Nazionale del Vesuvio è una zona abbastanza ristretta, di meno di 8.000 ettari, in cui però abitano 350.000 persone! Un altro esempio: dopo l’eruzione del 1944, l’ultima, che ha fatto 26 morti e ha devastato la zona per tre anni, il signor Giovanni Russo, a Trecase, nel 1948, solo quattro anni dopo, decide di tornare a coltivare la terra. Perché? Perché tornano sempre? Da dove viene questo caparbio attaccamento ad un luogo così pericoloso e tragico? Io non ho potuto fare la domanda ai romani o ai napoletani del 1600, ma a Giovanni sì, anzi a suo nipote, Giovanni anche lui, che ha 21 anni e ha deciso di riprendere il lavoro del nonno.

La terra fertile

Giovanni-il-giovane mi cita una frase che forse era di suo nonno: “Noi qui, durante la nostra vita, siamo in Paradiso, quindi poi possiamo anche andare all’Inferno”. E allora mi viene in mente la leggenda che ha dato il nome al vino prestigioso e famoso di queste parti, il Lacrima Christi: il vino deriverebbe dalle lacrime di Gesù, che piangeva perché Lucifero aveva rubato un pezzo di Paradiso per portarlo sulla terra, su questa terra, il Vesuvio. A questo punto Giovanni e suo padre Maurizio mi invitano a guardare il paesaggio attorno alla loro vigna: più in basso ci sono gli scavi di Pompei e poi Napoli, alle nostre spalle c’è il cono del Vesuvio e laggiù, in mare, c’è Capri. Effettivamente, è il Paradiso. Ma io guardo anche per terra, sotto ai piedi. Vedo e tocco una terra friabile, scura, sciolta. Una terra specialissima, ricchissima di minerali portati dal Vulcano: potassio, fosforo, silicio, ferro. In più è molto permeabile, l’acqua passa e non ristagna, arriva alle radici. Non a caso la vendemmia del 2017 ha segnato solo un meno 15%, nonostante qui non sia piovuta una goccia per più di un anno e mezzo. Altrove l’uva ha subito danni ben più gravi, fino al 50%. Ed ecco il segreto del Vesuvio, dove nonostante tutto Etruschi, Greci, Sanniti-Campani, Romani e poi tutti quanti fino ai giorni nostri sono tornati ad abitare e a coltivare dopo ogni devastante eruzione: la bellezza, il clima, e soprattutto la ricchezza della terra

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