La legge della giungla

Cambogia: la bella e la bestia

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro
 

Adoro i tramonti cambogiani. Le dure ombre della giungla scompaiono e il giorno cessa l’assillo. Le vacche vengono scortate a casa, e a casa tutti fanno ritorno. Tutto quel che è stato fatto e tutto quel che è stato omesso verrà perdonato. Alle cinque e mezza lo spazio inizia a dilatarsi, le forme scolorano nell’oscurità fino a che, alle sei e un quarto, la Terra torna ad essere un pianeta, non più un inferno di calura e miseria. Ma ogni crudele mattina il sole, in levare, ricomincia la danza. Il mondo è brutto e cattivo e sappiamo bene che chiunque di noi, se ci si fosse messo, l’avrebbe fatto meglio. Non c’è da stupirsi, visto che il creatore, Brahma, è un infingardo. E’ una storia lunga, ma Brahma non è l’unico responsabile: dèi e antidèi hanno lottato per l’elisir dell’immortalità nell’epico tiro alla fune rappresentato in decine di bassorilievi nei templi di Angkor, la città-tempio. Dal lato della Porta della Vittoria, perfino il parapetto del ponte sul fossato che delimita la città è formato dalle gigantesche statue dei contendenti: dèi dal sorriso serafico da una parte, antidèi ghignanti dai tondi occhi prominenti dall’altra. Che mondo mai poteva uscire dalle loro mani? Le loro smanie di potere si riflettono nelle costruzioni a loro dedicate: l’ingresso monumentale si ripete in tutti i muri non ancora distrutti che li cingono.

A una mezz’ora di tuk-tuk da Siem Reap, nel folto della boscaglia di dipterocarpus, shorea e kapok, una delle meraviglie del mondo attira in Cambogia due milioni di visitatori l’anno: il più vasto complesso religioso mai realizzato. Grandi recinti di laterite – una rozza pietra marrone e nera dall’aspetto spugnoso, più porosa del nostro tufo – proteggono altre mura dello stesso materiale, ed ancora, come in una matrioska, fino a cinque cinture per i siti più importanti. All’interno, un paio di biblioteche per i testi sacri, poi gli stupa – reliquiari in mattoni a forma di campana – e la cella al centro, talvolta ancora occupata da una statua alla quale si può offrire un bastoncino d’incenso o un bocciolo di loto. Nel modernissimo museo di Siem Reap, le statue di Shiva e di Vishnù più antiche datano al VI secolo e denunciano l’origine indù della cultura khmer, formatasi in piccoli stati perennemente in contesa tra loro. L’unificazione realizzata da Jayavarman II all’inizio dell’800 d.C. permise al neonato regno la progressiva conquista di gran parte della penisola indocinese. Queste grandiose rovine testimoniano i tre secoli di quell’impero dalla poi ineguagliata prosperità, permessa da un ingegnoso sistema di arginamento e distribuzione dell’acqua che favorì ricchi raccolti. Qui il termometro non va mai sotto i 20 °C, il clima è tropicale e la pioggia viene solo col monsone di agosto e settembre. Per sfruttare queste terre riarse è essenziale trattenere l’acqua. E il riso richiede molta acqua. Ecco allora l’erezione di poderose dighe per enormi laghi artificiali, accanto ai quali si concentrò un formicaio umano mai visto prima: più di un milione di persone abitarono una città di legno e paglia di cui non rimane nulla se non le pietre degli edifici del potere. I precedenti micromonarchi avevano giustificato il proprio potere assoluto con l’idea di casta, importata dall’India. Jayavarman portò questa concezione all’estremo autoproclamandosi Devaraja, cioè re-dio: degno membro, a leggere la sua storia, di quella bella cricca che abbiamo visto occupata al tiro alla fune o, per essere più precisi, alla “zangolatura dell’oceano di latte”

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