Un viaggio per cercare di capire dall'interno
Garuda. Garuda dalle grandi ali d' argento incombe su di me. Non riesco a resistere, anche se vorrei, anche se per un po' mi piacerebbe rimanere ancora in questa terra carica di sensazioni spesse, di odori pesanti, di realta' dura ma esaltante. Certo quando arriva l'ora del ritorno e' sempre la stessa storia, si vorrebbe rimanere ancora un poco, perche' manca questo o non si e' ancora visto quello. Ma il grande uccello degli dei non ha pieta' di nessuno. Pigola con la sua voce chioccia che esce da strani fori del soffitto e ti chiama con voce suadente se pure imperiosa, non puoi rifiutarti di percorrere adagio secondo un rituale prestabilito e ben conosciuto, il cammino tortuoso che ti portera' nelle sue viscere accoglienti come un ventre materno. Un ventre gelido, in cui rimanere per un tempo non percepibile, che sembrera' il tremulo scorrere di una sola notte, ma che, con la furia di un fuoco magico e potente, mi scaraventera' cosi' lontano in uno spazio-tempo indefinibile, da percorrere in mesi, forse anni di lungo cammino. Un buco temporale, inseguendo il tramonto per raggiungere l' alba, prima di quanto il corretto scorrere del tempo le conceda di arrivare, per ritrovarmi nel chiarore dell' aurora invece che nella tenebra, come dovrebbe essere, quando il ventre dell' uccello divino si aprira' per ridonarmi alla vita reale, diversa da quella che sto vivendo ancora per un poco. Proprio adesso che mi era passato tutto, il raffreddore, la tosse, il resto. Mah, non ce n' e' mai una che va bene.
Son tornato. Una ventina di ore fa ero dall'altra parte del mondo, ora son qui che non aspetto altro che di stramazzare nel letto. Vorrei buttar giù torrenti di parole, scaricare nella Usb automaticamente un profluvio di sentimenti che montano dentro di me, che bello sarebbe collegare un filo e cliccare Invio, (chissà dove sarà la presa?) ma ho paura di farmi trascinare dalla foga, dal troppo entusiasmo, come un bimbo che arrivato da scuola vuole raccontar tutto di corsa alla mamma e tra frasi smozzicate e troppe cose da dire, non riesce ad esprimere un pensiero completo. Troppe immagini, troppe sensazioni. Bisogna lasciare scorrere il tempo, lasciare sedimentare almeno un po' il ricordo per ricavarne delle sequenze comprensibili, che abbiano un senso, che definiscano almeno a grandi linee quello che hai visto, che hai sentito, quello che credi di aver capito. E' sempre la solita storia. Come diceva, mi sembra, Biagi, se vai in un posto per una settimana, quando torni ci scrivi un libro, convinto di aver capito tutto, se ci stai un mese, ci scrivi un articolo, con qualche dubbio in più, se ci stai un anno, sì e no ti viene qualche frase piena di perplessità. Io in Cambogia ci sono stato due settimane, ho cercato di capire, di lasciarmi penetrare dal mondo che mi circondava, lasciandomi andare al ritmo lento della vita del posto, senza la furia autodistruttiva del turista che deve seguire un gruppo che ha i suoi ritmi obbligati, e cercherò quindi nei prossimi giorni di fare un reload completo per riversarvi tutto quello che ho sentito. Sospendo quindi ogni altro argomento temporaneamente, anche se ho notato che in questi giorni di mia assenza, benchè vi avessi lasciato nelle mani sicure del mio sostituto, le visite sono drammaticamente calate. Infedeli. Sentivate dunque così pesantemente la mia assenza? Va bene, non voglio indagare. Comunque tanto per lanciare un primo argomento di riflessione, ripeterò un classico luogo comune: niente è mai come ce lo si aspetta o per lo meno le sfumature sono sempre diverse. Infatti, diciamolo forte, non ho visto neanche una zanzara. Ma come, mi sono procurato il meglio Autan, versione speciale rinforzata, che solo a vederlo le avide bestiole fuggono, e non ho dato neanche uno spruzzo; mi sono imbottito di pillole di vitamina B che fanno puzzare a tal punto che l'insetto schifato fugge lontano e loro, neanche si degnano di presentarsi? Avevano paura che le mangiassi? E meno male che non ho preso il Lariam, anche se qualche gufo mi mostrava la cartina affogata nel peggio delle zone malariche. E non ho visto neanche una mina, solo i cartelli che dicevano che quel pezzettino di terra era stato sminato l'anno scorso o due anni fa. Però ho visto un sacco di gente senza gambe o senza braccia. Incidenti sul lavoro?
Stamane mi sembra di avere le sinapsi un po' meglio collegate tra di loro, quindi tentiamo di dare un senso a questo viaggio che potremmo definire come una presa di conoscenza di una realtà che desideravo toccare con mano, in un' area del mondo che mi interessa particolarmente e di cui avevo solo sentito dire. Intanto precisiamo che tutto è nato per casualità. Un amico, voi direte il solito pensionato che non ha niente da fare e che invece il da fare se lo va a cercare, impiega una parte del suo tempo cercando di dare una mano a chi ha bisogno e così mette a disposizione le sue conoscenze professionali per aiutare la Cambogia in uno dei suoi problemi più critici, quello dell'acqua. Ha già collaborato alla costruzione di due acquedotti e alla fornitura di innumerevoli pozzi che consentono a famiglie che disponevano solo del liquame fangoso dei fiumi e delle paludi attorno a casa, oltre a quella che cadeva dal cielo, di poter avere a disposizione dell'acqua dignitosamente pura che, da controlli effettuati, ha ridotto considerevolmente i problemi delle infezioni gastrointestinali ad alcune decine di migliaia di persone. Non mi sembra una cosa da poco, invece, magari di andare a giocare a bocce. Però questo tipo di persone non amano neanche parlarne troppo di queste cose e quasi con ritrosia, ti raccontano, sollecitate, dei risultati ottenuti e dei progetti futuri, che con tanta fatica cercano di mandare avanti; son fatti così, le cose le fanno invece di raccontarle. Così quando mi ha detto che per la tredicesima volta in otto anni tornava laggiù per delle verifiche all'ultimo progetto e per istruire gli addetti ai controlli sulla qualità delle acque, ho approfittato per accompagnarlo, come turista al seguito, con una certa invidia per chi le cose le sa fare, da parte di chi, come me invece, ha campato solo raccontando chiacchiere. Il gioco delle parti si è nuovamente riproposto. Lui è andato a lavorare, mentre io, come al solito, me ne sono andato a zonzo per il paese, senza la pressione di un giro organizzato a date fisse, col desiderio di esplorare per capire, cosa che è sempre al centro del mio interesse. Viaggiare in questo modo è sempre gradevole perchè ti permette di cogliere, da un piano per così dire paritario, gli aspetti anche meno appariscenti di un paese, quelli che traspaiono solo se ti siedi sul pullman insieme ai monaci che vanno ad una festa o se vai a comprarti la frutta al mercatino dietro la guesthouse, stando seduto al mattino al tavolo di un localino a mangiarti una scodella di noodles mentre la vita ti scorre attorno, i bambini in divisa vano a scuola, i motorini carichi di polli e maiali, vanno al mercato, la città si mette in moto a poco a poco. Il problema di aprile è il caldo opprimente, avremo modo di parlarne nei prossimi giorni. Il sole a piombo ti soffoca con l'umidità che appiccica la pelle ai vestiti, ti secca la gola e ti toglie le forze, quando cammini a fatica, cercando riparo nelle ombre corte del tropico. La polvere della stagione secca, gli odori forti che la temperatura accentua ti vogliono dare un senso di disagio, che però tende a diminuire se tenti di assimilare e di sintonizzarti col ritmo della vita locale. Muoversi come loro, adagio, cercando di scacciare il senso di fastidio per un clima che è quello che è, a cui bisogna lasciarsi andare. Allora pian piano, ci si adatta e si viene assimilati dal sud-est asiatico; anche mentalmente ci si dispone meglio ad accettare quello che ti circonda, trovandolo naturale. Ecco perchè la gente, ti appare tutto sommato serena, indipendentemente dalle condizioni in cui vive. Phnom Penh è chiaramente una capitale periferica, bloccata per decenni dalle cose di cui parleremo e che da poco si dibatte per seguire la strada percorsa dai suoi vicini, con tutti i problemi che questo sviluppo porta, assieme naturalmente alla parte positiva. Così sei circondato da un allegro caos privo di riferimenti, in un traffico a cui devi abituare i comportamenti, altrimenti non riuscirai mai ad attraversare la strada, nella folla tranquilla che ti circonda e da cui ti devi fare assimilare se non vuoi trovarti a disagio. Così è cominciato il primo giorno di un viaggio per caso, che neanche la cenere del vulcano è riuscito a impedire.
Le strade di Phnom Penh , polverose e gremite di motorini, biciclette e tuk tuk, sono un forno caldo già la mattina presto. Però sono tutti in movimento vorticoso e tu vieni trascinato via facilmente da questo flusso ininterrotto di uomini e mezzi. Scendo dall'albergo, in una stretta via laterale e subito mi vengono incontro i conducenti di tuk tuk in attesa del primo cliente, che stazionano fissi, giocando a carte per ingannare l'attesa. Ma non c'è la fastidiosa aggressività per accaparrarsi il passeggero delle vie di Bangkok, tutto avviene in maniera più rilassata, anzi nei giorni successivi, ci si comincia a conoscere, evidentemente le postazioni sono fisse, e ci si scambia un saluto allegro anche se poi te ne vai via a piedi. Se no, una breve contrattazione e poi salti sul carrettino, il motorino trainatore si mette in moto e faticosamente ci si butta nel traffico. Il primo giorno ovviamente lo dedico a Palazzo Reale e alla pagoda d'argento con i suoi splendidi giardini. Sempre a passo lento, inseguito dal sole a picco. I turisti sono pochi; come suggeriscono le guide, aprile è un mese da evitare, così ci si può concentrare sulla massa dei Cambogiani che rappresentano la quasi totalità della gente che si incontra. Una popolazione giovane e giovanissima, a prescindere dalle condizioni, dall'aria allegra e serena. Difficilmente, rivolgendoti o semplicemente guardando qualcuno non ricevi un sorriso di risposta. Eppure al di là del fatto che questo è un paese poverissimo, dove le condizioni sanitarie sono difficili, la storia recente della Cambogia, è un tale concentrato di orrori e di fatti inaccettabili, da rendere incredibile questo atteggiamento. Certo le poche persone anziane che si incontrano sorridono meno. Loro forse hanno difficoltà a cancellare o a rimuovere le immagini della loro vita, le indelebili istantanee che ognuno di loro ha di certo vissuto in prima persona. E' difficile anche capire come, in un paese privo di risorse strategiche e in una posizione geopolitica tutto sommato ininfluente, si siano potute scatenare la furia e la violenza della disumanità più feroci del secolo scorso. Invece, benché formalmente neutrale durante la guerra del Vietnam, fu corridoio di passaggio er i Vietkong, cosa che diede motivo agli Stati Uniti di rovesciare sull'est del paese migliaia di tonnellate di bombe e di napalm, ma in modo "non ufficiale". Morirono circa mezzo milione di persone che avevano la disgrazia di stare da quelle parti, gli altri rinforzarono le file dei Khmer Rouges che cominciavano la guerra civile. Così finito il Vietnam e filati via gli americani, gli Khmer Rouges presero il potere e comincia uno dei più spaventosi genocidi della storia. In pochi giorni viene abolita la moneta e la proprietà, le città vengono chiuse e la popola zione in parte uccisa e deportata nelle campagne a coltivare la terra di un paese ormai alla fame. Il maoismo più teorico viene applicato alla lettera nel tentativo di creare l'uomo nuovo, senza legami col passato, che deve essere totalmente cancellato, i bambini tolti alle famiglie ed allevati in comune, tutti in un lavoro agricolo di quasi schiavitù, nutriti con un brodo di riso due volte al giorno e null'altro. Qualunque sospetto di intellettualismo o di legame col passato, ad esempio portare gli occhiali, significava essere ucciso. Torture e violenze di ogni genere venivano comunemente perpetrate secondo la regola che era meglio uccidere dieci innocenti che rischiare di lasciare libero un possibile controrivoluzionario. Dopo tre anni, dieci mesi e venti giorni (tutti ricordano come un mantra questo numero) e circa tre milioni di morti arrivano i Vietnamiti che fanno fuori gli Khmer Rouges e il paese allo stremo, si avvia ad una difficile pacificazione, in una situazione di carestia totale che provocò un nuovo consistente numero di vittime. Dopo il ritiro dei Vietnamiti ricominciano le lotte che conducono nella metà degli anni novanta ad una ulteriore guerra civile in cui quattro diverse fazioni si combattono ferocemente, oltre a disseminare il paese di mine, in gran parte fornite da noi e dai cinesi, con un ulteriore tributo di vite umane. Finalmente questo fiume di sangue soffocò, annegandoli, gli odi incrociati e gli spiriti del male sembra abbiano finalmente lasciato in pace questo paese da una dozzina d'anni, ma i segni sono difficili da cancellare, le ferite dure da rimarginare. Nel paese c'è tanta voglia di dimenticare, di voltare pagina, per lo meno negli occhi di chi ed è ormai la maggioranza, quelle cose non le ha viste direttamente. E' la forza rigeneratrice dei paesi giovani, che vogliono solo andare avanti. Ma quando arrivi in qualcuno dei tanti luoghi della memoria, per ripassare quello che in fondo già sai, vieni aggedito da un'onda di tale devastante ferocia, da rimanere senza fiato, senza capacità di dare una spiegazione logica a quanto passa davanti ai tuoi occhi. Così intorno alla scuola Tuol Sleng, diventato il carcere S-21, con 17.000 persone, rinchiuse, fotografate metodicamente prima e dopo la tortura e quindi uccise nei modi più barbari, gli affitti sono insolitamente bassi. Pochi vogliono vivere lì attorno, temono che gli spiriti di quei morti non li lascino in pace, perchè di notte, quando tira forte il vento da sud, si sentono le loro grida affievolite, in sintonia con la regola numero 6 del manuale del prigioniero, secondo la quale durante la bastonatura e gli elettroshok, non si poteva gridare forte, ma era concesso di emettere lamenti a bassa voce. E anche il monsone, per quanto forte e violento non riesce a lavar via tutto quel sangue. L'interno della scuola ti afferra duro alla gola, con la sua serie di foto orribili, gli ambienti, gli strumenti di tortura, le celle di un metro per tre, le catene, gli slogan appesi. La stessa situazione di degrado in cui vive il museo stesso, con i suoi ambienti scrostati e sporchi, le foto ingiallite, strappate e cadute o malamente penzolanti dai muri, l'immondizia abbandonata negli angoli, contribuiscono ad aumentare l'angoscia spaventosa che ti accompagna nella visita, nel seguire il percorso di tanta gente che poi andava a terminare la propria esistenza nelle fosse comune dei killing fields, con le loro montagne di crani e di ossa, con l'albero dei bambini, dove, presi per i piedi, venivano sbattuti contro il tronco per non sprecare pallottole, la cui corteccia non riesce più a rimarginarsi. Esci annichilito, con un groppo alla gola e hai difficoltà a trattare il trasporto con il conducente di tuk tuk che ti aspetta allegro al di là dell'ingresso, mentre ti offre una coke presa dalla ghiacciaia di plastica rossa. Ti sorridono tutti. Soltanto le rare persone che vedi oltre i 50/60 anni, sorridono poco, anzi in generale non sorridono affatto, sembra quasi che abbiano una sorta di piega amara sulla bocca. Qualcuno ti parla in francese. E allora anche tu rimetti in moto il cervello annichilito ed assente e cominci a chiederti, ma costui come mai è ancora vivo, quale è la sua storia, da che parte stava allora, ma capisci che in questo modo non c'è futuro accettabile e sei contento che tutti quegli altri occhi giovani che ti guardano, abbiano imparato a sorridere