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Diario di viaggio a Budapest

Ungheria

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Viaggio in Ungheria – Budapest, lungo il fiume Tisza, pianura ungherese - parco nazionale di Hortobágy - (Cicloturismo e Terme)

Si comincia a scrivere un libro come si intraprende un viaggio senza riflettere o come si vivono le prime ore di un amore. Non sappiamo cosa accadrà alla pagina seguente, né come saranno le città che visiteremo, né a cosa ci condurrà quel dolce preludio di tenerezza in cui ci avventuriamo come negli ignoti meandri di un vicolo notturno.” (Antonio Muñoz Molina La città dei califfi)

Detto così sembra molto affascinante, con questo triplice paragone fra viaggi, libri e amori. Volendo, come grossomodo ci si può sempre riconoscere nella descrizione del futuro fatta dall’oroscopo, come dentro allo zaino ci si possono far stare, a forza, addirittura cose che non avresti mai immaginato che ci sarebbero state, anche gli ingredienti di base del nostro viaggio in Ungheria possono essere ricondotti, con un po’ di impegno, alla triade viaggi-libri-amore e possono essere “schiaffati” dentro a questo pentolone (come carne, verdure e paprika nei gulash preparati dalla sapienza dei cuochi magiari e con i quali abbiamo riaccumulato i cuscinetti di grasso perduti nelle pedalate). Allora si parte, cioè si “cuoce”. Vai con gli ingredienti: il treno (be’ quello è un’utopia all’andata, ma una realtà al ritorno), il taxi (ce lo siamo goduti spaparazzati sui sedili), l’aereo (una carretta della Malev, la compagnia di bandiera ungherese, che però serve allo scopo ed è miracolosamente in grado di volare –le hostess erano anche “bone!”, niente steward, purtroppo), gli autobus (le corriere ungheresi erano prive di sospensioni: qui il viaggio era simile a una corsa in Tagadà) la bicicletta (massimo confort: bici da cicloturismo dotate di 21 cambi: Mercedes del ciclismo o quasi... Io, per stare sul morbido, avevo il classico pantaloncino imbottito di spugna), il carretto trainato dai cavalli (capienza 11 posti + il cocchiere; un po’ di scossoni, ma sempre meno che in autobus), la barca (capienza 5 posti compreso il “nocchiero”; ci hanno fornito un cuscino a testa per aumentare la comodità e non abbiamo dovuto pagare per questo “extra” come al circo –all’entrata sei obbligato a prendere il cuscino che ti “offrono” e devi sganciare un’altra sommetta oltre al biglietto d’ingresso), infine i piedi (non era un pellegrinaggio, infatti per quello quest’anno bisognava andare a Santiago de Compostela, ma ci sono stati utili per la passeggiatina a Budapest e in poche altre occasioni non degne di nota). L’aereo abbiamo rischiato di perderlo: infatti la mattina del 26 giugno, una volta arrivati alla stazione dei treni di Ferrara, alle 6.30, abbiamo notato con crescente preoccupazione che regionali, interregionali e pendolini continuavano ad accumulare ritardo e allora ci siamo insospettiti, soprattutto quando hanno affibbiato 10 minuti d’attesa anche al nostro. Eppure avevamo ascoltato il telegiornale: niente scioperi in vista... Era proprio la sfiga: un problema tecnico a Rovigo rallentava tutti i treni, il nostro veniva segnalato con ulteriore ritardo e la corsa veniva limitata a Padova! Mio Dio! L’aereo ci aspetta al Marco Polo di Venezia. Non possiamo prendere il treno, qui non ci arriviamo mai più alla pista sulla laguna. Il mio consorte, espertissimo di viaggi, chiama tempestivamente un taxista di un’azienda locale di taxi. Per fortuna che c’è sempre qualcuno di turno per i casi di emergenza, che risponde al telefono a qualunque ora. Ci costerà un sacco... Sì, ma perdere l’aereo è peggio... Dopo una mezz’ora, verso le 7.30, arriva il “driver” ancora in “coma” per la levataccia, con macchinone dotato di aria condizionata. In autostrada sfreccia ai 150-160, incurante della patente a punti... Be’ l’aereo è alle 10.05 e il traffico non è intenso, il tempo per arrivare ce l’abbiamo. Dall’aria condizionata dell’auto, in breve, passiamo a quella dell’aeroporto. Io comincio a congelarmi con questo vestitino estivo e questi sandali. Le nostre valigie vengono pesate, etichettate e spedite, i nostri passaporti debitamente controllati, le nostre carte d’imbarco sono pronte. Ci dirigiamo all’imbarco, dove –essendo ormai quasi dura come uno stoccafisso- decido che è il caso di indossare quello che ho nello zaino: K-way e pantaloni antipioggia + calzettoni (nei sandali). Conciata in questo modo sono il fascino in persona! Leo ed io ci dirigiamo alla toilette e una volta espletate le funzioni corporali, rimango per un po’ a girellare attorno al gabinetto in attesa del mio Lui. Manco a dirlo, Leo mi fa uno scherzo che aveva già provato in passato: all’uscita dal cesso, anziché attendermi lì davanti, sparisce. Non avrà ancora finito... No? Resto lì come un’idiota davanti ai WC, infine mi decido all’umiliante controllo all’interno dei bagni degli uomini, quindi, al termine di una ricerca spasmodica, lo individuo seduto in un’area negozi non lontano. Vengo assalita da un raptus omicida (sono già incazzatissima, oltre che stanca e affamata), mentre lui crepa dal ridere. Per sfogare il nervosismo comincio ad ingaggiare un corpo a corpo con il quotidiano El Pais, le cui pagine non si lasciano voltare docilmente. Comincio a pensare che tutta la vacanza sia stata un errore... Non era meglio starsene a casa? (Non sappiamo cosa accadrà alla pagina seguente, né come saranno le città che visiteremo, né a cosa ci condurrà quel dolce preludio di tenerezza...) Lascio le dissertazioni filosofiche per prendere l’autobus che ci porta al velivolo. Un’oretta di volo e siamo a Budapest dove, in teoria, è pronto per noi un taxista, un tizio, un malvivente, qualcuno, insomma, incaricato da Velo-touring (il tour operator che ci ha organizzato il viaggio) di venirci a prendere. Ci guardiamo un po’ intorno. ??????????????? C’è qualcuno con un cartello, ma non con i nostri nomi o quelli del tour operator. “Leo, presto, telefoniamo a qualche responsabile!”. Rispondono che dovrebbe esserci qualcuno (ma dove?). Insomma, ci decidiamo a prendere il minibus dell’aeroporto che ci scarica direttamente davanti al nostro primo hotel: l’Hotel Walzer, un edificio bianco, in collina abbastanza fuori dal centro (non ci sono negozi nel raggio di un chilometro, solo un cimitero e dei fiorai). Finora non è proprio filato tutto liscio..

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