Due ragazze sole in Brasile

Non sottovalutate il fatto che in Brasile si parli il portoghese, perché non troverete praticamente nessuno che parli inglese. Noi eravamo state avvisate, ma nonostante questo siamo partite senza sapere nulla. Appunto, è stata una gran fatica! Nel corso del ...

  • di puffatomic
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro

26-27-28-29 luglio: JERICOCOARA

Il giorno successivo partiamo con il bus per Jeri. Sono 5 ore, di cui le prime 4 su un comodo autobus, l’ultima su un camioncino aperto sui lati, in quanto per arrivare a Jeri non ci sono strade asfaltate ma soltanto stradine di terra battuta e la spiaggia. Jeri è … indescrivibile. Arrivi e ti trovi catapultato in un altro mondo: nella via principale e nelle sue traverse l’unico mezzo di trasporto sono i piedi. Intorno e sulla spiaggia trovi gli immancabili buggy, i quad e i 4x4. In mare surf, windsurf, kitesurf, jungadas. Jeri è tutta rannicchiata lì, in 6 vie di sabbia, piene di negozi alla moda, ristoranti e pousadas, ma tutto attorno è solo dune, oceano e cielo. Il cielo di questa terra è magico: azzurro intenso punteggiato di nuvole bianche. Ti accompagna ovunque vai e lo vedi finire soltanto per perdersi nella sabbia bianca o nell’acqua dell’oceano. Alloggiamo sulla Rua Principal, alla Pousada do Mauricio. Maurizio in realtà è italiano, ma vive là ormai da 10 anni; inutile dire che ci è stato preziosissimo per le sue conoscenze. La pousada è carina; la parte più bella è la veranda con tavoli e sedie, ma soprattutto divani e amache, dove la sera, grazie all’aperitivo, ci si ritrova a chiacchierare con gli altri ospiti e non solo. La prima cosa che facciamo a Jeri è salire sulla cima della duna Por do Sol per assistere al tramonto del sole sull’oceano, uno spettacolo che nessuno si vuol perdere, anche perché l’alta duna prospiciente al mare è destinata pian piano a scomparire, a causa del vento incessante e della sua natura mobile. Là sopra, nonostante le decine di persone presenti, si sta in pace col mondo e con se stessi, fusi con la sabbia, il cielo, il vento e l’acqua. Quando il sole scompare nell’oceano, la gente sciama in un vero e proprio esodo dalla duna alla spiaggia, per assistere alla roda serale (dimostrazione di capoeira) e per gustare gli ultimi raggi che illuminano il paesaggio. Jeri non dorme mai completamente… sonnecchia sorniona semmai. Per la cena esistono molte alternative e dal tramonto fino a mezzanotte si può mangiare ovunque. A quest’ora il ritmo cambia e la gente si dirige o in camera o verso la spiaggia, dove si trovano i carrettini che preparano ottimi cocktail a buon prezzo (Renato il nostro preferito) e “Planeta Jeri”, il locale che si anima da mezzanotte in poi. Qui, a seconda della sera, c’è musica dal vivo oppure samba e forrò (musica tipica del Nordest) o altri generi musicali. Tre sere la settimana, martedì, giovedì e domenica, dalle 2 in poi apre anche il Mama Africa, con reggae, salsa e hip hop. Prima sera a parte, siamo sempre uscite e l’atmosfera è calda e familiare, ti fa sentire a tuo agio. Nonostante le difficoltà della lingua, conosciamo infatti parecchia gente e balliamo anche un po’ di samba e forrò, di cui ci insegnano i primi rudimenti.

Il primo giorno intero che trascorriamo a Jeri lo dedichiamo alla gita in buggy, dove ci troviamo con una coppia di italiani per dividere i costi. Le possibilità principali sono 2: zona a est o zona a ovest di Jeri. Noi scegliamo la parte ovest, verso Tutoia e la laguna di Tatajuba. L’esperienza in buggy è elettrizzante, lanciati in velocità sulla spiaggia o su e giù dalle dune. Le tappe principali sono la laguna dei granchi e dei cavallucci marini (difficili da vedere per l’acqua torbida, in verità), il vecchio villaggio di Tutoia sommerso dalla sabbia, un’alta duna dove c’è la possibilità di provare il sandboarding (surf sulla sabbia), la dune fisse (dune in cui la sabbia rimane immobile per la presenza del sale) e la laguna di Tatajuba, dove si può fare il bagno, mangiare con i piedi a mollo e riposarsi su comode amache semi-immerse in acqua. A causa della marea che sale il ritorno è super-rapido alle 15… la velocità sostenuta e il vento che soffia non ci permettono neppure di tenere aperti gli occhi! La giornata passa in fretta, grazie anche alla splendida compagnia avuta in sorte. Infatti il giorno successivo, dopo la spiaggia, decidiamo di fare un’altra escursione insieme: a cavallo fino alla Pedra Forada, un altro dei miracoli della natura di questo posto. Una roccia con un buco centrale, in cui si incasella perfettamente il sole che tramonta in questa stagione. Alternative al cavallo sono l’escursione in buggy o la camminata. Purtroppo non siamo molto fortunati perché il sole è velato da una nuvola, ma lo spettacolo merita comunque, il sentiero è molto piacevole tra rocce e cactus, e i cavalli ogni tanto ci concedono un galoppo, un trotto o qualche magnifico scorcio sull’oceano. La sera ceniamo al Ponto da Big (ottimo posto per gustare un piatto economico) insieme anche a un’altra coppia di italiani che sta aprendo una nuova pousada che si affaccia sull’oceano. Il nome è “Galù”, tenetela presente per i prossimi viaggi, sembra promettere bene! Decidiamo di trascorrere un giorno in più a Jeri per goderci un quanto di relax in più, tra oceano, spiaggia e i lettini gratuiti del “Club Ventos”, un punto di ritrovo dei surfisti. Qui mangiamo per la prima volta l’acai na tigela, una marmellata gelata fatta con le bacche di acai, un frutto della foresta amazzonica, servita con cereali e banana, che consigliamo vivamente di provare.

Alla sera Maurizio ci aiuta a procurarci un passaggio in fuoristrada con una coppia di francesi per proseguire il nostro viaggio verso Ovest. Inizialmente vorremmo far tappa a Parnaìba, per una mini-crociera sul delta del fiume omonimo, ma ce lo sconsigliano perché molto simile al passaggio tra Caburè e Barreirinhas sul fiume Preguicas, che ci aspetta successivamente. E’ interessante fermarsi in quelle zone se si intende pernottare almeno una notte in una delle isole del delta Alla fine, insieme ai francesi, decidiamo quindi di proseguire fino a Caburè, uscendo dal Cearà, attraversando lo stato del Piauì e arrivando nel Maranhao, anche perché rischiavamo di perdere giorni per trovare le giuste coincidenza tra i trasporti oppure di spendere ulteriormente per noleggiare un altro 4x4.

30-31 luglio: CABURE’ E PICCOLI LENCOIS

La mattina successiva lasciamo Jeri un po’ a malincuore: quel posto ha decisamente un’atmosfera speciale che ti coinvolge e ti fa sentire a casa anche se ti trovi dall’altra parte del mondo. Per chi volesse fare una vacanza più “sedentaria” è sicuramente il posto ideale per fermarsi qualche giorno in più, ma noi sentiamo il richiamo del “viaggio” e decidiamo di proseguire la nostra esplorazione della costa Nord. Durante il trasferimento a Caburè, l’autista si ferma a farci ammirare i Piccoli Lencois (lenzuoli in italiano). Lo stato del Maranhao infatti è caratterizzato dalla presenza di questo particolarissimo fenomeno geologico: il paesaggio di dune di sabbia bianca viene punteggiato di decine di piccole lagune di acqua cristallina, proveniente dalla falda freatica sottostante che si alza successivamente alla stagione delle piogge, che qui sono abbondanti da febbraio a luglio. Il nostro autista /guida ci spiega subito che quest’anno ha piovuto poco e quindi il livello dell’acqua nelle lagune non supera il metro, mentre negli anni più piovosi può raggiungere anche i quattro metri. In mezzo a questo paesaggio si stende una prateria, ad uso pascolo del bestiame, in cui trovano posto le tipiche capanne in foglie dell’albero della vita, dove risiedono gli allevatori.

Caburè è un piccolissimo villaggio situato in una lingua di terra confinata tra l’Oceano atlantico e il rio Preguicas, che scorre parallelo alla costa per qualche km prima di gettarsi nell’Oceano. Qui il paesaggio è molto suggestivo e davvero si ha la sensazione di essere arrivati ai confini del mondo. Fin dove l’occhio può arrivare si vedono pochissime case e l’orizzonte è regno incontrastato di acqua, sabbia, cielo e qualche palma. Si trovano tre o quattro pousadas con piccoli “chalet” indipendenti, anche se alquanto spartani. L’acqua non scende copiosa e l’elettricità è garantita da generatori che si spengono alle 22. Questo ci permette però di vedere uno dei tramonti più suggestivi di tutto il viaggio e un cielo stellato mozzafiato, ammirabile solo dove non è presente l’inquinamento luminoso. Il tutto “disturbato” soltanto dal rumore del vento, che a volte si alza davvero impetuoso.

L’unico giorno intero che trascorriamo a Caburè lo dedichiamo alla gita verso il villaggio di Atin e la laguna Verde. Almeno questa era l’intenzione iniziale, quando concordiamo con la proprietaria della pousada il passaggio in barca sul fiume per noi e la coppia francese (sempre per dividere le spese). In realtà la signora non ci avverte che per questa escursione è necessario partire molto presto perché, dopo circa 1 ora di barca, ci vogliono 45 minuti a piedi per arrivare al ristorante “Tia Luzia” e da lì altre 2 ore di cammino per la laguna Verde. Quindi, una volta al ristorante ripieghiamo sulla laguna più vicina, la laguna Luzia appunto, a circa un quarto d’ora di strada a piedi. Nonostante ci avessero parlato dell’acqua cristallina della laguna Verde, non rimaniamo troppo delusi dall’aspetto della laguna Luzia, dove, lontani da tutto e da tutti, ci godiamo un rinfrescante ammollo, circondati da bellissimi piccoli fiori di ninfea locale. Sulla strada del ritorno ci fermiamo da Tia Luzia per il pranzo a base di gamberi (buono ma non eccezionale come ci avevano detto) e riprendiamo la barca alle 15, per evitare che la marea scenda troppo e ci faccia rimanere intrappolati. A Caburè ci godiamo ancora la spiaggia e l’oceano per il pomeriggio e la mattina successiva, prima di ripartire per la prossima meta. Qui proviamo per la prima volta il pirao, un purè di farina di manioca, che io trovo delizioso e molto più somigliante alla polenta molle come consistenza.

1-2 agosto: BARREIRINHAS E I GRANDI LENCOIS

Il primo agosto ci trasferiamo nel pomeriggio da Caburè a Barreirinhas navigando il fiume Preguicas. Il viaggio è abbastanza rapido (circa un’ora) con la lancia a motore per 4 persone; prendendo la barca più grande il tempo dello spostamento aumenta perché è più lenta. Noi facciamo anche due tappe che ci portano via un’altra ora: al grazioso villaggio di Mandacarù, dove si può salire in cima al faro per godere una bella visione d’insieme della zona, e alle dune di Vassouras, un piccolo deserto vicino al fiume, che non troviamo particolarmente interessante, forse a causa della costante presenza delle dune in quest’area.

Barreirinhas è un piccolo villaggio dedito alla pesca sul fiume, diventato però il centro di riferimento per gli spostamenti verso il parco dei Grandi Lencois. Qui infatti si trovano molte agenzie che organizzano diversi tour all’interno del parco. Arrivando di domenica troviamo la maggior parte delle agenzie chiuse, ma abbiamo la fortuna di incontrare, in una delle poche aperte, una ragazza che parla inglese e, capito chiaramente (forse!) quali sono le opzioni, decidiamo per l’escursione il pomeriggio successivo alla Lagoa Bonita, al confine sud-orientale del parco. Alloggiamo alla “Pousada do Porto”, pulita e dignitosa e con comode amache da cui osservare il lento fluire del fiume. La mattina successiva gironzoliamo per la cittadina… sarà che è il primo giorno di lavoro dopo le vacanze di luglio, ma in giro c’è una particolare animazione, soprattutto nella zona del mercato, in una via del centro. Vediamo passare i carretti pieni di mercanzie e di persone e le immancabili motociclette ruspanti con gli impianti stereo montati, che diffondono le voci e la musica della radio locale. Per la prima volta vediamo anche gli studenti, che entrano a scuola nel primo pomeriggio, vestiti con la maglietta dell’istituto a cui appartengono e armati di penna e di un voluminoso quaderno ad anelli d’ordinanza. Alle 14 la guida dell’agenzia passa a prenderci in pousada con un camioncino aperto sui lati, dotato di cinque sedili e su cui trovano posto una dozzina di persone. Lo spostamento, di circa un’ora, sembra un rally, su piste di sabbia poco diverse una dall’altra, immerse nella tipica vegetazione del luogo, composta soprattutto di piccoli arbusti, chiamati caatinga. Lasciato il mezzo, risaliamo una grande duna (aiutandoci con una fune) e dalla sommità si apre davanti a noi il paesaggio incredibile dei lencois: una distesa a perdita d’occhio di dune di sabbia bianca finissima punteggiata di lagune d’acqua trasparente. Qui trascorriamo il pomeriggio tra bagni nelle lagune ed esplorazione delle dune, con il supporto della nostra pittoresca guida che richiama col fischietto gli indisciplinati. L’escursione si conclude assistendo al tramonto mozzafiato dalla duna più alta. Il ritorno al buio non è tra i più piacevoli, tra sobbalzi e freddo. A Barreirinhas assaggiamo invece la moqueca, una specie di spezzatino di pesce e crostacei, fatto con il latte di cocco, e la troviamo deliziosa. (oltre che gustare la pizza più italiana che abbiamo trovato in Brasile!)

3-4-5-6-7 agosto: SAO LUIS E LA ILHA DOS LENCOIS

Il giorno seguente ci trasferiamo da Barreirinhas a Sao Luis con l’autobus. Sono circa 4 ore di viaggio ma qui veniamo funestate da un guasto, con un conseguente ritardo di 2 ore sulla tabella di marcia. Alla Rodoviaria (stazione degli autobus) di Sao Luis ci informiamo per il trasferimento alla Ilha dos Lencois, un paradiso selvaggio dove ancora abitano i guaras, gli ibis rossi, rarissimi nel resto del Brasile. Inizia così la sera stessa il nostro viaggio della speranza di quasi 24 ore per giungere all’isola. Infatti l’autobus impiega 10 ore per la tratta Sao Luis-Bacurì; da lì si prende un taxi che porta a Apicum-Acu in circa 40 minuti. Da Apicum-Acu non esistono trasporti di linea per la Ilha, ma al porto bisogna procurarsi un passaggio dai pescatori locali. Trovare una barca che vada verso l’isola è impresa decisamente complessa e lunga, anche perché per la partenza bisogna aspettare che la marea si alzi. II viaggio in barca è lungo ( circa 4 ore all’andata, mentre al ritorno, con il favore delle correnti, impieghiamo 2 ore e mezza), movimentato (si attraversa l’oceano e in certi tratti il mare è abbastanza agitato), ma decisamente pittoresco, in compagnia di numerosi isolani che ritornano verso casa con il loro carico di merci procurate sulla terraferma. Arriviamo provate alle 16 del giorno seguente dopo essere partite alle 20.30 da Sao Luis. I guaras avevamo già fatto capolino tra le anse del fiume che da Apicum-Acu porta al mare, quindi ci aspettavamo di vederne in abbondanza nei pressi dell’isola, in realtà ne vediamo passare qualcuno aspettando il tramonto sulle immancabili dune, ma meno di quanti ci aspettassimo. Alloggiamo in una delle due piccole pousadas dell’isola, la amarelha (l’edificio giallo che si nota dalla spiaggia), della quale siamo le uniche ospiti, e scopriamo che avremo i pasti direttamente serviti lì dalla vicina per un modestissimo sovraprezzo sulla camera. Il giorno seguente vogliamo esplorare l’isola, ma la temperatura è inclemente e dopo poco più di un’ora desistiamo e ci rilassiamo tra spiaggia e amaca in camera. Per il tardo pomeriggio concordiamo un’escursione in barca per vedere il dormitorio dei guaras nell’isola prospiciente: purtroppo, nel corso della giornata, l’elettricità sull’isola decide di fare le bizze e il nostro barcaiolo, che, oltre a svolgere il mestiere di pescatore (come tutti sull’isola, del resto), ha anche il ruolo di scienzato tuttofare e guida turistica, ci lascia a piedi per occuparsi della faccenda. Dopo essere rimaste a secco di ibis rossi, rimaniamo comunque anche a lume di candela e col fascio delle torce, dato che il problema è serio e il giorno seguente dovrà arrivare il tecnico da Sao Luis a risolvere (si spera) la questione. L’impianto, progettato dall’università di Sao Luis è un sistema ibrido tra cataventos (pale eoliche), pannelli solari e generatore a gasolio. Ci dicono che è la prima volta che capita un guasto così grave… ovviamente noi ci capitiamo giusto in mezzo! L’isola in definitiva non è quel paradiso che ci avevano descritto: i rifiuti abbandonati sulla spiaggia tolgono quell’aria selvaggia che per il resto l’isola ha, i guaras non sono così semplici da avvistare e la recettività turistica è ancora un’idea lontana, anche se il costo del pernottamento non si discosta molto da quello usuale. Rimaste al buio, dalla nostra veranda osserviamo anche qui un fantastico cielo stellato e riceviamo alcune visite da parte degli abitanti dell’isola desiderosi di conversare con noi (come un po’ tutti qui in Brasile, del resto). Nonostante le difficoltà linguistiche capiamo un po’ meglio lo spirito dell’isola e cosa voglia dire vivere isolati dal resto del mondo, sopravvivendo grazie alla pesca e convivendo con lo “scherzo” genetico degli albini, di cui ogni famiglia ha almeno un rappresentante.

La mattina dopo riusciamo a trovare un mezzo che ci riporti a Apicum-Acu, attendendo sempre con calma che la marea si alzi. Da lì ritorniamo a Bacurì col taxi e attendiamo l’autobus per Sao Luis, dove arriviamo alle 5 della mattina. Lasciamo i bagagli in aeroporto e visitiamo la capitale del Maranhao. Il fatto che sia Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO ci spiazza un po’: la città è realmente trasandata e decadente e le attrazioni turistiche decisamente modeste. Complice la poca gente presente alla mattina presto ci sentiamo veramente depresse e quindi, dopo un giro al Mercado Central, ci coccoliamo con una mani-pedicure molto accurata. Per il pranzo torniamo in centro, un pochino più animato nel pomeriggio, nel ristorante “Antigua Mente” dove c’è un allegro intrattenimento musicale, gente che balla in strada e buona scelta di piatti. Alla sera prendiamo l’aereo per Recife.

8 agosto: OLINDA

Decidiamo di saltare la visita a Recife e di soggiornare direttamente a Olinda. Dall’aeroporto ci dirigiamo all’ostello, dove ci danno una camera da quattro a uso esclusivo nostro, ma senza bagno, e dove troviamo un bel giardinetto con tavoli, amache e sdraio in piscina. Olinda è davvero carina, con le sue casette ordinate e colorate e le sue innumerevoli chiese, su cui il tempo ha lasciato un’impronta decisa ma non troppo pesante. Bello gironzolare anche tra i negozietti d’artigianato… essendo domenica troviamo però chiusi alcuni atelier degli artisti, presenti in gran numero in città. A pranzo sostiamo nel quartiere da Sé, dove ci sono chioschi che vendono piadine di farina di tapioca, spiedini di carne e formaggio e gli acarajè, frittelle dall’aspetto di arancini ripieni, sempre fatti con la manioca, decisamente buoni. Alla sera assistiamo in un locale a un’esibizione di samba, sia suonato che ballato da gente comune e ci facciamo coinvolgere anche noi dal ritmo trascinante di questa musica

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