Cronisti per Caso: La visita a Manguinho, favela di Rio de Janeiro di Jvan

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Manda anche tu un articolo, reportage, o resoconto; basta scrivere una mail nel Posta & Risposta, oggetto "Cronisti per Caso". La Redazione legge tutto e pubblica i contributi più interessanti! Come quello di Jvan che proponiamo oggi.

"La visita a Manguinho, favela di Rio de Janeiro"

Una delle porte della favela. È un arco. Stretto. Testoline si affacciano da scale, finestre, tettoie, onduline, brecce nei muri, curiose e sospettose. Attente. Sentinelle.

Gli aquiloni impazziti sopra le nostre teste attendono impazienti di sapere che ci facciamo lì.

Fabio è qui da parecchio. S'è preso un anno di aspettativa e lavora qui, per i preti (non andrebbe sbrigata così in fretta, ma non mi è ancora chiaro quanto mi stia bene o male tutto quel mondo - certo è che a Fabio ha fatto bene e anche agli amici che si è fatto qui); s'è conquistato il rispetto. Lavora con i bambini. L'acceso gli è stato consentito. E noi siamo con lui.

Mi rendo conto che c'è sempre qualcuno che ci segue comunque.

Ci fermiamo in un bar dove Fabio compra un po' di roba da mangiare. Crocchette di riso.

Strada facendo le lasciamo ad un vecchio che vive nelle immondizie. La casa è scavata nelle immondizie. Non si può muovere perché è senza gambe, però Fabio dice che qualche volta si sposta un po' camminando sui moncherini.

Vedo dei ratti di dimensione felina a pochi centimetri dal vecchio e lo avverto. Per tutta risposta lui divide le crocchette con loro, in parti uguali. Che imbarazzo. Sono piuttosto domestici in fondo.

Il nonno saluta cordialmente e ci ringrazia con passione stringendoci le mani energicamente.

Cuore grande e saluto sincero penso... Forse ci stiamo ambientando un po', ma abbiamo occhi ovunque e ovunque hanno occhi per noi.

Di fatto trovarci tutto d'un tratto in situazioni così diverse dalle nostre ci impaurisce un po'.

Fabio, con una loquacità che non aveva, ci racconta anche di guerre tra trafficanti di coca che si risolvono sempre in decine di morti: l'ultima è di qualche giorno prima.

La nostra vulnerabilità di stranieri e la paranoia dei soldi nelle mutande ci mettono leggermente a disagio. Ammetto che se fossi da solo invece che con Mary sarei più tranquillo... Ma la cordialità della gente che ci viene presentata per le vie della favela ci scioglie ben presto.

Qui le costruzioni sono in muratura, salvo la "periferia", e l'impressione che ne consegue è di relativa tranquillità. Il degrado è comunque assoluto, ma traspare l'impegno individuale a rendere civile la situazione: vuoi nella radio di quartiere allacciata con fili scoperti alle linee aeree. Vuoi per i murales abilmente dipinti sui muretti di amianto. Vuoi per l'assoluta umanità che esplode per le strade.

Saliamo nel quarto.

Scalette rubate tra una costruzione e l'altra ci fanno salire di livello in livello. Sembrano spesso ignorare le leggi della fisica. Per salire al terzo piano attraversiamo almeno venti proprietà. In lungo e in largo. Quando arrivi in cima devi tornare giù. Mi vengono in mente quei quadri in cui i piani prospettici si confondono in un caleidoscopio irrazionale.

In uno dei pianerottoli ci sono dei bambini. Svaccati. Svaccati e armati.

Fermano Fabio e gli parlano. Sorrisi. Anche a noi. Proseguiamo cercando dove mettere i piedi senza trovare arti o caricatori. Fortuna che Fabio li conosce.

Il quarto è un quarto. Nel senso che è una stanza. Due per due, forse. Le amache le tiriamo in diagonale una sopra l'altra. Tre. Fuori c'è un terrazzino con vista sui tetti. Offre una buona visuale (che non vuol dire un bel panorama)

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