La romantica Borgogna del sud a pedali

Da formidabili castelli a borghi che sembrano autentici acquerelli in lizza per vincere il titolo di più bel villaggio fiorito di Francia, passando per l’abbazia di Cluny

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Si dice Borgogna e si pensa senza indugi ai rinomati vini della Côte-d’Or. O piuttosto qualcuno la associa alle escargots, le lumache alla borgognona, farcite al burro, aglio, limone e prezzemolo. Molti meno sono coloro che la ricollegano al pollo ruspante della Bresse, unico pennuto battente bandiera francese – zampe bluastre, piume candide, cresta e bargigli rossi-, che per di più si fregia del marchio D.O.C. Magari alcuni la mettono in relazione con la pregiata razza bovina Charolaise, le cui mandrie punteggiano con il loro manto chiaro i prati della campagna di questa regione. Tuttavia l’album dei ricordi del nostro viaggio in Borgogna è dominato da formidabili castelli, da borghi che sembrano autentici acquerelli in lizza per vincere il titolo di più bel villaggio fiorito di Francia, dalle tegole multicolori disposte a formare motivi geometrici dell’Hôtel-Dieu di Beaune, dai tetti smaltati del municipio di Meursault e infine dalle vestigia della severa abbazia di Cluny.

Come di consueto, pur non avendo velleità sportive, io e il mio legittimo abbiamo percorso le strade rese tranquille dal torpore estivo dei nostri cugini d’Oltrelpe a nostro ghiribizzo, cioè in bicicletta e con il casco calcato fin sopra alle orecchie, per conquistare un senso di appartenenza, per immergerci completamente in questo ambiente caratterizzato da dolci pendii, viottoli campestri con muretti in pietra, pascoli con vacche ruminanti, boschi, vigneti e cantine, svariati canali e un paio di fiumi, la Grosne e la Saône, lucenti nastri d’argento che ricamano vallate verdeggianti.

I castelli: custodi del passato

I castelli disseminati in questa fetta di Francia hanno un aspetto esterno meno lezioso e regale rispetto a quelli della Loira e forse per questa ragione non sono un affollatissimo parapiglia di gente scalpitante con la digitale in mano. Diversi di loro sono ancora abitati dai proprietari, ad esempio le fortezze in pietra di Rully e di Berzé-le Châtel, che si ergono solinghe e maestose sulla sommità di una collina ed evocano scenari di imprese eroiche o di esistenze oziose, al pari di quella di Charles de Saint Léger, che possedeva un bicchiere leggendario capace di contenere tre litri di “liquido infiammabile”, che lui si tracannava in un sol colpo.

In special modo il castello di Cormatin lascia molto impressionati. Una trentina d’anni fa, negli anni Ottanta, era impolverato, cadente e in rovina, mentre dopo i restauri è sbocciato un fiorente turismo culturale per cui questo luogo ameno attira oltre 60.000 visitatori all’anno e adesso lo si apprezza come capolavoro di architettura, di arte e botanica: si contemplano le eleganti facciate, si rimane basiti nelle sale ridondanti di oro e lazurite e ci si innamora del lussureggiante parco, che è una sintesi tra la geometricità e spettacolarità del giardino alla francese e il gusto romantico del parco ottocentesco. Il maniero è circondato da un fossato, alimentato dalla Grosne, frequentato dagli aironi cinerini che si levano in volo quando vengono infastiditi dai turisti. Fu costruito nel 1605 da Antoine du Blé, che capitanò la Lega Cattolica durante le guerre di religione, approfittò dei numerosi saccheggi per incrementare la sua fortuna e in seguito diventò governatore di Châlon. La residenza dei marchesi di Huxelles, simbolo sfolgorante del potere della dinastia dei du Blé, fu ricoperta di lastre d’ardesia -un rivestimento diffuso nel bacino parigino, ma insolito qui, perché costava un putiferio farlo arrivare da Angers-, per affermare il perentorio predominio della nobile casata e la sua appartenenza alla corte. La medesima funzione svolgeva lo scalone d’onore elicoidale, che sebbene privo di ornamenti esibiva una struttura architettonica d’avanguardia che doveva sottolineare il carattere aristocratico della dimora. Questa fu arredata non da Antoine, ma da Jacques, suo figlio e favorito di Maria de’ Medici, che a 35 anni impalmò Claude Philyppeaux, quattordicenne rampolla di un ministro e fornita di una dote principesca. Difatti gli interni trasudano un intenso aroma di quattrini e affari floridi: in particolare la camera della marchesa sfoggia una stupefacente profusione di blu, che era un colore carissimo, visto che era ricavato da una pietra preziosa, il lapislazzulo. A seconda del livello del loro lignaggio le persone che volevano conferire con la marchesa nella sua stanza avevano tempi d’attesa corti o lunghi; in definitiva: prima venivano ammessi in questo regno del lusso, meno sostavano nell’anticamera e più il loro rango era elevato.

Altro status symbol da esibire era il gabinetto delle curiosità, un assembramento di oggetti rari ed esotici. Le cose collezionate dal marchese di Huxelles, che le sorveglia dal suo ritratto sopra al camino, dovevano sbalordire e rappresentare una sorta di microcosmo meraviglioso: vi erano conchiglie dall’Oceano Indiano, porcellane dalla Cina, monete e statue antiche. Il commercio rivolto a soddisfare le esigenze del collezionismo spesso traeva la sua linfa vitale da frodi e falsificazioni (le imposture servivano a tirar fuori i soldi dalle tasche dei benestanti). Et voilà che il rostro di un pesce sega veniva spacciato per... una lingua di drago! E venduto a prezzi scandalosamente alti.

Altrettanto sfarzoso è il gabinetto di S. Cecilia, una camera da re. In effetti una stanza di questo genere era appannaggio solo dei sovrani o degli appartenenti all’alta nobiltà

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