Resistenze contemporanee a Bolzano

Un itinerario di turismo “responsabile”

IL MULINO

Se uno volesse aprire una parente­si verso un altro itinerario, lungo la Passeggiata di Sant’Osvaldo, c’è un altro edificio molto importante, consigliato dalla app: il Mulino Sch­lossl. È il simbolo dell’incontro fra l’antica antica città e la campagna, e poi più sopra la montagna. Infatti i contadini arrivavano qui coi loro ce­reali, e incontravano il mugnaio. Poi arrivava il fornaio... E nel tempo sia­mo arrivati alla tradizione della pa­nificazione di Bolzano. A me il pa­ne locale, anzi, i pani locali piaccio­no da morire. E m’è tornato in men­te quel che dice in proposito il mio amico gastronomo Martino Ragu­sa, che spesso ha commentato i no­stri viaggi da “Golosi per Caso”: da queste parti si contano sessanta ti­pologie diverse di pane! Quello che cambia, in base anche all’altitudine variabile dei vari masi, è la quanti­tà e qualità di segale, ma poi al pa­ne altoatesino si possono aggiun­gere sapori sempre diversi, varian­do spezie, erbe e semi: il cumino, il sesamo, il coriandolo, il finocchio, e poi ancora semi di papavero, di gi­rasole, di lino. E ne viene fuori un nutrito elenco di pani diversi: schut­telbrot, puccia, paarl, pindl, dreier­lei e i famosissimi brezel. A questo proposito ammetto che ho ignorato la app, almeno per una mezz’ora, e sono andato a comprare del pane...

VIA DEI BOTTAI

Arrivati in Via dei Bottai, l’app sug­gerisce di guardare in alto. E meno male, perché molti dei partecipanti a questo tour tecnologico non fan­no altro che fissarsi sullo schermo del telefonino. E in alto si vedono appunto le insegne, tutt’ora conser­vate, di locande e ristoranti. Questo – spiega la app – è, da sempre, il quartiere dell’accoglienza. Motivo? Qui c’era la famosa Porta Vanga e, fin dal 1200, da qui transitava tut­to il traffico commerciale da e per il Brennero. Questo era il primo punto di incontro tra viaggiatori, commer­cianti, pellegrini e cittadini di Bolza­no. E tale è rimasto anche oggi: in­fatti gli alberghi sono quasi tutti da queste parti.

Da via dei Bottai – mi pare di ricor­dare – proseguiamo lungo Via Weg­genstein, dove c’è la Chiesa di san Giorgio dell’Ordine Teutonico e, ar­rivati nell’italianissima Via Piave, prendiamo a destra, verso il ponte sul torrente Talvera. Ma prima Pao­lo mi consiglia di fare una sosta e di assaggiare l’acqua della fontana: è buonissima. Delle acque di Bolzano ne parla anche la mappa della app: “Prima di confluire nel fiume le ac­que di Bolzano percorrono chilome­tri nel sottosuolo, lambendo pareti rocciose che le arricchiscono di mi­nerali e le liberano dagli agenti in­quinanti”. Oltretutto nel 1500 c’era una rete di canali che portavano l’acqua del fiume fin dentro la città, per alimentare tutte le varie attività artigianali.

VITTORIA???

Ma oltre il Ponte ci aspetta una sor­presa: Piazza Vittoria. Ma vittoria di chi? Contro chi? Come se non ba­stasse il nome, l’orizzonte è sbar­rato da un enorme monumento di chiaro stampo fascista, con tanto di colonnato. Celebra naturalmente la vittoria degli italiani contro gli au­stro-tedeschi, ampliamente sfruttata poi ed enfatizzata dal regime fa­scista, che ha condotto una vera colonizzazione del Sud Tirolo. Oggi è un pugno nello stomaco, un inutile trionfo di retorica, una provocazio­ne. Paolo mi racconta che gli irredentisti-indipendentisti sud-tirolesi hanno provato a farlo saltare in aria. E si è discusso per anni se lasciarlo o demolirlo. Adesso hanno utilizza­to la parte sottostante per farne un Museo. È sempre Paolo ad annun­ciarmi che, attraversato il fiume, sa­rò nella “città italiana”. Infatti, ne­gli anni 30/40, è stata costruita tut­ta una nuova Bolzano, oltre il Talve­ra. Lasciamo il monumento alla no­stra destra e prendiamo una stradi­na (con pista ciclabile) che corre pa­rallelamente all’acqua, tra prati ver­di e un paesaggio bellissimo. Paolo mi racconta appunto che la sua fa­miglia – padre veneto e madre pu­gliese – è arrivata qui in cerca di la­voro alla fine degli anni 40. All’inizio è stata durissima, poi hanno avuto un piccolo alloggio nel quartiere di case popolari che si sviluppa sopra di noi, alla nostra destra, in quel­la che Paolo definisce “periferia”, ma in realtà si tratta di un quartiere ameno, che non ha nulla a che fare con le classiche periferie deprimen­ti che si incontrano spessissimo in altre città.

LE SCUOLE-CATACOMBE

In realtà sono case a tre o quattro piani, tenute benissimo, che dise­gnano un quartiere ordinatissimo, pieno di verde. Le rive del fiume so­no un parco continuo, con gente che corre, passeggia, va in biciclet­ta. Vecchi edifici del ventennio so­no stati restaurati e riadattati: ora sono centri scolastici, piscine, cen­tri sportivi. Sembra un piccolo pa­radiso. La parola che si adatta me­glio alla scena è “equilibrio”. Ma quanti conflitti sono sottesi a que­sto equilibrio raggiunto? Quanta fa­tica per raggiungerlo? Paolo mi rac­conta dei problemi della sua fami­glia, ma anche del fatto che durante il fascismo era proibito ai cittadini sud-tirolesi studiare il tedesco, an­che solo parlarlo

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