Resistenze contemporanee a Bolzano

di Patrizio Roversi - pubblicato il

Immaginate un gruppo di una ventina di persone, di varia età. La guida che conduce il gioco li invita a “scaricare la app”, e si scatena un delirio tecnologico: chi ci riesce al primo colpo, chi non capisce, chi chiede come registrarsi, chi invoca una password, chi si lamenta che il suo telefonino non è abilitato. Parte anche una catena di solidarietà inter-generazionale, in cui i più giovani aiutano i più anziani. Alla fine, dopo una buona ventina di minuti, l’applicazione Artwalks ce l’hanno tutti, e può partire il programma “make it visible”. Si parte alla scoperta di Bolzano. Tutti in gruppo, tutti col naso nel telefonino e la piantina car­tacea in mano. I telefonini rilevano col gps la posizione di ognuno e poi danno le indicazioni: “Sei arrivato alla prima tappa, in Via dei Portici”. E poi prosegue:“Buongiorno-Hallo! È la prima cosa che si sente entran­do in uno dei tanti negozi che stanno sotto i portici di Bolzano. Il dop­pio saluto è necessario affinché sia i madrelingua tedeschi, sia quelli italiani, possano capire la commessa”. Questo recita la app, questo si legge sulla cartina, che poi continua: “Se oggi il bilinguismo è perfettamente integrato nella vita quotidiana dei cittadini, una volta la cultura tedesca e quella italiana non erano divise soltanto da una barriera linguistica, ma anche da una fisica: i portici erano infatti divisi in Portici tedeschi, per i commercianti che venivano dal Nord, e in Portici Italiani, per quelli che venivano dal Sud”. La app ti guida, la guida ti trasmette i concetti fondamentali, ma poi è Paolo – nato a Bolzano da una delle tantissime famiglie di italiani portati qui dal fascismo per ripopolare l’Alto Adige, o meglio il Sud Tirolo – che racconta e spiega.

BOLZANO MEDIOEVALE

La tecnologia è un bel giochino, è l’innesco e il pretesto per la passeggiata turistica, ma poi quello che conta è il contatto umano, la relazione dal vivo. Paolo racconta che, fin dal Medioevo, Bolzano e il Sud Tirolo erano la cerniera tra Nord e Sud, tra mondo Germanico e Mediterraneo. Da qui passavano tutti i commercianti, con le merci e gli scambi. Scambi economici ma anche culturali. L’Alto Adige è sempre stata una regione di con­fine, una porta. L’incontro/scontro fra due culture, fra due climi non è una invenzione dei nostri giorni. Oggi che, almeno da queste par­ti, il conflitto provocato da guerre, annessioni e violenze è in via di so­luzione, oggi che siamo in Europa, può tornare di moda una vocazio­ne antica, che è anche un’opportu­nità preziosa: l’incontro tra mon­di diversi. E intanto l’app ti avver­te che siamo alla seconda tappa: il Palazzo Mercantile. Bolzano nel Medioevo era una bolgia commer­ciale, con continui scambi e anche conflitti fra avventurieri e mercanti senza scrupoli, ma dall’alto del bal­cone del Palazzo vegliava l’Autorità che controllava e, nel caso, sanzio­nava quelli scorretti. Si era anche espulsi a vita dalla città. E intanto Paolo mi mostra com’era fatto un antico negozio: un budello lunghis­simo, che si affacciava sul portico con una vetrina-apertura molto pic­cola. Gli attuali negozi sono costru­iti sullo stesso modello, magari ac­corpando due o più antichi “corri­doi commerciali”.

WALTHER IL POETA

Arrivati al Duomo la app racconta un pettegolezzo d’annata: la storia della famiglia Von Menz. La più fa­mosa (e chiacchierata) componen­te della famiglia pare che fosse An­nette, la ricca ereditiera. Pare che nel 1700 si sia scatenata una ga­ra per spostarla, degna di una fia­ba. Per fortuna suo padre, Anton Melchior, era un filantropo mece­nate e – forse per celebrare la figlia – ha finanziato un sacco di concer­ti e di manifestazioni musicali dentro al Duomo. E guarda caso le sue campane stanno suonando a festa anche adesso, e davanti c’è pron­ta la banda musicale per un con­certo. Paolo mi spiega che oggi è giorno di prime comunioni: nella stagione primaverile sono un appuntamento molto seguito. E in­tanto Piazza Walther è piena di fio­ri e gira la giostrina, ai piedi del mo­numento al poeta tedesco Walther von der Vogelweide, vissuto attor­no al 1200. La statua è stata fatta al­la fine dell’800 poi, durante il fasci­smo – quando la piazza fu intitolata a Vittorio Emanuele III – fu tolta e ri­messa solo molto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Piazza Walther è la piazza di Bolzano dove in inver­no c’è il celebre Mercato di Natale. Una manifestazione che i bolzanini non amano troppo, perché crea un sacco di movimento e di confusio­ne, e rischia di disturbare l’atmosfe­ra tranquilla (fin troppo tranquilla?) della città.

IL MULINO

Se uno volesse aprire una parente­si verso un altro itinerario, lungo la Passeggiata di Sant’Osvaldo, c’è un altro edificio molto importante, consigliato dalla app: il Mulino Sch­lossl. È il simbolo dell’incontro fra l’antica antica città e la campagna, e poi più sopra la montagna. Infatti i contadini arrivavano qui coi loro ce­reali, e incontravano il mugnaio. Poi arrivava il fornaio... E nel tempo sia­mo arrivati alla tradizione della pa­nificazione di Bolzano. A me il pa­ne locale, anzi, i pani locali piaccio­no da morire. E m’è tornato in men­te quel che dice in proposito il mio amico gastronomo Martino Ragu­sa, che spesso ha commentato i no­stri viaggi da “Golosi per Caso”: da queste parti si contano sessanta ti­pologie diverse di pane! Quello che cambia, in base anche all’altitudine variabile dei vari masi, è la quanti­tà e qualità di segale, ma poi al pa­ne altoatesino si possono aggiun­gere sapori sempre diversi, varian­do spezie, erbe e semi: il cumino, il sesamo, il coriandolo, il finocchio, e poi ancora semi di papavero, di gi­rasole, di lino. E ne viene fuori un nutrito elenco di pani diversi: schut­telbrot, puccia, paarl, pindl, dreier­lei e i famosissimi brezel. A questo proposito ammetto che ho ignorato la app, almeno per una mezz’ora, e sono andato a comprare del pane...

VIA DEI BOTTAI

Arrivati in Via dei Bottai, l’app sug­gerisce di guardare in alto. E meno male, perché molti dei partecipanti a questo tour tecnologico non fan­no altro che fissarsi sullo schermo del telefonino. E in alto si vedono appunto le insegne, tutt’ora conser­vate, di locande e ristoranti. Questo – spiega la app – è, da sempre, il quartiere dell’accoglienza. Motivo? Qui c’era la famosa Porta Vanga e, fin dal 1200, da qui transitava tut­to il traffico commerciale da e per il Brennero. Questo era il primo punto di incontro tra viaggiatori, commer­cianti, pellegrini e cittadini di Bolza­no. E tale è rimasto anche oggi: in­fatti gli alberghi sono quasi tutti da queste parti.

Da via dei Bottai – mi pare di ricor­dare – proseguiamo lungo Via Weg­genstein, dove c’è la Chiesa di san Giorgio dell’Ordine Teutonico e, ar­rivati nell’italianissima Via Piave, prendiamo a destra, verso il ponte sul torrente Talvera. Ma prima Pao­lo mi consiglia di fare una sosta e di assaggiare l’acqua della fontana: è buonissima. Delle acque di Bolzano ne parla anche la mappa della app: “Prima di confluire nel fiume le ac­que di Bolzano percorrono chilome­tri nel sottosuolo, lambendo pareti rocciose che le arricchiscono di mi­nerali e le liberano dagli agenti in­quinanti”. Oltretutto nel 1500 c’era una rete di canali che portavano l’acqua del fiume fin dentro la città, per alimentare tutte le varie attività artigianali.

VITTORIA???

Ma oltre il Ponte ci aspetta una sor­presa: Piazza Vittoria. Ma vittoria di chi? Contro chi? Come se non ba­stasse il nome, l’orizzonte è sbar­rato da un enorme monumento di chiaro stampo fascista, con tanto di colonnato. Celebra naturalmente la vittoria degli italiani contro gli au­stro-tedeschi, ampliamente sfruttata poi ed enfatizzata dal regime fa­scista, che ha condotto una vera colonizzazione del Sud Tirolo. Oggi è un pugno nello stomaco, un inutile trionfo di retorica, una provocazio­ne. Paolo mi racconta che gli irredentisti-indipendentisti sud-tirolesi hanno provato a farlo saltare in aria. E si è discusso per anni se lasciarlo o demolirlo. Adesso hanno utilizza­to la parte sottostante per farne un Museo. È sempre Paolo ad annun­ciarmi che, attraversato il fiume, sa­rò nella “città italiana”. Infatti, ne­gli anni 30/40, è stata costruita tut­ta una nuova Bolzano, oltre il Talve­ra. Lasciamo il monumento alla no­stra destra e prendiamo una stradi­na (con pista ciclabile) che corre pa­rallelamente all’acqua, tra prati ver­di e un paesaggio bellissimo. Paolo mi racconta appunto che la sua fa­miglia – padre veneto e madre pu­gliese – è arrivata qui in cerca di la­voro alla fine degli anni 40. All’inizio è stata durissima, poi hanno avuto un piccolo alloggio nel quartiere di case popolari che si sviluppa sopra di noi, alla nostra destra, in quel­la che Paolo definisce “periferia”, ma in realtà si tratta di un quartiere ameno, che non ha nulla a che fare con le classiche periferie deprimen­ti che si incontrano spessissimo in altre città.

LE SCUOLE-CATACOMBE

In realtà sono case a tre o quattro piani, tenute benissimo, che dise­gnano un quartiere ordinatissimo, pieno di verde. Le rive del fiume so­no un parco continuo, con gente che corre, passeggia, va in biciclet­ta. Vecchi edifici del ventennio so­no stati restaurati e riadattati: ora sono centri scolastici, piscine, cen­tri sportivi. Sembra un piccolo pa­radiso. La parola che si adatta me­glio alla scena è “equilibrio”. Ma quanti conflitti sono sottesi a que­sto equilibrio raggiunto? Quanta fa­tica per raggiungerlo? Paolo mi rac­conta dei problemi della sua fami­glia, ma anche del fatto che durante il fascismo era proibito ai cittadini sud-tirolesi studiare il tedesco, an­che solo parlarlo. Le maestre tede­sche insegnavano la loro lingua ai bambini in scuole-catacombe. E da parte sua Massimo – un altro ami­co italiano nato qui – mi racconta di suo padre, che faceva il carabiniere e che rischiava la vita al tempo de­gli attentati terroristici. Sembra in­credibile che tutto questo possa es­sere avvenuto, ed è ancor più incre­dibile pensare – passeggiando per la civilissima e ordinatissima Bolza­no – che le conseguenze si son fatte sentire direttamente fino a non più di 20-25 anni fa. E che hanno lascia­to il segno fino a oggi.

IL FESTIVAL DELLE RESISTENZE

In fondo, a pensarci bene, Musso­lini ha applicato in anticipo – e cer­to in modo radicale – lo slogan che oggi agita Trump: “Prima gli Ame­ricani!”. Che è poi lo stesso della signora Le Pen in Francia: “Prima i Francesi”. Ed è incredibile che ci sia chi continua ancora, dalle no­stre parti, a dire “prima gli Italia­ni”... Arriviamo – guarda caso e per fortuna – in Piazza Matteotti, fi­nalmente un nome che può mette­re d’accordo tutti coloro che han­no dovuto subire le violenze di una storia di sopraffazioni. Qui c’è una manifestazione, molto partecipa­ta. Si chiama Festival delle Resi­stenze piattaforma delle resisten­ze contemporanee – e consiste in una serie di iniziative, spettaco­li, concerti, dibattiti, gite, itinerari per Bolzano e dintorni (per esem­pio a Merano), organizzato dal­la Cooperativa 19 e da Confcoope­rative, e sostenuto dalla Provincia Autonoma. Ha molto a che fare col turismo, perché si parla di relazio­ni, di viaggi, di identità. Il simbo­lo (una spirale) assieme al titolo, fa pensare a un convegno di elet­tricisti. E in fondo è così: in effetti si parla di contatti, di rete, di ener­gia sociale. L’atmosfera è festo­sa, i contenuti interessanti. Pecca­to che sia popolata solo da cittadi­ni di lingua italiana. Quelli di lin­gua tedesca non ci sono. A Bolza­no si convive bene, ma spesso an­cora separati. A me, in conclusio­ne, sembra interessante che tutto quello che vi ho raccontato finora (la passeggiata, i monumenti, i ne­gozi, le considerazioni storiche, la periferia, la natura) siano sensa­zioni ed esperienze inserite perfet­tamente in un giro “turistico”, se è vero che turismo significa relazio­ni, rapporti, esperienze, incontri. Alla fine a Bolzano ho vissuto una bellissima e divertente giornata di “turismo responsabile”.

Patrizio

di Patrizio Roversi - pubblicato il