DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno .5

Il racconto di questo viaggio si divide in 8 capitoli geografici: 1) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 1. Sezione PERÚ 2) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 2. Sezione BOLIVIA 3) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 3. Sezione ...

  • di davovad
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Il racconto di questo viaggio si divide in 8 capitoli geografici: 1) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 1. Sezione PERÚ 2) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 2. Sezione BOLIVIA 3) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 3. Sezione PARAGUAY 4) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 4. Sezione BRASILE 5) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 5. Sezione BOLIVIA 6) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 6. Sezione CILE 7) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 7. Sezione BOLIVIA 8) DA LIMA A IGUAZÚ e ritorno 8. Sezione PERÚ Per leggere il racconto completo bisogna seguire quest’ordine

Timbrò il passaporto e la carta turistica e me li consegnò. “Ecco qua, buona permanenza” mi augurò a denti stretti.

“Grazie. Mi scusi, quanto costa il taxi fino alla stazione ferroviaria di Quijarro?” “Non pagare più di dieci bolivianos.” Ringraziai di nuovo ed uscii. Controllai attentamente il timbro, per assicurarmi che non avesse messo la data sbagliata per potermi beccare ‘illegalmente’ e spillarmi una tangente. Era tutto giusto. Fuori mi attendeva il taxista del giorno prima. Ormai vantava un’esclusiva su di me e mi accalappiò senza le smanie dell’altra volta. “¿Entonces?” “Ce l’ho fatta. Quant’è fino alla stazione di Quijarro?” “Lo stesso di ieri, venti bolivianos.” “No amico, non ci siamo. Alla migración mi hanno detto che il prezzo è di dieci bolivianos.” Accampò delle scuse, accusò i funzionari, lamentò moglie, figli e nipoti. Altre volte sarei stato volentieri a mercanteggiare, ma adesso non avevo né tempo né voglia. “Ti do dieci bolivianos, se non ti va bene chiedo ad un altro.” Aveva capito che non l’avrebbe spuntata. Ma si lagnò ugualmente, lasciandomi intendere che accettava solo per farmi un favore, anche se in realtà ci rimetteva.

Anche stavolta l’ingresso in Bolivia fu demoralizzante. Quijarro è un povero agglomerato di casupole, che deve la sua esistenza al fatto di trovarsi al capolinea della ferrovia che la collega a Santa Cruz e alla sua vicinanza col ricco Brasile. In lontananza l’immacolata Corumbá, la cidade branca, sembrava sbocciare sull’incantevole distesa verde del Pantanal. Credo che fu proprio quella visione contrastante a farmi innamorare perdutamente della Bolivia.

Il taxista mi fece scendere sul bordo della via principale di fianco a numerosi chioschetti, assicurandomi che quella era la stazione dei treni. Avevamo percorso sì e no due chilometri: dieci bolivianos erano anche troppi. Varcai uno stretto passaggio tra due file di bancarelle e giunsi alla biglietteria. Dietro c’erano i binari. Chioschetti e stamberghe impedivano di vederli dalla strada. Neanche la stazione di Copenaghen nel periodo d’oro dell’inter-rail era così affollata di turisti zainati, che qui chiamano mochileros. La stragrande maggioranza erano israeliani. C’era un solo sportello aperto e una fila mostruosa davanti. Orari e prezzi erano scarabocchiati disordinatamente e senza criterio su piccole lavagne e su decine di fogli stropicciati e illeggibili, che risalivano con ogni probabilità all’epoca dell’inaugurazione. Cercai di interpretarli da lontano, ma non ci capivo un accidente.

“¿Tiquet señor?” Un bagarino si aggirava laido e sinuoso tra la moltitudine di passeggeri. I biglietti di prima e di seconda classe costavano rispettivamente quaranta e trentadue bolivianos. Lui li vendeva a cento e a sessanta! Ammetto che ci feci un pensierino, ma alla fine rifiutai. L’Empresa Ferroviaria Oriental stava cercando di correre ai ripari per arginare il fenomeno del bagarinaggio, che negli ultimi anni aveva creato delle situazioni al limite della legalità. Adesso, in teoria, si poteva comprare solo un biglietto a testa esibendo un documento d’identità. Tutto inutile. Questo provvedimento serviva solo a far perdere tempo. La povera bigliettaia doveva compilare interamente a mano ogni singolo biglietto, scrivendo data di emissione, luogo di origine e di destinazione, numero del treno, categoria del biglietto, numero del posto, numero della vettura, data della partenza, importo, nome, documento e la propria firma! Doveva consultare uno schema del treno per assegnare i posti giusti, copiare i numeri dei passaporti e dare il resto. Ogni tanto chiudeva con un’assicella di compensato la feritoia che la metteva in contatto con l’esterno e si trincerava nella biglietteria per riprendersi. Un gesto emblematico, che da solo dava l’idea dello stato in cui si trovavano le ferrovie boliviane. Fuori nessuno capiva o voleva rendersi conto della situazione insostenibile e immediatamente si levavano mormorii e cori di protesta. Anche il poliziotto di turno aveva il suo bel daffare per tenere la situazione sotto controllo. Ma non andava oltre: bagarinaggi e sotterfugi vari sembravano esulare dalla sua competenza. Oppure era indirettamente implicato nel losco affare. Alle undici, poco prima del mio turno, i biglietti per l’unico treno della giornata andarono esauriti. L’alternativa era comprare nel pomeriggio un biglietto per il giorno dopo o salire ugualmente e farsi il viaggio in piedi. Ma questa possibilità, oltre che dannatamente scomoda, era anche un’incognita. Nessuno, infatti, poteva garantirmi che avrebbero accettato a bordo passeggeri privi di biglietto. Rimasi lì, smarrito in mezzo ad altre persone deluse ed imprecanti, a cercare delle soluzioni inesistenti. Alla fine decisi di mollare tutta quella confusione

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