Una pseudo surfista milanese a Panama

Parto da sola, senza guida e senza mappa, ho preso qualche info su Internet, ma più che altro chiederò in giro… vediamo che succede

  • di stexas
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

15 dicembre

Il viaggio inizia più che bene: all’aeroporto di Madrid un ragazzo italiano nato e residente a Managua, mi invita in Nicaragua per il prossimo surf trip, accetto volentieri!

Dopo 22 ore dalla partenza, inclusa una tappa a Miami con perquisizione tipo talebana, arrivo a Panama City; sono le 4 del mattino, nell’attesa che si faccia giorno dormo (si fa per dire) in una specie di cabina del telefono. Alle 5,30 lo stridere di uno stormo di uccellacci neri mi fa decidere ad avviarmi verso il terminal dei bus, destinazione Oceano Pacifico (El Palmar, San Carlos).

Due ore di strada, sottofondo “salsa e merengue”, aria condizionata e solo 2 dollari di spesa: eccomi arrivata, fresca come una rosa, al Coconut Surf Camp. E’ domenica e l’enorme e bianca spiaggia di fronte al camp è super affollata dai surfisti locali. Il fondale è sabbioso, bassa marea, onde medie perfetto per una schiappa come me. Dalle 4 del pomeriggio la marea sale e la potenza delle onde mi schiaccia sulla battigia, meglio uscire e fare qualche foto. Mentre cerco di tornare al camp non mi accorgo che il percorso che ho fatto all’andata è quasi tutto sommerso dall’acqua, penso di fare in tempo a passare rasente un muro, tra un’onda e l’altra, ma vengo acchiappata!! …e io furba avevo la borsa coi soldi e la macchina fotografica. Me la cavo con un livido su un piede e qualche dollaro da stendere ad asciugare.

17 dicembre

E’ lunedì, sono praticamente sola, non ci sono turisti e i locals sono al lavoro. Squid, il figlio dei proprietari del camp, mi presta una sua tavola e mi porta in giro per i più famosi spot della zona. Due giorni centrifugata dalle onde di El Palmar per ora possono bastare, cambio località: sempre Oceano Pacifico ma più a Nord, vado a Santa Catalina.

18 dicembre

1° bus direzione Santiago: pulitissimo, TV ed aria condizionata.

2° bus per Sonà: più piccolo ma sempre confortevole, c’è un passeggero con una gallina… vabbè;

3° bus per Santa Catalina: è un furgoncino pieno zeppo di Indios con tantissimi figli, mi ritrovo con una bimba in braccio, la signora al mio fianco è scalza e sta allattando un neonato ricoperto di punture di insetti, un bimbo vomita … aiuto! Si mette a piovere, il mio zaino è sul tetto, ma la cosa peggiore è che questa famosa Santa Catalina non arriva mai, sono più di 2 ore che siamo in mezzo alla giungla, le strade asfaltate ormai sono un ricordo; mi sorge un dubbio: forse esistono 2 Santa Catalina e io sto andando in quella sui monti?! No, finalmente ci siamo, comincio a vedere insegne di Surf Camp, auto con tavole da surf, il mare! Prendo una cabana a due passi dalla spiaggia, da Rolo (famoso surfista della zona). Ho una fame che muoio, davanti ad un bel piatto di gamberetti e riso conosco praticamente tutti gli abitanti ed i turisti presenti a Santa Catalina in questi giorni: 2 argentini, 2 tedeschi, 6 americani, 2 israeliani e poi Tito e Sammy che gestiscono due dei Surf Camp. Non potevano mancare gli italiani: Davide e suo padre si sono trasferiti qui da Roma alcuni anni fa; hanno aperto un bellissimo surf camp sulla spiaggia di Estero, proprio a fianco del famoso Punta Brava Point Break; immerso in un parco di palme e altre piante tropicali, il nome “Oasis” non è un caso. Poi ci sono Alessandro e Paola di Sestri Levante che hanno aperto il “Jamming”, perfetto ritrovo per un dopo surf serale davanti ad una pizza ed una birra.

19 dicembre

Santa Catalina è composta da un tot di case sparse nella foresta, un market e qualche surf camp, la pace regna sovrana. Oggi il cielo è coperto, c’è una pioggerellina noiosa, fino a metà pomeriggio c’è bassa marea, mi dondolo sull’amaca del Punta Brava e gioco con Pullosa (una cagnetta pulciosa). Tito mi parla dei “suoi” spot panamensi, gli israeliani ci raccontano di come vivono il surf e di quanto sono care le tavole nel loro paese, poi si buttano in mare. Qui il fondale è roccioso e anche con l’alta marea i massi affiorano, mi sa che non mi butto. Se mi faccio male poi chi mi consola? Brava, brava, ho fatto la pigra e mi sono persa un famoso surfista francese: Tom Curren. Sì, era proprio in mare al Front Point Break, che sfortuna

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