La Birmania nel cuore

Una coppia, una vecchia auto e tanta voglia di viaggiare

  • di fabianacan
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Agosto, periodo delle pioggie. Yangon, ex capitale della Birmania ci accoglie con uomini in sarong e una pioggia leggera, ma incessante. Incontriamo la nostra guida in aereoporto, ci accoglie con un sorriso che non lo abbandonerà per tutto il resto del viaggio. Myo è un ragazzo di Yangon che ha studiato l'italiano, ha venticinque anni e tanta voglia di viaggiare e conoscere il mondo. Sarà il nostro angelo custode, la nostra guida attenta e preparata, il nostro amico, la nostra finestra sulla dura realtà birmana, in cui la dittatura si respira nell'aria, nella mancanza di contatti con il resto del mondo, nell'inesistenza di mezzi di comunicazione indipendenti, nella paura dei birmani di parlare ad alta voce di tutto quello che riguarda la politica di questo paese.

SCENE DI VITA RURALE

Dopo una notte trascorsa in un anonimo albergo di Yangon raggiungiamo lo stato Shan, lo stato più grande della Birmania, abitato da ventitrè minoranze etniche. Come spiegare le emozioni di chi percorrendo una strada ha la sensazione di attraversare in un solo attimo anni di storia? Rabbia per un popolo sottomesso che non ha ancora avuto la possibilità di riscattare la sua dignità? Meraviglia per antiche tradizioni che nel mondo occidentale sono state soffocate dall' alienazione del lavoro? Doveva essere così l'Italia dei nostri bisnonni, dei nostri trisavoli? Affacciati ai finestrini di una vecchia auto con guida a destra, in un paese in cui si guida a sinistra, guardiamo increduli le scene di vita quotidiana che si presentano ai nostri occhi: intere vallate coltivate, mamme che, con i loro bambini di qualche mese legati in un foulard colorato, sono chine a piantare le prime piantine di riso, camion arrugginiti carichi di cipolle e cavolfiori, un bambino e un papà a spasso sul dorso di un bufalo, campi arati da buoi, trattori carichi di merci e uomini in apparente equilibrio precario, strade allagate, mezzi di locomozione che sfidano la più fervida immaginazione, l'andirivieni di contadini che con i loro cappelli a punta assomigliano a grandi matite colorate, le spighe lasciate ad asciugare sui tralicci di bambù. Ovunque un'esplosione di colori in cui predominano il verde della campagna e il giallo del grano. La coltivazione e la raccolta del riso avvengono ancora a mano con un processo lento e faticoso che solo la pazienza di questi uomini sa portare a termine. Le mondine sono velocissime, setacciano il riso, battono le spighe sui tralicci di legno con un ritmo incessante, gettano in aria il riso in modo che il vento porti via la pula. E' una danza dal sapore antico e dal ritmo affascinante. Quanto riso hanno raccolto quelle mani rugose e quei visi cotti dal sole e scavati dal vento? Sulle colline è già inziata la semina, più tardi occorrerà tagliare le spighe più grandi e sane per farle germinare in acque pulite e quando le piantine avranno raggiunto le dimensioni necessarie saranno piantate nelle risaie già sommerse.

LA MAGIA DEL LAGO INLE

Arriviamo al lago Inle nel tardo pomeriggio. C'e una canoa a motore ad attenderci. Inle, il lago che non dorme mai. E' l'alba, gli Intha (i figli del lago) sono indaffarati sulle loro lance di legno che spingono con una gamba soltanto. Non portano il longy come tutti i birmani, ma larghi pantaloni di cotone che hanno ereditato dai vicini cinesi. Le acque di questo fiume vivono e danno la vita. Vivono delle tradizioni, delle consuetudini e dell'ingegno di questa etnia che del lago ha fatto la sua fortuna. Le barche sono cariche di alghe, raccolte dal fondale, che serviranno a creare gli orti galleggianti su cui coltivare i pomodori. I pescatori utilizzano ancora strumenti rudimentali e con lunghi bastoni di bambù spaventano i pesci per condurli nelle reti. La serenità e la dignità di queste genti. Mamme che portano i bambini a scuola e hanno il sorriso di chi è ancora poco abituato all'invadenza del turista, bambini che giocano nelle acque fangose del lago, le stesse acque dove donne giovani e anziane lavano i piatti o fanno il bucato. Le case sono palafitte di bambù intrecciato, a volte con motivi geometrici, povere ma dignitose. Ogni villaggio ha la sua caratteristica e ha dato vita a una piccola bottega di artigianato: i sigari, i tessuti ricavati dai fiori di loto, l'argento. Kakku, vicino alla capitale Taunggy, un sito magico controllato da occhi vigili di soldati Pa-O armati di vecchi fucili. Il suono delle campanelle delle pagode che tintinnano al vento. Il ricordo dei mille stupa di Indein che appaiono come un'incredibile foresta di pinnacoli, immersi nella vegetazione e dimenticati dalla storia. I giorni trascorono velocemente e lasciamo questo posto con un pò di malinconia. Dopo la pioggia di ieri notte le strade sono allagate e la gente si affretta a portare il riso al sicuro nei monasteri o improvvisa un piccolo mercato con il pesce catturato dal vicino allevamento, distrutto dal maltempo

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