Le satanesse dell'Himalaya

Tattiche civiche e liturgiche dell’inafferrabile Bhutan

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 8
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

Inviolato dall’espansionismo occidentale e refrattario alle invasioni degli irrequieti vicini, siede, in algido disdegno di quel che il Conte di Gobineau chiamerebbe il pulviscolo umano che sciama, sobbolle e subbuglia al di là del confine meridionale con lo stato indiano del West Bengal, una svizzera asiatica che, pressata dalle spinte evoluzionistiche, per mantenere lo status quo ha cambiato tutto. Nell’ultimo mezzo secolo il Bhutan ha aperto la prima scuola e il primo ospedale, coniato il primo ngultrum, stilato la prima costituzione ed eletto il primo parlamento, chiamato col primo telefono e accolto il primo turista. In mille templi, intoccabile nella sua teca di vetro, Guru Rimpoche si riaggiustava sul suo trono nella posizione del loto nascondendo un sorriso sotto il filo del baffo. Il Buddhismo, quel che è diventato – un credo con pantheon, offerte, rituali, penitenze, monaci e piramidi di potere – è il fondale sul quale si dipana la storia del Bhutan, unica nazione al mondo in cui è religione di stato, ed è necessario conoscerlo per apprezzare quel che si vede e, soprattutto, quel che non si vede.

Sappiamo tutto del Bhutan, dei pastori che transumavano tra le vallate e i pascoli alpini estivi, dei tibetani buddhisti che, perseguitati dagli animisti Bon o da sette rivali, vi cercarono a più riprese rifugio oltre mille anni fa, di un medioevo sprecato dai feudatari locali in inconcludenti lotte per la supremazia. Sappiamo del coraggio e del carisma dei lama profughi che, grazie alla forza della dottrina, iniziarono ad aggregare il paese. Ed è proprio la matrice religiosa che si percepisce, fortissima, alla radice della vita in queste montagne dai crinali incrociati fitti fitti, come in un gioco di shanghai. Ma quella che si sente non è la voce di Siddharta Gautama che, raggiunta l’illuminazione, individua nella compassione per tutte le creature e nella consapevolezza dell’esito delle proprie azioni la via per uscire dal samsara, il ciclo delle rinascite, per raggiungere il nirvana, la liberazione. No: per gli umani è assai più facile essere cani e sottomessi piuttosto che padroni ma responsabili. E così eccolo agli onori degli altari, non esempio da imitare ma statua dorata a cui ricorrere: lui, Guru Rimpoche e altri venerabili come Chenresig, il bodhisattva della compassione, e Zhabdrung, il padre della patria, contornati da una miriade di beati affrescati sui muri dei santuari in un arcobaleno di colori: chi seduto a meditare, chi intento a suonare il dranmryen, il tradizionale liuto dal lungo manico, chi avvolto da una poderosa fiammata riccioluta con l’aspetto terribile del cacciatore di demonesse, chi, dalla carnagione celeste per essere un essere celeste, con mille braccia armate per sconfiggere le minacce spirituali e mille gambe per calpestare gli avversari in carne ed ossa. La paletta vivissima movimenta un’iconografia ricca di influenze – Tibet, Nepal, India, Cina – e il disegno, sempre accurato, si fa occasionalmente squisito, devoto, come nel cavernoso Dumtse Lhakhang, un piccolo tempio ai lati di una strada campestre di Paro. Intento a far girare il suo mulino di preghiera, il grosso monaco di guardia siede sul prato, bofonchiando un rosario di plastica. All’interno, la luce dei nostri telefonini strappa per un attimo all’oscurità scene di semidèi e di spiriti maligni, di estasi e di lotte: è una biblia pauperum, quella illustrata su quei vecchi, spessi muri, la mitologia d’un mondo trascendente che è il volto invisibile delle tranquille risaie delle valli e dei pittoreschi terrazzamenti che le spighe dipingono dei toni d’un fresco verde fino a reclinarsi, cariche e mature, in un letto d’ocra pallido. All’altro estremo di Paro uno dei più bei templi del Bhutan, il Kyichu Lhakhang, costruito per inchiodare il piede sinistro di una satanessa, è in festa. La mantovana gialla che s’agita gaia dall’orlo del tetto annuncia che è un giorno speciale: lo dzong (monastero) viene ridedicato dopo un importante restauro. Sotto lo sguardo attento dei fedeli, la processione dei prelati, ciascuno nello sgargiante paramento del proprio rango, sosta davanti all’accesso di ogni lato del tempio, offrendo preghiere e musiche ai custodi dei quattro punti cardinali. E’ un radicamento al territorio inconsueto per noi ma che si avverte salutare, indice d’una consapevolezza del proprio posto in un universo al quale si riconosce una logica, una via e un destino. Lo stesso percorso viene ripetuto, attorno ad ogni tempio, da chi vive di tradizioni: vecchine ricurve e pii anziani che, per nulla intimoriti e a volte perfino lusingati dagli obiettivi di cui sono goloso oggetto, fanno girare le ruote di preghiera che contornano i monasteri per guadagnare meriti che torneranno loro utili a breve. Il ruscello sassoso che parallela la lunghezza dell’abitato ha scavato una conca riparata e le basse case di legno, pulite e in bell’ordine, son pronte per la promozione del paese a cittadina. In fin dei conti è Paro che ospita l’unico aeroporto internazionale

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