Cristo si è fermato a Eboli, ma io no!

Patrizio nel cuore della Basilicata, fra i borghi e il parco letterario di Aliano

I Calanchi

Com’è, cosa offre il territorio lucano dalle parti di Aliano, 94 chilometri da Matera? Io mi sono imbattuto innanzitutto nei Calanchi, come scrive Levi “l’infinita distesa di argille aride, senza un segno di vita umana, ondulanti nel sole a perdita d’occhio, fin dove, lontanissime, potevano sciogliersi nel cielo bianco”. È un posto incredibile. A me ha fatto venire in mente la Cappadocia. E in effetti la natura geologica è la stessa: il terreno è appunto argilloso e l’acqua scorre, scavando profondi solchi. Poi il sole brucia e provoca una sorta di rete di rughe, in cui l’acqua ancora si infiltra. Alla fine restano delle creste affilate e brulle, a “lama di coltello”. Un paesaggio – letteralmente – lunare. Bellissimo e vuoto. Dove possono pascolare solo le capre. Attorno ai calanchi, più sotto, c’è la terra-fertile: si tratta di distese pianeggianti in cui possono nascere solo seminativi e di qualche boschetto di ulivi, da cui cavare olio. E dall’agricoltura è più o meno tutto. Ma – come mi spiega Isa Abate, naturalista e guida escursionistica – oggi le crete sono diventate una attrazione e una risorsa, perché attirano, giustamente, molti turisti. Non è sempre facile visitarle, perché d’estate c’è un gran caldo e in altre stagioni, se piove, si scivola maledettamente sulla patina salina che ricopre le “biancane”. È comunque un territorio fragilissimo, sottoposto a continuo dissesto idro-geologico. E il bello è che molte parti della vicina Aliano sono edificate su questi terreni.

Le Maschere Cornute

Arrivo ad Aliano in pieno Carnevale, e mi accoglie un gruppo mascherato minacciosissimo: sono le maschere locali, che saltano e ballano. Un altro scrittore, Rocco Scotellaro, le ha descritte così: “Un rumore di festa primitiva che entra nelle viscere come un richiamo infinitamente remoto”. È una tradizione è antica, come mi conferma Don Pierino, il parroco: deriva addirittura da riti pagani ispirati al Dio Pan e alla Magna Grecia. Ma si capisce che, ancora una volta, la cultura è quella contadina. Le maschere rappresentano dei capri, con le corna. I gambali sono quelli dei pastori, impugnano una specie di bastone fatto di pelle di capra seccata, la maschera è luciferina-caprina, con lunghe corna, e sorregge un cappello multicolore. Urlano, grugniscono, saltano e fanno suonare dei campanacci che hanno appesi al corpo. Ho visto cose del genere un po’ dappertutto, dai Mamuthones sardi a maschere apotropaiche simili in Perù, sulle Ande. Sono la rappresentazione del diavolo, ma soprattutto la rumorosa rivincita dei pastori/contadini, che almeno per Carnevale si sfogano dei tanti soprusi che, storicamente, hanno dovuto subire dalla borghesia. Soprusi che Carlo Levi rappresenta benissimo, e racconta nel suo romanzo. Comunque sia, non si tratta di folclore, la Pro Loco non c’entra: ad Aliano il Carnevale è una tradizione ancora vera, viva.

Aliano

È arrampicato sopra ai calanchi, una isoletta nel mare di argilla. Proprio di fianco al paese c’è un dirupo magnifico e terribile, detto la Fossa del Carabiniere re. Prende il nome dal carabiniere che i briganti scaraventarono giù. Visito la casa-museo di Levi, passo davanti al suo monumento e ai murales che lo rappresentano. In Piazza incontro un gruppo di giovani. Alcuni lavorano, altri sono disoccupati. “Ma vi sentite privilegiati o sfigati ad abitare qui? Sognate anche voi di andarvene?”, chiedo. “No”, mi rispondono “sfigati no. Visto come va il mondo altrove, qui si sta meglio e forse da qui può ripartire qualche cosa di alternativo: abbiamo la terra, il paesaggio, la cultura e un senso di identità e di legame al paese.” Teresa, la guida che mi porta in giro, mi dice che gli elementi per ripartire ci sono. Don Pierino mi parla delle prospettive dell’agricoltura, legate soprattutto all’olio: se riusciranno a valorizzare le loro cultivar, a vendere l’olio in bottiglia e non all’ingrosso, ce la possono fare. Molte delle scene del film di Rosi con Volonté le hanno girate qui, ma non ritrovo alcuni dei contesti più suggestivi. Mi dicono che per ritrovare quelle inquadrature devo andare a Craco. E, muovendomi nella zona, noto una cosa: non c’è quasi mai campo per il telefonino. Non sono un maniaco della connessione, anzi. A me personalmente potrebbe stare anche bene questo “magnifico isolamento”, ma non lo trovo giusto. La rete è una infrastruttura preziosa per lo sviluppo. Con la scusa che qui abitano pochissimi abitanti, evidentemente nessuno dei vari gestori ha pensato di investire. Ma viceversa l’opportunità di essere collegati, per luoghi che subiscono da secoli di esser “tagliati fuori”, diventa un diritto, un servizio pubblico. Peccato che sia invece tutto lasciato all’iniziativa speculativa privata

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