Cristo si è fermato a Eboli, ma io no!

Patrizio nel cuore della Basilicata, fra i borghi e il parco letterario di Aliano

 

“Utilizzare la fonte letteraria come codice di lettura del territorio”, così recita la mission del Parco Letterario di Aliano, in provincia di Matera. Questo Paese di 1.000 abitanti che, sparsi per un territorio di quasi 100 chilometri quadrati ha una densità bawssa, da record - 11 abitanti per kmq – una sua identità letteraria ce l’ha, eccome. È il paese in cui fu confinato tra il 1935 e il 36 Carlo Levi, medico-pittore-scrittore-intellettuale torinese antifascista. Che scrisse, qualche anno dopo, nel 1943, in piena Resistenza, il libro Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato poi da Einaudi nel 1945. Ad Aliano e dintorni (Grassano, Craco) Levi oggi è diventato un’attrazione, una chiave di lettura, una narrazione, una serie di itinerari, una mappa di luoghi e di edifici e – alla fine – una grande attrazione turistica e culturale. La stessa cosa che sta succedendo per Camilleri e il suo Commissario Montalbano nella Sicilia Sud-orientale. E così come per Montalbano che oltre ai libri di Camilleri può contare su uno sceneggiato televisivo di grande successo, anche Aliano e dintorni può contare sulla popolarità del film del 1979 di Francesco Rosi, con Gian Maria Volonté nella veste di Levi. Si viaggia per tanti motivi. Il classico marketing territoriale può basarsi su tanti spunti. Ma il “pretesto” letterario è una delle migliori motivazioni. Nel caso di Carlo Levi e del suo romanzo autobiografico, più che mai.

Carlo Levi

Nasce a Torino, nel 1902. Di buona famiglia, si laurea in medicina, tramite lo zio Claudio Treves frequenta Piero Gobetti e altri intellettuali antifascisti. Conosce Felice Casorati e aderisce a movimenti artistici e pittorici, e inizia a scrivere e a dipingere. A Parigi conosce Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini ed Emilio Lusso e aderisce a “Giustizia e Libertà”. Tornato in Italia, viene prima imprigionato dai fascisti e poi spedito al confino in Lucania. E qui scopre la sua natura di antropologo: incontra un mondo lontanissimo da suo, il mondo agricolo-pastorale ancestrale del profondo Sud, e lo analizza, lo vive, lo viviseziona e lo racconta nel suo libro. E ne resta prima sconvolto, poi coin- volto. Sarebbe troppo facile iniziare con una citazione del libro di Levi, preferisco citare una frase che gli scrive la sua compagna di allora, Paola Olivetti: “Non affondare troppo i tuoi occhi in quelli neri e senza fondo di quella gente alianese”, oppure più tardi “Sarei già morta se fossi rimasta come te, sepolta tanti mesi in un gruppo di case lontane dal mondo, fra le donne velate, le capre, le streghe e gli angeli”. Con l’ultima osservazione si riferiva alle superstizioni di una civiltà contadina che ancora praticava riti stregoneschi e scaramantici, che credeva ai Monachicchi, i bambini morti e non battezzati che diventavano dei folletti dispettosi, che faceva le case con porta e finestre a forma di viso umano, per allontanare il malocchio. Una società di sfruttati, rassegnati. Levi è uno dei primi a sollevare la “questione meridionale”. E la sua compagna aveva ben capito che da questo mondo rischiava di essere risucchiato, perché era un mondo alieno, strano, affascinante.

I contadini lucani

Ne conoscevo ormai molti di questi contadini di Gagliano (Levi al nome vero del Paese aggiunge una G), che a prima vista parevano tutti uguali, piccoli, bruciati da sole, con gli occhi neri che non brillano, e non sembra che guardino, come finestre vuote di una stanza buia”. E in un altro passo: “Mi svegliarono di primo mattino il rumore continuato degli zoccoli degli asini sulle pietre della strada, e il belar delle capre. È l’emigrazione quotidiana: i contadini si levano a buio, perché devono fare chi due, chi tre, chi quattro ore di strada per raggiungere il loro campo”. Queste sono solo poche delle righe che Levi dedica alla descrizione della vita contadina lucana di quegli anni. Il libro è appassionante e oltremodo interessante, se volete un suggerimento, leggetelo. Soprattutto se volete, come me, fare un viaggio in Lucania. Già io l’ho ampliamente citato parlando, in un pezzo di qualche tempo fa su questa rivista, di Matera. Ma stavolta si tratta di vedere nello specifico i luoghi in cui Levi è stato, di cui parla. E a proposito: si parla e si straparla di tradizioni contadine, ma che significato hanno avuto? Cosa erano concretamente, in termini di frustrazioni sociali, miseria e sottosviluppo? E cosa ne è rimasto, oggi? In Basilicata si discute tanto di trivellazioni e di sviluppo industriale, che creano un mare di problemi di tutti i tipi, ma c’è una alternativa? Andando a curiosare da quelle parti, sulle tracce di Levi, qualche cosa si capisce..

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