Antigua & Barbuda: caldo inverno

Nelle spettacolari isole tra Mare dei Caraibi e Oceano Atlantico, per scoprire la bellezza pura di un paesaggio caraibico a tratti selvaggio (Antigua) e un gioiello ancora incontaminato (Barbuda)

  • di Rob-in-viaggio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Venerdì 10.03.2017

Partenza prevista con volo Neos da Malpensa ore 13:00 ritardata di circa 3 ore (decollo effettivo alle 16:20) per un tempo di volo totale di 9:20 con atterraggio alle 21:45 ore locali ad Antigua (-5 ore di fuso rispetto all’Italia). Ritiro auto (prenotata in precedenza) al banco Hertz, non senza qualche preoccupazione per l’orario di ritiro: l’agenzia avrebbe dovuto infatti chiudere alle 21:00, ma fortunatamente la responsabile ci ha aspettato agli arrivi e ci ha accompagnato al ritiro auto oltre l’orario di ufficio. Ci consegnano una Nissan Tiida bianca con cambio automatico pronta a portarci a spasso per l’isola: esame di guida a sinistra passato senza difficoltà, dato anche lo scarsissimo traffico e l’ausilio di una carta scaricata per uso off-line su smartphone (indispensabile e consigliatissima vista l’assenza di segnalazione stradale sull’isola). Lasciamo l’auto nel parcheggio privato del resort (Jolly beach resort and spa) e procediamo al check-in, pagamento e consegna chiavi. Serata al banco del bar per assaporare il rum del posto.

Sabato 11.03.2017

Giro in spiaggia con tentativo di raggiungere Valley Church beach a piedi fallito, in effetti all’ingresso del Cocobay resort ci blocca la strada il guardiano e ci consiglia di uscire dal resort e raggiungere le spiagge limitrofe dalla strada asfaltata. Prendiamo l’auto e decidiamo di dirigerci a Ffryes Beach una delle spiagge del versante caraibico più tranquille per la totale assenza di resort. I tronchi portati dal mare, che qui si arenano nella sabbia, il continuo andirivieni dei pellicani in acqua e le caprette libere al pascolo, rendono l’atmosfera selvaggia e incontaminata: l’acqua tuttavia risulta un po’ torbida anche se il paesaggio nell’insieme è comunque tipicamente caraibico (peccato per un agglomerato di gonfiabili per bimbi al largo davvero inguardabili). Per pranzo torniamo al resort, ma subito dopo ci rimettiamo in pista per visitare una nuova spiaggia: Valley Church Beach. La situazione è molto simile alla vicina spiaggia di Ffryes, poca gente (per lo più abitanti del posto), acqua di un azzurro torbido e totale assenza di strutture turistiche. Appena prima del tramonto ci dirigiamo più a sud verso Darkwood Beach e Turners Beach; nonostante la totale assenza di turismo in spiaggia, nessuna delle due spiagge ci convince fino in fondo (forse per l’acqua mossa o la vicinanza della strada) e decidiamo quindi di gustarci un cocktail coloratissimo sulla vicina e piccola spiaggia di OJ Beach al ristorante Jacqui O’s Love. In serata percorriamo tutta la spiaggia di Jolly Beach di fronte al nostro resort, fino oltre il ponte che separa in due il litorale, raggiungendo la parte più a nord dove ville private di lusso si affacciano su una spiaggia che si fa sempre più ampia e selvaggia.

Domenica 12.03.2017

Appena dopo colazione facciamo tappa al banco delle escursioni dove prenotiamo appena in tempo per il giovedì successivo la giornata a Barbuda (Barbuda Express AR, incluso trasferimento interno con taxi, pranzo in spiaggia e spostamento in barca per il Frigate Sanctuary al costo di 149 US$) e per il giorno seguente la circumnavigazione dell’isola con Extreme Antigua (incluso il pranzo in spiaggia e la visita a Stingray City al costo di 170 US$). Soddisfatti ci rimettiamo in pista direzione Half Moon Bay. La strada sin dall’inizio si rivela tortuosa e cosparsa di buche davvero profonde che cerchiamo di evitare non senza fatica, ma anche qui l’assenza di traffico ci facilita la guida (in tutti i casi non superiamo mai i 50 km/h). Nel primo tratto, fin quasi al bivio per English Harbour, percorriamo la Fig Tree Drive – nota per il tortuoso saliscendi all’interno della vegetazione tra piante di banano e piccoli centri abitati: molto famosa ma sinceramente un po’ deludente, ci si aspettava un tuffo nella foresta pluviale ed invece si tratta di una strada molto simile ad altre viste durante i nostri giri sull’isola. Dopo circa un’ora e trenta di guida appare finalmente la baia a mezza luna con onde possenti per quasi tutto il litorale: il punto sicuramente ideale dove accamparsi è il lato nord dove la curvatura della spiaggia è più accentuata e crea un ottimo riparo dalle correnti e dalle onde dell’oceano. Sul lato opposto notiamo lo scheletro di un resort abbandonato ancor prima di essere terminato, causa il passaggio di un uragano. Pranziamo in un bar a pochi metri dalla spiaggia e nel pomeriggio esploriamo la parte alta della mezzaluna rivolta verso l’oceano: il sole è davvero forte e nonostante creme a protezione elevate ogni tanto siamo costretti ad un tuffo in acqua (qui cristallina e trasparente) o al riparo tra la vegetazione che circonda la baia. Lasciamo la spiaggia decisi a goderci il tramonto sull’altura di Shirley Height, uno dei forti a difesa di English Harbour: ripercorriamo quindi a ritroso le strade tortuose fino all’altura di Blockhouse, dove visitiamo le rovine del forte e scattiamo qualche foto sulla costa sud est dell’isola. Già da questo punto si intravede la massa di gente che si sta accalcando sul forte Shirley Height per la festa che si tiene ogni domenica al tramonto. Una volta arrivati ci accorgiamo però che non si tratta della festa caraibica che ci aspettiamo, ma di un ritrovo per turisti (principalmente inglesi) che si accalcano per scattare una foto al tramonto, tra pinte di birra e carne grigliata, il tutto condito da un ticket di ingresso da 10 US$ a persona. Scattiamo a fatica una foto di English Harbour al tramonto (effettivamente l’unica nota positiva in questa situazione), compriamo da bere sgomitando tra la folla a dopo poco ci ributtiamo in macchina per il ritorno. In vista dell’escursione del giorno seguente, visitiamo Jolly Harbour appena dietro il resort alla ricerca del punto di imbarco dello speed boat Extreme: il porto è ben tenuto, deserto di persone ma affollato di barche a vela che stazionano lungo tutto il perimetro del pontile.

Lunedì 13.03.2017

Sveglia all’alba e partenza alle 8:00 da Jolly Harbour per il giro dell’isola. Per circa un’ora ci spostiamo lungo la costa per far salire passeggeri dai diversi resort, per poi partire a razzo tra onde altissime fino a raggiungere Long Island (il paradiso dello sfarzo e delle ville esclusive di lusso) e subito dopo Stingray City, la prima tappa del tour. Accostiamo una piattaforma galleggiante e già intravediamo in acqua le ombre delle razze (Stingrays appunto) che passano accanto alla nostra barca. Ci forniscono alcune indicazioni ma purtroppo capiamo ben poco e un po’ titubanti ci prepariamo alla discesa in acqua. Fortunatamente incrociamo una guida italiana che ci tranquillizza elencandoci alcuni semplici accorgimenti da seguire una volta a contatto con le razze. Ci facciamo scattare la foto di rito mentre abbracciamo/sorreggiamo la razza (al tatto è liscia e molliccia sul lato inferiore rivolto verso la sabbia) e poi proseguiamo con un po’ di snorkeling tra razze e turisti inquieti. Dopo circa 45 minuti ripartiamo ancora a tutta velocità alla volta di Pelican Island e Devil’s Gate (da non confondere con Devil’s Bridge), un arco di roccia plasmato dalla forza delle onde e del vento a largo lungo la costa atlantica. Ci fermiamo per pranzo su Green Island dove ci servono pasta fredda, pollo e banana bread (piacevole scoperta culinaria tipica del posto): gustiamo il pranzo all’ombra della verde vegetazione mentre paguri giganti ci vengono incontro curiosi. Giusto il tempo di fare una passeggiata sul lato opposto dove stazionano alcuni Kitesurfers ed è subito ora di rimettersi in moto tra le onde a tutta velocità. Lungo lo spostamento ci illustrano caverne, archi naturali e baie lungo la costa, ma l’alta velocità, l’acqua che ci arriva in faccia a secchiate e il rumore dei tre motori ci rende quasi impossibile capire le spiegazioni. Un po’ contrariati arriviamo a English Harbour: quello che nel nuovo continente è considerato “storico” agli occhi di turisti europei appare sempre un po’ deludente (almeno per me è quasi sempre così) e English Harbour non sfata questa convinzione. Sicuramente di maggiore interesse è la parete appena sotto Shirley Height, le cosiddette Colonne d’Ercole: formazioni rocciose scavate dall’oceano che appaiono come giganti clessidre a scalini. Per circa 30 minuti facciamo snorkeling proprio sotto queste colonne: la fauna e il fondale sono forse i migliori che esploriamo durante tutto questo viaggio, vediamo infatti pesci tropicali blu e gialli, due piccoli barracuda e una miriade di ricci dagli aculei lunghissimi. L’ultima tappa è la meravigliosa spiaggia di Randezvous Bay, dove una volta approdati ci servono un punch tipico del posto fatto con rum bianco e lime. L’acqua trasparentissima e azzurra su un fondo di sabbia marrone chiaro è contornata da una fitta vegetazione; tutto attorno si vedono solo verdissime colline e la spiaggia sembra totalmente isolata dal resto, vista la mancanza di collegamenti stradali. In realtà la si può raggiungere con una lunga escursione sulle colline oppure a cavallo (la strada non è carrozzabile), ma la via sicuramente più semplice è quella via nave. Anche in questo caso ci lasciano solo il tempo di un fugace bagno e di una breve camminata sulla spiaggia prima di richiamarci nuovamente sulla speed boat e ripartire. Passiamo in rassegna tutte le spiagge della costa caraibica compresa la “nostra” Jolly Beach e alle 15:40 terminiamo l’escursione nel porto di Jolly Harbour. In effetti ci sembra che per la cifra pagata (ricordo 170 US$ a persona) la visita poteva essere organizzata meglio: soprattutto ci lascia l’amaro in bocca il fatto di aver visitato luoghi bellissimi senza essere potuti restare più di 30/40 minuti, il tutto per poi terminare l’escursione molto presto (circa 3 ore prima del tramonto). Senza contare che siamo stati i primi a salire e gli ultimi a scendere, spendendo la prima e l’ultima ora dell’escursione per recuperare e poi riaccompagnare tutti gli altri passeggeri

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