Dolce eleuthera

Dopo otto giorni, belli ma anche un po’ estenuanti, in giro per la Florida, partiamo verso le Bahamas alla ricerca di un po’ di relax. Abbiamo scelto Eleuthera perchè volevamo una vacanza particolare, lontana dai giganteschi e impersonali all inclusive ...

  • di silviagy
    pubblicato il
  • Viaggiatori: in coppia
 

Dopo otto giorni, belli ma anche un po’ estenuanti, in giro per la Florida, partiamo verso le Bahamas alla ricerca di un po’ di relax.

Abbiamo scelto Eleuthera perchè volevamo una vacanza particolare, lontana dai giganteschi e impersonali all inclusive di Nassau e Grand Bahama.

Iniziamo a capire che probabilmente troveremo l’autenticità che cerchiamo in aeroporto a Miami, dove siamo gli unici stranieri che utilizzano la compagnia di bandiera delle Bahamas. Tutti gli altri turisti diretti verso l’arcipelago, infatti, si imbarcano a bordo di charter americani.

Anche l’addetto del check in sembra stupito dalla nostra presenza. Ci chiede da dove veniamo, dove siamo diretti, quanto ci fermeremo e ci spiega come raggiungere, una volta atterrati a Nassau, l’area dell’aeroporto destinata ai voli interni.

Lasciare gli Stati Uniti risulta quasi più complicato che entrarvi. Al controllo dei bagagli a mano ci fanno togliere la felpa e perfino le scarpe! I raggi x svelano la presenza di un accendino nel mio zaino. Un poliziotto preleva quindi il mio bagaglio e mi fa cenno di seguirlo, peccato che le scarpe non mi siano ancora state restituite... Recuperate le calzature, seguo l’agente che apre con sicurezza una taschina dello zaino e mi mostra il corpo del reato, dicendo che purtroppo è costretto a requisirlo. Se proprio volevo, mi spiega gentilmente, potevo portare dei fiammiferi. Va be’, non è importante, nessuno di noi due fuma e l’accendino era nello zaino da chissà quanto tempo... Il volo per Nassau dura circa un’ora, durante la quale non riesco a staccare gli occhi dal finestrino. Sotto di noi c’è un mare a dir poco stupendo, dai colori che non avevo mai visto! All’arrivo a Nassau ci mettiamo in coda all’immigrazione. Vediamo i numerosi americani sbarcati dai loro charter dirigersi in massa verso i bus che li condurranno ai resorts di Paradise Island, ampiamente pubblicizzati all’ingresso dell’aeroporto. Noi invece andiamo verso la zona per i voli interni. Già agli arrivi internazionali l’aeroporto non era una meraviglia. La zona per i voli “casalinghi” è allucinante: non tanto perché costituita da un unico grande locale munito di scomode sedie di plastica ma perché non c’è uno straccio di video che indichi arrivi e/o partenze, l’unica addetta agli imbarchi guarda una telenovela (c’è una tv in un angolo, appesa alla parete) e l’unico cibo che riusciamo a reperire sono due panini striminziti. Cosa ancora più preoccupante, almeno dal mio punto di vista, sono i velivoli a eliche parcheggiati oltre la vetrata che ci separa dalla pista, ma in fondo me l’aspettavo... L’attesa, di circa due ore, è interminabile. Mi riduco a guardare anch’io le telenovele, che a un certo punto vengono interrotte da un’edizione straordinaria del telegiornale. Preciso che, la mattina, mia mamma aveva chiamato dicendo di aver sentito la notizia di un’onda anomala al largo della Florida. Il ricordo della distruzione portata dallo tsunami è ancora vivo e quindi il mio primo pensiero va a un’emergenza del genere. Sto per dire a Matteo di raccattare armi e bagagli per ritornare sul continente, quando sul video appare l’immagine del Vaticano... respiro di sollievo, è solo una fumata nera per l’elezione del Papa! Finalmente viene annunciato il nostro volo. Saliamo su questa specie di bus con le ali e ci mettiamo in coda ad altri sette aerei. In teoria, vedendo il biglietto il volo sembrava dover durare un’ora. In pratica, ci vogliono venti minuti, tutto il resto del tempo è l’attesa sulla pista

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