Partenza il 27/12/2016 · Ritorno il 2/1/2017
Viaggiatori: 2 · Spesa: Fino a 500 euro

Lungo i sentieri dell’isola del Giglio

di cappellaccio - pubblicato il

Trekking natalizio sull'isola del Giglio, dove l’inverno non sbarca mai

Sono al Giglio per la venerazione che ho per le cose belle che la natura ci regala, perché da anni covavo il desiderio di venire a svernare qui, per l’ebbrezza liberatoria che dà calcare le gobbe della sua orografia capricciosa e ammirare la straordinaria limpidezza delle acque che circondano le sue coste.

Ventidue chilometri quadrati di graniti plasmati dalla pioggia, dalla sabbia e dal vento nel corso di millenni, da scoprire pian piano, in poco meno di una settimana, senza lasciarsi strangolare da tempi capestro. Prima di partire nella mia mente si era già formata una mezza idea: quella che in passato fu battezzata “isola delle capre” (Aegilium) è intersecata da uno sviluppo complessivo di sentieri per una ventina di chilometri, numerati dall’1 al 29, classificati T, ossia turistici, adatti a risvegliare la sete d’avventura del pigro gitante da weekend, ma che non richiedono gesti atletici. Ciò che ignoravo era se avrei potuto fare affidamento su un tenace anticiclone, sulle mie gambe e soprattutto se pur tenendo gli occhi aperti ci si perdeva -magari senza l’ombra di un segnale nel telefonino-, e questo smorzava un po’ il mio entusiasmo. Però si sa che i dubbi sono una prova da superare quando si decide di non starsene tappati in casa a poltrire.

In questa vacanza mio marito è della partita: l’ho reclutato come taxista e compagno di escursioni, il guaio è che non possiede scarpe da trekking, né bastoncini telescopici, in più non è esattamente un patito delle salite e del sudore, al contrario sta in bilico tra i tentativi di dimagrire e la voglia di abbandonarsi languidamente a uno stile di ferie che non comporti di spostare il fondoschiena. Per evitare di accapigliarci cerchiamo di giungere a un compromesso: includeremo l’uso dell’auto, così non ci vedremo costretti a investire preziose energie muscolari quando non sarà necessario.

PRIMO GIORNO: Porto, Arenella, Castello, Campese, Promontorio del Franco, cala Cannelle e Caldane

Dopo una smilza colazione ci iniettiamo litri di tè e con il nostro veicolo diesel affrontiamo una maratona di curve nel chiarore mattutino. Incrociamo solo uno scoppiettante apecar con un colombo di plastica montato a mo’ di vessillo sul tetto. Stop alla baia dell’Arenella, una mezzaluna ghiaiosa delimitata da uno spuntone granitico liscio e levigato che somiglia alla testa e al becco di un gigantesco pterosauro. La spiaggia la raggiungiamo prendendo la stradina che si diparte dalla provinciale, tenendo l’hotel Castello Monticello alla nostra sinistra. Sostiamo a pochi passi dalla caletta baciata dai tiepidi raggi del sole, che purtroppo non è selvaggia: la presenza di un buon numero di villette costruite nei dintorni ne rovina la poesia.

Ci rimettiamo in movimento. Leo guida con l’aletta parasole abbassata per non restare accecato da una luminosità radiosa. Saliamo a Giglio Castello, un paesino di origine medievale racchiuso nella conchiglia delle sue mura come in un geloso amplesso protettivo. Dentro alla cinta muraria turrita si ammassano le antiche abitazioni, separate da vicoli angusti, calcolati apposta per il passaggio dei muli con la soma carica di ceste d’uva o di legna. Le viuzze sono deserte, proprio come dovevano essere dopo il disastroso assedio saraceno del Barbarossa all’epoca di Carlo V, ma gli alberi di Natale creati con bottiglie di plastica riciclate, le antenne paraboliche sui tetti e la facciata della parrocchiale di San Pietro Apostolo coperta dalle impalcature fanno sì che il viandante non sia tratto in inganno: siamo sempre nel XXI secolo, anche se guardando la rocca Aldobrandesca che svetta imperiosa contro il cielo non si direbbe.

Riprendiamo la macchina per percorrere la strada in discesa che si avvolge a spirale su se stessa e che ci conduce a Giglio Campese, il terzo nucleo abitato dell’isola, collocato nella favolosa insenatura che accoglie la più estesa spiaggia del Giglio, il Seno del Campese, un arenile color nocciola lambito da un mare dalle trasparenze verdeazzurre. Una volta ospitava un pugno di case di pescatori, vigilato dalla cilindrica torre medicea, situata su un isolotto roccioso unito alla terraferma da un ponte, che fu edificata alla fine del Seicento per difendere dai pirati questo facile approdo. Qui, per l’appunto, sbarcarono sia nel 1544 i mori che misero a ferro e fuoco il Castello e deportarono 700 gigliesi, sia nel 1799 i circa 2000 tunisini che sferrarono un furioso attacco ma al contrario dei loro predecessori vennero sconfitti. Comunque prima di nutrirci di cultura troviamo opportuno ingoiare un panino imbottito accanto a questa postazione fortificata, simbolo della sfida cristiana ai corsari barbareschi, che si specchia sulla superficie ondulata dell’acqua.

Oramai i muscoli delle gambe sono impazienti di entrare in azione, perciò parcheggiamo all’imbocco del sentiero n. 15 e a passo elastico penetriamo in un’alta macchia a leccio, aggrappata alla roccia sopra al mare. Dopo poco, alla spiaggia del Pertuso, con una casupola, un pontile e al largo un pilone della teleferica della vecchia miniera sfruttata a partire dalla fine degli anni 30 del secolo scorso, infiliamo a caso, a sinistra, un ampio stradone e ci smarriamo nella lecceta. Trascorso un quarto d’ora ci imbattiamo in una palina indicatrice col n. 14: stiamo girovagando su una sterrata del promontorio del Franco, regno di lucertole e mufloni, però il bivio tra il n.15 e il n.14 non era segnato, mannaggia. Controlliamo la mappa e, con andatura da guerrigliero, per contrastare i crampi della fame, caracolliamo fino al Campese. Andiamo a rifocillarci nel nostro bilocale e infine, sempre con il mezzo a motore, raggiungiamo la cala delle Cannelle, che per la sua bellezza deve aver suscitato grossi appetiti edilizi e per questo ora è incorniciata dalle case di un residence. Dalla spiaggia ricominciamo la marcia lungo l’agevole e panoramico sentiero n. 23, facendo rotta verso la cala delle Caldane, sulla quale spuntano alcuni tronchi nerastri portati dalle mareggiate. Ci concediamo una pausa a capo marino, che si allunga giusto di fronte all’Argentario e riprendiamo la via del ritorno mentre il sole scende oziosamente, colorando il cielo d’arancione. Arrivati a Giglio Porto ci godiamo il tramonto e ci battiamo un bel cinque: abbiamo lottato contro il corpo arrugginito e siamo sopravvissuti a una prima esperienza di trekking da camminatori della domenica.

SECONDO GIORNO: gita ai fari

Alle otto e mezza lo schianto della porta dell’appartamento che sbatte alle nostre spalle ci fa capire in un nanosecondo che è una giornata da aquiloni. Spira un’arietta fresca e pazzerella che ci scompiglia le chiome, fa danzare i panni stesi ad asciugare e dondolare ritmicamente le foglie delle palme e le imbarcazioni del porto. Con l’auto ci rechiamo a Punta Capel Rosso (sinonimo di corallo rosso). Dopo Giglio Castello la strada è strettissima e gettando un’occhiata di sguincio alla mia destra temo che qualche coronaria parta. Oltre il ciglio si spalanca un abisso, un precipizio sul mare, una roba da fare accapponare la pelle. Una distrazione e gli pneumatici annaspano nel vuoto, mi sentirei tranquilla solo se fossi immune alle vertigini... Alla diramazione per la discarica, prima di optare per la carrabile a destra -quella lì da cacarsi addosso-, scendiamo un attimo dal nostro Fiorino Fiat per controllare i segnavia in legno dei sentieri e un improvviso refolo di vento ci spinge a tirare su di fretta il cappuccio della giacca. Giunti nella zona di Pietrabona parcheggiamo in un rientro della strada e prendiamo il sentiero n. 28 A. Sentendo il ghiaietto che scricchiola sotto i piedi e il vento che sibila e strapazza i rami di lentisco, di mirto e dei cespugli spinosi della ginestra inizio a respirare quasi normalmente. Il mio viso gongolante di gioia la dice tutta sul panorama smisurato che mi si para davanti: la vista si perde in un paesaggio marino mozzafiato, l’aria è così tersa che all’orizzonte si staglia nettamente la sagoma aguzza dell’isola di Montecristo, che emerge dall’acqua come se il Tirreno l’avesse appena partorita.

All’andata il cammino è tutto in discesa fino al faro a righe bianche e rosse e alle scogliere. Su un pianoro, invaso da un groviglio di fichi degli ottentotti dalle foglie carnose, ci sono due panche e un tavolo dove fermarsi per una colazione al sacco e nei paraggi si scorge una gradinata in pietra che porta giù al mare. Se non fosse per quest’ariaccia fastidiosa noi due non ci scrosteremmo da qui per ore, perché al ritorno, ovviamente, l’itinerario si trasforma in una sfacchinata in salita.

Per pranzo non abbiamo molta scelta: l’unico ristorante aperto è La porta di Maurizio e Marcello a Giglio Castello. Spendiamo 44 euro per un antipasto di polipi caldi, due spaghetti alle vongole e un litro d’acqua, ma chissenefrega, il cibo è buonissimo e freschissimo. Con la pancia piena parcheggiamo nello spiazzo di un tornante della SP15: vorremmo andare a punta del Fenaio, presidiata da un altro faro. Il paesaggio è dolce, a grandi macchie di pini da rimboschimento, dominato da un fanale di posizione antico risalente all’Ottocento, ora in disuso. Imbocchiamo il sentiero n. 4 Vaccarecce. Seguiamo il viottolo fra la pineta e i cespugli di macchia mediterranea, con ampia vista sul mare, fino ad incrociare la strada asfaltata, che prendiamo a sinistra verso il basso. Poco più avanti c’è un bivio: diamo una possibilità al sentiero n. 6, ma ci sono 3 crocevia non segnalati e noi, istintivamente, svoltiamo in sequenza destra, destra, destra e spuntiamo fra vetusti terrazzamenti di viti non più coltivati. Allora invertiamo la rotta e riproviamo con il n. 5 (lato est). È tutto più semplice, perché si ricalca la morfologia dei fianchi del promontorio. Dapprima vediamo lo scosceso stradello che conduce a cala Monella, poi quello per il faro in abbandono di punta del Fenaio, circondato da un intreccio inestricabile di fichi degli ottentotti e dalla gariga a elicriso. Con una scalinata in pietra si raggiungono la scogliera e il mare, dove affiorano masse granitiche modellate dalle onde. Ci accomodiamo sulle solite provvidenziali panchine nei pressi del faro, tuttavia il cielo color indaco ci avvisa che si avvicina il crepuscolo: dobbiamo ritornare sui nostri passi in salita fino alla biforcazione dei sentieri 5 e 6, dove giriamo a destra per completare l’anello in senso antiorario, contornando l’ultima parte del promontorio e stavolta riusciamo a fiutare la via giusta.

TERZO GIORNO: al mattino sentieri n. 21 e 24 nel pomeriggio n. 16 Cala dell’Allume.

Il vento forse ha rinforzato ulteriormente rispetto a ieri e in alcuni momenti della giornata siamo esposti a sberle in faccia di Grecale non proprio piacevoli. Parcheggiamo sopra alla cala delle Cannelle per realizzare queste due escursioni: n. 21 in direzione le Porte e n. 24 cala degli Alberi. Il 21 è una salita dirupata che se affrontata di petto e non con la dovuta calma fa vedere i sorci verdi, benché offra scorci magnifici, oltre alla possibilità di fotografare un dolmen, delle giunchiglie fiorite e di assaggiare le bacche rosse dei corbezzoli maturi. Al principio il n. 24 è facile, lievemente in discesa, in mezzo a una lecceta, in seguito supera una sequenza di pietre granitiche a placche e blocchi e c’è pure un cancello da aprire e richiudere per non lasciar scappare degli asinelli allo stato brado, poi però quando si comincia a scendere verso cala degli Alberi diventa veramente sconnesso e a perpendicolo. Leo ed io, sull’orlo del collasso, ventiliamo l’idea di tornare indietro, anche perché lui percepisce un sinistro e poco rassicurante dolore al ginocchio.

Per concludere la giornata, dopo un pranzo veloce a base di pasta in appartamento, andiamo a Giglio Campese e seguiamo il cartello indicatore del sentiero n. 16 che prende l’avvio nei pressi della centrale elettrica, con una stradicciola lastricata al centro con delle piastre di cemento che poi si restringe e prosegue serpeggiando nella macchia per giungere a un certo punto a una staccionata in legno sopra a una parete verticale a picco sul mare. Da qui inizia una scalinata, talvolta un po’ franata e ingombra di sfasciume roccioso, che scende alla sassosa cala dell’Allume, sovrastata da rupi scoscese, il cui nome viene dai giacimenti di Allumite. In quest’area, infatti, si estraevano minerali ferrosi. Al ritorno, in salita, procediamo perlopiù in silenzio, con pesante lentezza, visto che la fittarella al ginocchio di Leo persiste.

QUARTO GIORNO: sentieri n. 8 e 9 cala Sparavieri, n. 15 Campese-Punta del Faraglione, n. 19 le Porte-Castello, variante n. 1b strada delle pietraie Castello-Porto

Oggi calma piatta, mare liscio come l’olio e temperatura inverosimile: 15° C. La prima tappa è alla cala Sparavieri, dove ascoltiamo il pacifico frangersi delle onde contro grossi macigni granitici. Ci arriviamo utilizzando il sentiero n. 8, che attacca dalla provinciale che scende da Castello a Campese, e che è concatenato con il n. 9. Entrambi sono brevi e poco remunerativi: una sgambatina e oplà, siamo punto e accapo.

Da Campese rifacciamo un coraggioso tentativo di percorrere l’itinerario n. 15. Stavolta reperiamo subito la traccia e, senza disagi spaventosi, in una ventina di minuti, siamo sulla punta estrema del promontorio del Franco, calcareo, con falesie di roccia bianca. Qui svetta il faraglione, un grande pinnacolo roccioso piantato nel mare che ha una guglia gemella scolpita dai marosi e dagli agenti atmosferici alle spalle. Una scalinata corta ma ripida porta alla stupenda cala Pozzarello, un angolo davvero selvaggio dove sedersi ad ascoltare il mormorio delle onde che si infrangono sugli scogli. Sembra di essere arrivati ai Tropici: il mare dappertutto è trasparentissimo, però sul bagnasciuga si stende una coltre di alghe macerate.

Approssimativamente alle due del pomeriggio Leo decide di passare dall’attività outdoor verticale a quella indoor orizzontale e torna in appartamento. Mi faccio lasciare in località le Porte, alla discarica, nonostante quello da rottamare sia lui, e doso le ultime forze sul sentiero n. 19 che si inoltra nella pineta e il cui fondo è reso morbido dagli aghi di pino caduti. A Castello, vicino al negozio degli alimentari, inforco l’1b, che parte su nudi tratti di roccia granitica, si insinua nella vecchia lecceta e attraversa la ripida Valle di S. Giorgio, rasentando l’omonima chiesetta campestre, parzialmente crollata. Lungo il percorso la mia attenzione è attratta dalle felci che spuntano da pertugi nelle rocce e da una pianticella dalle foglie cuoriformi, con graziosi fiori a righine marroni, che ricordano nella forma il capo di un serpente cobra con la lingua fuori, che fornisce un tocco d’esotismo all’ambiente.

Al mio rientro trovo Leo stravaccato sul divano letto di fronte alla TV accesa. Ha già fatto un’indigestione di zapping e non ha visto niente di interessante.

A mezzanotte, quando io sono già nel mondo dei sogni, Leo fotografa i fuochi artificiali di Capodanno dalla finestra.

QUINTO GIORNO: poggio della Pagana, Sasso di poggio Ritto, variante le Porte-Castello e mulattiera Castello-Porto

Sempre dal parcheggio della discarica partiamo per i sentieri n. 20 -ascesa al poggio della Pagana, il tetto dell’isola-, n.26 e n.27 ed effettuiamo il ritorno per il n. 25 in falsopiano. Il tour di oggi mi piace una cifra: inseguiamo la dorsale dell’isola, calpestiamo le praterie in vetta ai poggi centrali che in passato erano pascoli per le pecore e le capre, inoltre il panorama aereo sul grande blu mi fa sdilinquire, soprattutto quello che si gode dal pianoro di vetta della Pagana, su cui è infissa una croce. Un altro meraviglioso belvedere dal quale ci affacciamo è Sasso di Poggio Ritto, dove s’innalza una piramide di pietre realizzata a secco, accatastando con ingegno e ad arte rocce di granito senza usare aggreganti.

Qui ci sono tantissimi sempreverdi perciò la natura è molto viva. Sembra incredibile, ma vari fiori gialli sono sbocciati e grazie al loro profumo intenso e dolce attraggono i calabroni che ronzano spensierati e non cadono stecchiti come alle nostre latitudini! Il manto su cui camminiamo è dapprima terroso, poi alternativamente pietroso ed erboso.

Verso le due e mezza Leo, stanco di imitare caprini e ovini, se ne torna alla tana, mentre io scendo al Porto avvalendomi dei sentieri n. 19b, assai panoramico e n.1, un’antica mulattiera lastricata in granito immersa nella macchia mediterranea -eccetto una prima sezione che si snoda fra gli orti di Giglio Castello-, dove bisogna stare con il naso rasoterra per non inciampare. Magari va bene per i somari, ma per gli esseri umani non è ideale: si slitta per la pendenza e perché i sassoni, coperti da un velo verde di licheni, sono scivolosi come uova.

SESTO GIORNO

Alle nove il traghetto della Toremar si stacca dal molo e si allontana lentamente dall’isola che ci ha ospitato per vari giorni. In cielo si coglie il volo dei gabbiani che rumoreggiano e planano sulla torre del Lazzaretto, erta su una punta rocciosa tra il Porto e la spiaggia dell’Arenella. Cala il sipario sulla nostra vacanza natalizia all’isola del Giglio.

L’inverno è forse il momento migliore per andar per sentieri al Giglio. Ecco come organizzare il viaggio

Come arrivare

Il Giglio è situato a circa 14 km dalle coste toscane dell’Argentario, perciò se si usa l’automobile bisogna impostare il navigatore satellitare per Viale dei Navigatori 58019 Porto Santo Stefano GR, dove vi sono due compagnie che gestiscono i traghetti: Toremar tel. 0564/810803, tre traversate al giorno e Maregiglio tel. 0564 809309, una sola. Noi abbiamo preso la nave della Toremar delle 14.45, senza prenotare. Siamo arrivati con un’ora di anticipo rispetto alla partenza, abbiamo sostato sul molo, ci siamo diretti allo sportello della Toremar e per il biglietto del traghetto abbiamo speso 131 euro a/r (2 pax + veicolo). Il viaggio in mare dura circa un’ora. Se uno non volesse portare la macchina sull’isola può contattare Andrea tel. 340 1931311 (il posto auto a Porto S. Stefano costa dagli 8 ai 10 euro al giorno). Comunque d’inverno il parcheggio al Giglio è gratuito.

In treno è necessario fermarsi alla stazione FS di Orbetello, poi consultare Tiemme mobilità: http://www.tiemmespa.it/index.php/Viaggia-con-noi/Orari-e-linee/Grosseto/Urbano/Orbetello-Argentario

Per muoversi sull’isola con i mezzi pubblici ci sono le seguenti corse da Giglio Porto verso Castello e Campese: 7.00-9.50-11.30-15.30-17.00-19.50. La partenza da Castello è mezz’ora prima rispetto agli orari segnati dal Porto.

Per spostarsi in taxi i costi sono di circa 15 euro da un centro urbano all’altro, 25 euro per andare dal Porto a Punta Capel Rosso. Taxisti: Ottavio Tel. 338 9706950 Adriano Tel. 330731424.

Dove dormire

Noi abbiamo soggiornato a Giglio Porto in un appartamento in affitto spazioso, in centro, a pochi passi da un minimarket, procuratoci da Franca (tel. 339 6286710), riscaldato con termoconvettore in cucina-salotto, 2 termosifoni elettrici in stanza da letto e stufetta in bagno. Costo 45 euro al giorno tutto compreso. Il problema che abbiamo avuto è stato che essendo il piano cottura in vetroceramica alimentato a corrente elettrica e il riscaldamento pure, l’impianto non era dimensionato per sopportare il carico e dunque il black out era assicurato se non si spegneva qualcosa. Inoltre il letto non era particolarmente comodo. Per il resto era un posto tranquillo e carino, affacciato sugli orti e le colline circostanti.

Info generali: Pro Loco Giglio tel. 0564 809400, in inverno aperta solo al mattino, escluso sabato e festivi, dalle ore 10 alle ore 12.

Mappa dei sentieri dell’isola del Giglio: http://www.isoladelgigliocampese.it/pdf/mappa-giglio.pdf

Informazioni sui sentieri: http://www.isoladelgigliocampese.it/informazioni/sentieri-nella-natura

In alcuni punti dell’isola la copertura di rete del cellulare è assente. Nel periodo invernale i sentieri che abbiamo scelto nella rosa di quelli esistenti erano puliti dalla vegetazione e generalmente ben riconoscibili. Se ci fosse aria di pioggia e si volesse affrontare una passeggiata senza correre rischi di scivolare credo di poter consigliare il n. 19 nella pineta (1 ora tra andata e ritorno da Giglio Castello) e il n. 14 (lo sterrato è chiuso alle auto tramite un cancello, ma si passa di fianco).

Per saperne di più

- documentari sull’isola https://www.youtube.com/watch?v=4tbUvlJzjWc linea blu

Www.youtube.com/watch?v=KRJuncFBSks piccola grande Italia

Www.youtube.com/watch?v=cX5_lM99nnA trailer documentario "Le Perle Più Belle Isola del Giglio e Giannutri"

- sulle colonne del Giglio e le cave di granito www.leggerelerocce.it/colonneemura.htm

- sulle miniere di pirite e la cala dell’Allume www.leggerelerocce.it/vestigiadianticheminiere.htm

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