Lungo i sentieri dell’isola del Giglio

Trekking al Giglio, dove l’inverno non sbarca mai, per l’ebbrezza liberatoria che dà calcare le gobbe della sua orografia capricciosa e per ammirare la straordinaria limpidezza delle acque che circondano le sue coste

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Fino a 500 euro

Le viuzze sono deserte, proprio come dovevano essere dopo il disastroso assedio saraceno del Barbarossa all’epoca di Carlo V, ma gli alberi di Natale creati con bottiglie di plastica riciclate, le antenne paraboliche sui tetti e la facciata della parrocchiale di San Pietro Apostolo coperta dalle impalcature fanno sì che il viandante non sia tratto in inganno: siamo sempre nel XXI secolo, anche se guardando la rocca Aldobrandesca che svetta imperiosa contro il cielo non si direbbe.

Riprendiamo la macchina per percorrere la strada in discesa che si avvolge a spirale su se stessa e che ci conduce a Giglio Campese, il terzo nucleo abitato dell’isola, collocato nella favolosa insenatura che accoglie la più estesa spiaggia del Giglio, il Seno del Campese, un arenile color nocciola lambito da un mare dalle trasparenze verdeazzurre. Una volta ospitava un pugno di case di pescatori, vigilato dalla cilindrica torre medicea, situata su un isolotto roccioso unito alla terraferma da un ponte, che fu edificata alla fine del Seicento per difendere dai pirati questo facile approdo. Qui, per l’appunto, sbarcarono sia nel 1544 i mori che misero a ferro e fuoco il Castello e deportarono 700 gigliesi, sia nel 1799 i circa 2000 tunisini che sferrarono un furioso attacco ma al contrario dei loro predecessori vennero sconfitti. Comunque prima di nutrirci di cultura troviamo opportuno ingoiare un panino imbottito accanto a questa postazione fortificata, simbolo della sfida cristiana ai corsari barbareschi, che si specchia sulla superficie ondulata dell’acqua.

Oramai i muscoli delle gambe sono impazienti di entrare in azione, perciò parcheggiamo all’imbocco del sentiero n. 15 e a passo elastico penetriamo in un’alta macchia a leccio, aggrappata alla roccia sopra al mare. Dopo poco, alla spiaggia del Pertuso, con una casupola, un pontile e al largo un pilone della teleferica della vecchia miniera sfruttata a partire dalla fine degli anni 30 del secolo scorso, infiliamo a caso, a sinistra, un ampio stradone e ci smarriamo nella lecceta. Trascorso un quarto d’ora ci imbattiamo in una palina indicatrice col n. 14: stiamo girovagando su una sterrata del promontorio del Franco, regno di lucertole e mufloni, però il bivio tra il n.15 e il n.14 non era segnato, mannaggia. Controlliamo la mappa e, con andatura da guerrigliero, per contrastare i crampi della fame, caracolliamo fino al Campese. Andiamo a rifocillarci nel nostro bilocale e infine, sempre con il mezzo a motore, raggiungiamo la cala delle Cannelle, che per la sua bellezza deve aver suscitato grossi appetiti edilizi e per questo ora è incorniciata dalle case di un residence. Dalla spiaggia ricominciamo la marcia lungo l’agevole e panoramico sentiero n. 23, facendo rotta verso la cala delle Caldane, sulla quale spuntano alcuni tronchi nerastri portati dalle mareggiate. Ci concediamo una pausa a capo marino, che si allunga giusto di fronte all’Argentario e riprendiamo la via del ritorno mentre il sole scende oziosamente, colorando il cielo d’arancione. Arrivati a Giglio Porto ci godiamo il tramonto e ci battiamo un bel cinque: abbiamo lottato contro il corpo arrugginito e siamo sopravvissuti a una prima esperienza di trekking da camminatori della domenica.

SECONDO GIORNO: gita ai fari

Alle otto e mezza lo schianto della porta dell’appartamento che sbatte alle nostre spalle ci fa capire in un nanosecondo che è una giornata da aquiloni. Spira un’arietta fresca e pazzerella che ci scompiglia le chiome, fa danzare i panni stesi ad asciugare e dondolare ritmicamente le foglie delle palme e le imbarcazioni del porto. Con l’auto ci rechiamo a Punta Capel Rosso (sinonimo di corallo rosso). Dopo Giglio Castello la strada è strettissima e gettando un’occhiata di sguincio alla mia destra temo che qualche coronaria parta. Oltre il ciglio si spalanca un abisso, un precipizio sul mare, una roba da fare accapponare la pelle. Una distrazione e gli pneumatici annaspano nel vuoto, mi sentirei tranquilla solo se fossi immune alle vertigini... Alla diramazione per la discarica, prima di optare per la carrabile a destra -quella lì da cacarsi addosso-, scendiamo un attimo dal nostro Fiorino Fiat per controllare i segnavia in legno dei sentieri e un improvviso refolo di vento ci spinge a tirare su di fretta il cappuccio della giacca. Giunti nella zona di Pietrabona parcheggiamo in un rientro della strada e prendiamo il sentiero n. 28 A. Sentendo il ghiaietto che scricchiola sotto i piedi e il vento che sibila e strapazza i rami di lentisco, di mirto e dei cespugli spinosi della ginestra inizio a respirare quasi normalmente. Il mio viso gongolante di gioia la dice tutta sul panorama smisurato che mi si para davanti: la vista si perde in un paesaggio marino mozzafiato, l’aria è così tersa che all’orizzonte si staglia nettamente la sagoma aguzza dell’isola di Montecristo, che emerge dall’acqua come se il Tirreno l’avesse appena partorita.

All’andata il cammino è tutto in discesa fino al faro a righe bianche e rosse e alle scogliere. Su un pianoro, invaso da un groviglio di fichi degli ottentotti dalle foglie carnose, ci sono due panche e un tavolo dove fermarsi per una colazione al sacco e nei paraggi si scorge una gradinata in pietra che porta giù al mare

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