Il figlio del governatore dell'Angola

E’ un pomeriggio terso e caldo sul pontile d’acciaio e legno del porto industriale di Broome. Un caldo spietato, che si può quasi palpare e ascoltare, così lontano dalle belle spiagge sabbiose dove i turisti si riuniscono all’ InterContinental dopo ...

  • di Adriano Boncompagni
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

E’ un pomeriggio terso e caldo sul pontile d’acciaio e legno del porto industriale di Broome. Un caldo spietato, che si può quasi palpare e ascoltare, così lontano dalle belle spiagge sabbiose dove i turisti si riuniscono all’ InterContinental dopo la siesta pomeridiana a parlare degli itinerari percorsi nel loro lungo girovagare australiano.

Parcheggio l’auto sullo slargo in terra battuta rossa all’entrata del pontile. C’è la mia ed altre tre o quattro auto; nessun turista, forse qualche pescatore sotto il ponte, o tra le scogliere lontane. Curioso che un paio di ragazzotti aborigeni si accaniscano così tanto e così impunemente per cercare di aprire le portiere di quelle poche auto. La mia esclusa, giacché mi hanno appena visto scendere. Per trovare poi che cosa: un po’ di giornali vecchi, un contenitore di polistirolo con i vermi per le esche, e forse due fette di pane a cassetta, una foglia di insalata, una di formaggio e un po’ di senape, tutto tenuto stancamente insieme dalla pellicola allentata dal caldo. Strani e vani tentativi di furto con scasso, così lontano da tutto. Un pontile a venti minuti di strada rossa e sterrata da Broome, e Broome poi soltanto un avamposto tropicale di poche centinaia di casa e una dozzina di alberghi finto-esotici a duemila chilometri a nord di Perth. L’ultimo fortino di poca civiltà prima di attraversare il grande nulla che la separa da Darwin, nel Territorio del Nord.

Il pontile è assolato, e l’aria sa di catrame e pesce marcio, di quella curiosa mistura che hanno le costruzioni appena fatte e che violentano con la loro presenza una natura marina prima intatta da millenni. Sicuramente un po’ più violentemente di quei due ragazzini aborigeni che sembrano volersi riprendere con la forza ma con poca convinzione e ancora minori aspettative quello che il ‘progresso’ gli ha strappato.

Vado verso il chiosco all’entrata del pontile. Più che un chiosco è una baracca appoggiata a ridosso della struttura del molo, quasi una garitta che sembra funzionare come punto di controllo di chi passa sul pontile. Parlo con il gestore, e mi dice che da mangiare può prepararmi un hamburger. Solo hamburger e patatine, dice, ma buoni.

Ha un accento forte quando parla inglese, e cerco di indovinare o almeno di immaginarmi da dove venga. Ha un’età indefinita, forse cinquant’anni, forse di più, una pelle scura, mediterranea, con due baffi folti e crespi. Ha braccia forti, piene di tatuaggi da galera più che da ragazzo che fa surf. Traspira quasi un’inquietante sensualità, ed è sicuramente quello che qui donne efebiche e asessuate chiamerebbero un macho, sia dagli atteggiamenti nel muoversi all’interno del chiosco che dal modo di parlare. Ci sono soltanto io lì dentro, in quella strana penombra che neanche sembra riparare dal sole, e mi immagino che il nostro uomo sia abituato a trattare gli avventori senza deferenza come se, più che gestire una baracca dove si preparano patatine fritte e qualcosa da mettere sotto i denti, fosse il presidente di una qualche repubblica delle banane sudamericana.

Si rintana nel retrobottega, dove seguo e suoni degli scartocciamenti fino a sentire sfrigolare l’hamburger sulla piastra. Ho chiesto hamburger the lot, cioè con tutto, insalata, formaggio, uovo fritto, fette di rape rosse, mostarda, cipolla e quanto altro. E’ dignitoso nel preparare da mangiare, e sembra prepararlo con l’orgoglio di chi sa che sta facendo qualcosa di apprezzabile e ne vuole la conferma. Tra il caldo fuori, e i fumi che arrivano dalla piastra, sembra di vivere quasi in un sogno strano, come se quella non fosse la realtà, come se fosse invece una rappresentazione allentata e onirica della realtà, preparata e ‘servita’ come per fare da sfondo a qualcos’altro. In maniera sicuramente impropria, ma questa atmosfera sospesa mi fa pensare al Martin Sheen che si prepara a partire nell’interno del Vietnam in ‘Apocalypse Now’. Anche se, lo so, qui siamo solo a Broome

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