A zonzo per l'Armenia con puntata a Tiblisi

Il crollo dell’Unione Sovietica ha sconvolto la cartina politica di Asia ed Europa, creando una serie di nuove nazioni in territori prima del tutto inaccessibili agli occidentali. L’anno scorso con Stefania avevo visitato le Repubbliche Baltiche, questa volta tocca al ...

  • di mapko64
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  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro

Martedì 26 giugno: Sisian – Yerevan – Ashtarak – Yerevan

La mattina il cielo è coperto e per terra è bagnato. Sono le sette e mezzo e poiché siamo a 1600 metri di quota fa fresco, tanto che devo sfoderare il maglione di cotone che stavo per rimandare indietro con Stefania. Nella piazza dei bus non c’è ancora nessuno ma dopo qualche minuto compaiono i primi passeggeri, insieme all’autista con i ciglioni dell’andata che mi saluta calorosamente. Appena arriva il minibus per Yerevan salgo a bordo, approfittando del calduccio per scrivere il diario. Incredibilmente compare un altro turista: è un ingegnere neozelandese con il quale scambio quattro chiacchiere. Mi racconta che ha saputo che in Armenia c’è molta criminalità organizzata, la mafia si è arricchita con i traffici illeciti. Ha girato in lungo e largo per la Georgia che preferisce all’Armenia.

Alla nove partiamo da Sisian ripercorrendo la strada dell’andata. Le nuvole nascondono le montagne limitando la visuale ai prati verdi dell’altopiano. Dopo mezzora superiamo il Vorotan Pass a 2344 metri e siamo nella regione del Vayots Dor. Mentre scendiamo per i ripidi tornanti, incrociamo un camion che giace inclinato poggiato su un pendio. In basso il tempo migliora e compare un pallido sole.

Viaggiare è essere liberi, conoscere il mondo e la gente. Tanto più assurde sembrano le guerre quanto più si conoscono i popoli! Il volto preoccupato di una mamma per il figlioletto che si sente male su un bus, non è forse lo stesso in tutto il mondo!? Sulla guida leggo che molte ragazze vogliono rifarsi il naso secondo i canoni occidentali. Che assurdità! Quanto sono belle le gobbe dei nasi sui volti armeni! Il bambino non sta bene e ci fermiamo di nuovo. Provo ad offrire un Travelgum, spiegando a gesti la sua utilità ma l’offerta è declinata. Il ghiaccio è rotto e il tipo che mi siede accanto mi chiede da dove vengo; appena scopre che sono italiano mi fa capire che italiani e armeni sono simili, hanno gli stessi volti. Rispondo che è vero, siamo entrambi cristiani (“Cristos, Katolikos”) ma lui mi ribatte che ciò che ci accomuna è la mafia e mi fa segno di tacere! Lo osservo meglio: l’anellone al dito, il completo gessato e il modo di fare m’inducono il sospetto che si tratti di un boss locale!

Procediamo più spediti rispetto all’andata, poiché molta strada è in discesa e il minibus non è pieno. Il Vayots Dor mi sembra più brullo dopo le verdi praterie, stile Mongolia, del Syunik. Arrivati nella piana dell’Arax il tempo migliora ancora e verso Yerevan si scorge il sereno. Una coltre di nuvole bianche nasconde ancora i due picchi dell’Ararat mentre le parti più basse sono illuminate dalla luce del sole.

Yerevan si avvicina e il “padrino” si dà una rinfrescata con un profumo in uno stick a forma di penna. Ormai splende il sole e il Masis si è liberato dalle ultime nuvole che ancora avvolgono il Sis, suo fratello minore. A mezzogiorno e un quarto siamo arrivati a destinazione alla Kilikia Station; una corsa con il minibus 68 mi porta in Piazza della Repubblica.

Questa volta sono alloggiato nel lussuoso Congress Hotel, dove ho prenotato una stanza in offerta su internet. Il pomeriggio decido di fare una gita ad Ashtarak, rinunciando però a raggiungere la fortezza di Amberd sulle pendici dell’Aragat, il monte più dell’Armenia. I minibus partono vicino al mercato coperto e impiegano solo mezzora. La corsa dovrebbe terminare ad Ashtarak ma attraversando una cittadina mi viene un sospetto; riesco a farmi capire e scopro che sono arrivato ma il minibus prosegue perciò mi affretto a scendere subito. Tornato nella piazza centrale mi affido al solito taxi, scegliendo un signore anziano dall’aspetto tranquillo. Voglio visitare i monasteri lungo la gola del Kasagh e mi accordo per 4000 dram. Per primo raggiungiamo il paesino di Mughni, alla periferia di Ashtarak, dove sorge la chiesa rinascimentale di San Giorgio. L’edificio, circondato da un giardino, è caratterizzato dal contrasto cromatico tra il basalto e il tufo. Al suo interno si trovano interessanti affreschi.

Ripartiti, raggiungiamo il monastero di Hovhannavank, a picco sulla gola. L’alternanza di pietra rossa e scura gli conferisce un aspetto particolare. La facciata ha una curiosa finestra centrale, divisa da una colonna mentre la porta si addice più a un cantiere che a una chiesa. Colonnine con arcate cieche trilobate alleggeriscono la facciata. Il gavit presenta una cupola con archetti aperti ed è particolarmente luminoso per gli standard armeni. L’ingresso della chiesa principale è racchiuso da decorazioni a bassorilievo mentre nella lunetta Gesù benedice cinque personaggi alla sua destra e caccia cinque personaggi alla sua sinistra; qualcuno li ha identificati con le vergini sagge e pazze, nonostante le barbe! La chiesa è meno bella del gavit con l’alta cupola ricostruita e una sola abside; particolari le stanze angolari su due piani, il secondo accessibile con una scala esterna. Tornando nel gavit, noto i numeri sui blocchi delle pareti, segno delle passate ricostruzioni. Sono in corso dei restauri e la chiesa più vecchia risalente al V secolo purtroppo è chiusa (il resto delle costruzioni è del duecento).

Al monastero di Saghmosavank, opera sempre duecentesca, ritorna il gavit buio tipico dell’Armenia, preceduto da un portale decorato che sembra quello di una moschea. La chiesa molto piccola ha il pavimento coperto da tappeti. In una stanzetta angolare sono appese vesti bianche e rosse di foggia antica. Nella libreria un’abside piccola e delicata, una sorta di conchiglia, presenta angeli affrescati e scolpiti sull’arco in alto. Il monastero come il precedente sorge sull’orlo della gola scavata dal Kasagh nella piana e la vista è particolarmente bella, con il canyon formato da gradoni di roccia coperti d’erba.

Tornato ad Ashtarak, chiedendo in giro raggiungo la graziosa chiesetta di Karmravor; risale al VII secolo e presenta pareti di tufo e tetto di tegole. In piccolo ha tutti gli elementi delle chiese armene: quattro braccia laterali e un timpano ottagonale con cupola. Nel prato intorno ancora una volta posso ammirare splendide khatchkar. Sopraggiunge il vecchio custode; l’interno è affascinante nella semplicità della pietra e la ristrettezza dell’ambiente. Curioso il collegamento elettrico dell’edificio: due fili si diramano da un palo della luce ed entrano da una finestrella. Servono per alimentare il lampadario, unica nota stonata dell’interno.

A Yeravan la sera ceno di nuovo al Beirut, a due passi dall’albergo.

Mercoledì 27 giugno: Yerevan – Tbilisi

La mattina il tassista per portarmi alla Kilikia Station mi spara 1000 dram ma gli ribatto che la volta scorsa ne ho pagati 600 e tengo duro sul prezzo. Sono le sette meno un quarto e all’autostazione ci sono solo i minibus per Stepanakert in Nagorno Karabah e per Tbilisi. L’autista mi chiede se sono iraniano, evidentemente devo essere molto abbronzato! Il solito caffè freddo e sono pronto per la partenza. Alcune giovani passeggere sono eleganti e perfettamente truccate, come sempre. Approfitto dell’attesa per ripassare un po’ di cirillico, visto che l’alfabeto georgiano è più incomprensibile di quello armeno!

Partiamo puntuali alle sette e mezzo. Una signora inforca gli occhiali e sfodera un libro. Dopo le lettere ad “acquedotto” degli armeni, il georgiano mi sembra una serie di pallini con svolazzi. Viaggiamo da un’ora quando la giornata limpida consente di ammirare le vette rocciose dell’Aragat, in parte coperte di neve. Riattraversiamo il verde pianoro dell’Aragatsotn e superato il passo Pambak siamo nella regione di Lori. Rivedo Spitak, ricostruita dopo il terremoto, con la chiesa moderna in stile tradizionale e la piazza principale circondata da edifici di pietra rosa, nuovi di zecca. Dopo le nove le ciminiere annunciano Vanazdor. Proseguiamo nella gola del Debed in alcuni tratti molto bella, con le boscose pendici delle montagne e il fiume in basso, ma rovinata in molti punti dalle opere dell’uomo. Nel bus nessuno parla e l’unica compagnia è l’autoradio che trasmette musica senza interruzione. Riecco il camion che funge da distributore di gas. Prima di Alaverdi ci fermiamo per una sosta, in un “punto di ristoro” lungo la strada che corre ormai a fianco delle acque del Debed. L’autista si accomoda a un tavolo e vengono preparati degli spiedini cotti alla brace mentre io mi limito a mangiucchiare i dolcetti acquistati a Yerevan, visto che sono le dieci ed è un po’ presto per il pranzo.

Ripartiamo; la gola è deturpata da fabbriche abbandonate e ponti arrugginiti ma la natura a tratti ha la meglio fornendo scorci suggestivi. Compaiono gli assurdi condomini di Alaverdi, collocati addirittura in cima alla gola, seguiti da una pestifera ciminiera. La funivia raggiunge in alto Sanahin mentre il vecchio ponte di pietra rappresenta una nota piacevole in mezzo a tanto squallore, subito seguito da un’immensa fabbrica abbandonata. Alle undici superiamo il bivio per Aktala, il punto più a nord raggiunto la volta scorsa, e dopo un quarto d’ora siamo al confine.

La procedura per passare in Georgia dura più di un’ora, non senza qualche intoppo. Scendiamo dal minibus che passa rapidamente dall’altra parte e ci mettiamo in fila. Sul mio passaporto non c’è il visto armeno poiché ho fatto un e-visa su internet. Arrivando all’aeroporto di Yerevan esiste, infatti, questa comoda possibilità. Il problema è che adesso sto lasciando il paese da un valico terrestre e il poliziotto rimane interdetto dall’assenza del visto sul passaporto. Per fortuna ho una stampa del visto elettronico. Ormai tutti i miei compagni di viaggio sono passati mentre io vengo indirizzato a un secondo sportello, dove c’è un funzionario più alto in grado, che si tiene la mia stampa timbrandola e alla fine mi concede il timbro in uscita. Al punto di confine georgiano la situazione s’inverte: io passo senza problemi, per gli italiani non serve più il visto, mentre due russe sono sottoposte al terzo grado, a causa dei critici rapporti tra i due paesi. Mentre siamo in fila una passeggera “scopre le carte”, parlandomi in inglese: è una giornalista armena e sta andando a Tbilisi per interviste ufficiali sui problemi della numerosa comunità armena.

Finalmente ripartiamo; in Georgia, oltre il confine, si apre una vasta piana coltivata. Attraversiamo alcune cittadine mentre la campagna appare più brulla che in Armenia. Dopo una discesa ecco apparire alti condomini, segnale inconfondibile di una città sovietica. E’ Tbilisi. All’una e venti, ad un’ora dal confine, arriviamo a destinazione alla stazione dei bus di Ortachala.

Un anziano tassista si offre subito di accompagnarmi con la sua vecchia macchina arrugginita. Per sei lari mi porta alla Georgian House, vicino alla nuova cattedrale. L’ampia camera è piacevole con una porta altissima e bel mobilio. Alla reception mi spiegano che non posso pagare in euro ma solo in dollari o lari, perciò dovrò cambiare più soldi.

Il pomeriggio mi dedico a un primo giro della città. Il centro si trova sulla sponda destra del Mtkavari, allungato nel poco spazio tra il fiume e le colline. Attraversato il ponte, dominato dalla vecchia Metheki e dalla statua di Gorgasili, si raggiunge la città vecchia con i vicoli riempiti dai tavolini dei caffè. Dopo i viali di Yerevan è una piacevole sorpresa che mi riporta alle atmosfere delle città europee. Raggiungo Piazza della Libertà, dominata al centro dalla colonna con la statua dorata di San Giorgio che uccide il drago. Dalla piazza parte Rustaveli, il viale principale della città ottocentesca. Il Palazzo del Parlamento, teatro di sanguinosi scontri dopo il crollo del comunismo reca due segni dei tempi nuovi: lo stemma sopra l’ingresso privato della falce e martello e la bandiera dell’Unione Europea che sventola accanto a quella georgiana! La prima impressione di Tbilisi è quella di una città molto diversa da Yerevan: passeggiando nella città vecchia per le stradine animate dai caffè e circondato dagli eleganti edifici di Rustaveli, quasi mi dimentico di essere in una città ex-sovietica. Le chiese sono molto più numerose che a Yerevan, segno della fede ortodossa comune con i russi. Lungo Rustaveli, nella bianca Kashaveti ritrovo l’iconostasi e i fedeli che si fanno tre volte il segno della croce “al contrario”, pregando estasiati davanti alle icone. In compenso i mendicanti sono numerosi; sono gli sfollati delle tante guerre degli ultimi decenni. Rustaveli potrebbe essere il boulevard di una capitale europea occidentale. Ci sono persino gli autobus; incredibilmente mancano invece i semafori e i pedoni se non vogliono usufruire dei lontani sottopassi devono buttarsi tra le auto scatenate. Una lunga passeggiata mi conduce al parco di Vera; il panorama sul fiume e la sponda sinistra, dominata dalla nuova cattedrale con il tetto luccicante d’oro, conferma la prima impressione: non si vede nessun palazzone di stampo sovietico.

La Lonely Planet è decisamente obsoleta. Per cena finisco all’Hangar Bar, un pub nella città vecchia che ha sostituito un caffè georgiano. Sono circondato da chiassose tavolate di americani; il menù è quello classico da pub con hamburger a volontà. Scelgo la soluzione meno peggio: zuppa piccante di pomodoro e funghi ripieni di formaggio. Il risultato non è male.

Non credevo che Tbilisi fosse così bella e la notte è ancora più affascinante. Passeggiando dopo cena ammiro scorci suggestivi, favoriti dal paesaggio di colline: alti sulla sponda destra la fortezza con la chiesa illuminata, la Madre Georgia, la torre della televisione, mentre sull’altro lato splendono la vecchia Metheki, la nuova cattedrale e una moderna cupola trasparente. Nella città vecchia le chiese illuminate sbucano affascinanti da vicoli scuri che si alternano ad altri riempiti dai tavolini dei caffè.

Giovedì 28 giugno: Tbilisi – Metskheta – Tbilisi

Una corsa in metropolitana mi porta alla stazione degli autobus di Didube. Nel vasto piazzale ci sono centinaia di minibus e le destinazioni sono scritte solo in georgiano. Neppure la mia “conoscenza” del cirillico può aiutarmi. Non mi resta che chiedere in giro e fare avanti e indietro seguendo le indicazioni. Alla fine trovo il minibus per Metskheta e acquisto il biglietto a uno sportello. La cassiera mi domanda qualcosa che io interpreto come “biglietto andata e ritorno” (due lari)!? Salito sul minibus arriva una signora che mi chiede in inglese se volevo un biglietto oppure due. Mi hanno fatto due biglietti perciò prende lo scontrino e mi porta indietro il resto di un lari!

Attraversando la periferia di Tbilisi, i condomini mi appaiono in buone condizioni, addirittura con facciate dipinte a colori vivaci. Anche nella piazza di Avlabari, vicino all’albergo, l’enorme condominio è ingentilito da fiori finti ad ogni balcone.

Metskheta, la vecchia capitale, si trova a una ventina di chilometri da Tbilisi. La cattedrale di Sveti Tskhalevi, la più grande della Georgia, è circondata da un vasto quadrilatero di mura turrite. L’imponente edificio è dominato dal tamburo della cupola mentre archi ciechi ingentiliscono la massa di pietra. La facciata presenta un bell’effetto “telescopio” di corpi sporgenti: il portico, il nartece, la chiesa e il tamburo della cupola in alto. Sulla facciata posteriore un bassorilievo rappresenta un’aquila e un leone. Il vasto interno a tre lunghe e alte navate è chiuso da un’abside con un gigantesco affresco di Cristo Pantocratore. Nella navata destra una cappella è la copia in piccolo del Santo Sepolcro di Gerusalemme, con una porticina, due finestrelle e un tamburo ottagonale con cupola, mentre sul pavimento della chiesa si notano le lastre tombali degli ultimi re georgiani. La nota più interessante sono in ogni caso gli affreschi. In fondo alla navata destra un grande Giudizio Universale raffigura a sinistra l’inferno con vari mostri tra cui una bestia con sei teste su lunghi colli, una tigre con il volto di donna e alcuni draghi, al centro Cristo circondato dai santi e dai segni dello zodiaco e infine a destra i beati, una serie di nobili coronati elegantemente vestiti. Anche un’edicola è coperta di affreschi: sopra le quattro pareti si leva una loggia culminante a punta con un modellino di chiesa. Tra gli affreschi ritrovo Gesù che solleva Adamo ed Eva dalle tombe, un re e un prelato con il cappello piatto che si scambiano un libro davanti a una chiesa; altre scene recano re e soldati dai volti scalpellati. La chiesa è frequentata da alcuni fedeli: le donne con un fazzoletto sulla testa pregano baciando le icone e accendendo candele. In un angolo è in corso una cerimonia: un prete, con una lunga barba e i capelli legati, benedice le offerte, cibo e bevande in bottiglie di plastica. Poi spruzza i fedeli d’acqua con un pennello gigante. Una donna bacia un pilastro della chiesa, un uomo la croce al collo del pope.

Lasciata la cattedrale, raggiungo la chiesetta di Antiopi alla confluenza dei due fiumi che attraversano Metskheta. Il piccolo edificio ha un aspetto antico, rovinato all’interno dagli affreschi appena ridipinti. Una suora vestita di nero siede nella cappella lavorando all’uncinetto. Metskheta appare piacevole con le sue basse casette dai tetti di tegole e le boscose montagne che la circondano. Raggiungo il museo locale, dove il mio arrivo suscita una notevole sorpresa. L’esposizione è piccola ma non priva di spunti interessanti. Dopo una serie di punte di lance, pugnali e vasi di coccio delle età del bronzo e del ferro, una vetrina espone una grossa cintura rituale di bronzo con volute incise. Una statuetta stilizzata di un cavallo con quattro ruote proviene da un cimitero del XIV secolo a.C. Il pezzo più bello è una cintura rituale del VIII sec. A.C., un groviglio di animali incisi, cervi con corna e dorso a pallini, altri animali fantastici. Una statuetta di bronzo di un cervo dalle lunghe corna (VIII sec.) mi ricorda lo stile ittita mentre un bel pettorale è formato da piccoli calici di bronzo, una volta tenuti insieme da fili ormai scomparsi.

Attraversata la piazza, raggiungo la chiesa di Samtavro frequentata solo da donne che pregano davanti alle icone; nel cimitero un gruppo di persone cura i fiori sulla tomba di un pope. La chiesa a pianta quasi quadrata è dominata dall’alta cupola che reca tracce di affreschi, con le pareti in pietra bianca. Esternamente il tamburo è ricoperto da bassorilievi mentre in un angolo del giardino sorge una cappella, sul luogo dove pregò Santa Nino.

Una passeggiata lungo la statale, sotto un sole cocente, mi conduce alle rovine della fortezza costruita su una collina a ridosso del fiume. Non c’è anima viva e all’ingresso due cani mi fanno desistere da altre esplorazioni.

Sulla sponda del fiume opposta a Metskheta sopra una collina si scorge la chiesa di Jvari, amatissima dai georgiani. L’unico modo per raggiungerla è una corsa in taxi (15 lari). Dall’alto il panorama è fantastico: si domina la confluenza dei due fiumi con le acque verde pallido in contrasto con le boscose montagne. La città, con le basse casette dominate dalla cattedrale, è adagiata nella piccola piana mentre in lontananza, oltre la fortezza, spicca un quartiere di condomini dipinti a colori vivacissimi. Jvari è costruita in tufo con il tetto di tegole ed ha il classico schema a croce greca. L’interno spoglio trasuda antichità per la ruvidezza della pietra. Tra le quattro absidi si trovano archi per l’accesso alle stanzette angolari mentre un crocefisso moderno di legno è posto esattamente nel mezzo, sopra un altare esagonale in pietra. Questa volta i fedeli sono tutti uomini. E’ strano vederli farsi tre volte il segno della croce davanti al panorama, pregando verso la cattedrale. Tornato nella piazza di Metskheta prendo al volo un affollato minibus che mi riporta a Tbilisi.

Il pomeriggio riprendo la visita della capitale. Nella piazza Gorgasili davanti al ponte di Metheki sorge la cattedrale armena, malridotta e circondata da fatiscenti case che le sono a ridosso. L’interno, con il pavimento tristissimo e le mura scure, conferma l’impressione. Sulle tombe riconosco l’alfabeto armeno. Uscendo non posso fare a meno di notare il contrasto con la nuova cattedrale che risplende in lontananza. Raggiungo le terme, già apprezzate da Dumas, per le quali la città è famosa da secoli (“tbili” in georgiano significa caldo). Le cupolette color argilla, con i buffi comignoli a quattro archetti, formano uno scorcio originale, completato in un angolo della piazza dalle maioliche della moschea. Tornato nella città vecchia percorro i vicoli tra Lesidzen e il lungofiume invasi dai tavolini dei caffè. La statua di bronzo di un tizio che regge un calice non è la solita scultura moderna stilizzata ma la copia di un originale del VII secolo a.C., scoperto nella Georgia occidentale. In poche decine di metri convivono edifici di varie religioni: la sinagoga, una chiesa armena sconsacrata con una preoccupante crepa e la chiesa ortodossa di Jvaris Mama al cui interno gli affreschi sono stati appena ridipinti. Il signore che mi accompagna nella sinagoga, arredata con alti banchi, mi spiega che a Tbilisi ormai sono rimasti solo 500 ebrei. Proseguendo nella passeggiata attraverso la città vecchia, raggiungo Ankishati. L’interno con la molteplicità degli stili dimostra l’antichità della chiesa: le pareti grezze sono formate da grossi blocchi di pietra, le quattro colonne massicce da mattoni, mentre gli affreschi rovinati sono di difficile lettura e le icone nuove di zecca. Anche la facciata è parte in pietra e parte in mattoni. La cattedrale di Sioni, centro della religiosità georgiana, mi appare invece fredda insieme all’incongruo campanile neoclassico culminante con una cuspide nordica, sull’altro lato della via. Anche l’interno con gli affreschi anneriti non è bello. Il crocefisso di Santa Nino di Cappadocia è fissato su una roccia mentre al centro della navata, come in altre chiese, è collocato un pomposo seggio di legno.

Per cena mi reco allo Dzvelo Metheki scenograficamente collocato ad Avlabari, affacciato sul fiume e la città vecchia. Il locale è vuoto e la cena deludente. Per consolarmi raggiungo Rustaveli in metro. Il palazzo del Parlamento è illuminato da luci che cambiano colore. Forse tutto ciò non si addice molto a un luogo istituzionale ma l’effetto è gradevole e allegro; serve anche per sdrammatizzare i tragici avvenimenti di cui è stato teatro negli ultimi decenni.

Venerdì 29 giugno: Tbilisi – Gori – Tbilisi

I georgiani non hanno il senso degli affari con i turisti. A Tbilisi non esiste un ufficio del turismo e del resto i visitatori mi sembrano quasi del tutto assenti; al contrario ci sono diversi stranieri presenti per lavoro. Sono due giorni che chiedo all’albergo di organizzarmi una gita a Davit Gareja. Gli armeni della Hyur Service si sarebbero fiondati sulla preda mentre i georgiani non sembrano molto interessati. L’ultima versione è stata quella di rivolgermi all’ufficio situato nell’albergo che apre solo alle undici. Cercherò quindi di stimolarli ancora al mio ritorno da Gori.

Didube ha il classico aspetto delle stazioni del terzo mondo: la confusione è accresciuta dalla presenza delle bancarelle del mercato. I venditori ambulanti si avvicinano ai minibus cercando di convincere i viaggiatori ad acquistare la merce. Anche oggi non mi resta che chiedere in giro per individuare il minibus per Gori. Partiamo alle nove e mezzo e dopo essere passati sotto la Jvari vicino Metskheta, proseguiamo in un’ampia vallata densamente popolata. Siamo sulla direttrice che porta in Turchia come testimoniano i TIR di Trabzon che sorpassiamo.

Dopo un’ora raggiungiamo Gori, la città natale di Stalin, dove la storia sembra essersi fermata 50 anni fa. La via principale è intitolata a Stalin e davanti all’imponente municipio si trova ancora la statua del leader imbacuccato nel suo cappotto. D’altra parte se tutto ciò è concepito per attrarre qualche turista, il tentativo sembra miseramente fallito poiché in giro ci sono solo io. Il museo dedicato a Stalin (15 lari l’ingresso) suscita una strana impressione. L’esposizione presenta la sua vita come quella di un personaggio famoso, tacendo i crimini di cui si rese autore. S’inizia dall’infanzia, percorrendo tutta la “carriera” politica: si passa dalle varie prigionie con le relative evasioni, alla rivoluzione, proseguendo con il raggiungimento del potere fino alla morte con la lugubre maschera funebre. La mia accompagnatrice illustra le numerose foto, tra cui una curiosa con un giovane Stalin “scapigliato” e i numerosi regali, quasi tutti da parte di paesi comunisti anche se non mancano un paio di minuscoli zoccoli di legno dall’Olanda. Sembra di vedere un’istantanea del passato, ferma a 50 anni fa, che ignora tutto quello che è successo dopo. Di fronte al museo la piccola casa dove nacque Ioseb Jughashvili (ma sarà poi vero!?) è stata racchiusa da un padiglione neoclassico come per proteggere una reliquia. La guida sostiene che gli arredi del “monolocale” sono originali; il messaggio che si vuole trasmettere è quello di un uomo nato povero, asceso alla grandezza assoluta. Un’altra curiosità è costituita dal vagone ferroviario utilizzato da Stalin per raggiungere la conferenza di Postdam alla fine della seconda guerra mondiale. Il lussuoso interno non manca di un elegante salottino.

L’unico altro elemento interessante di Gori è la fortezza merlata, che domina la città dalla collina in centro. Arrivato in cima naturalmente trovò il portone chiuso. Il romano Pompeo arrivò fin qui assediando l’antenata dell’attuale fortezza medievale. Vicino Gori si trovano anche le rovine della città rupestre di Uplistsikhe ma devo rientrare a Tbilisi per definire una volta per tutte la gita a Davit Gareja e del resto non avrei voglia di visitare un sito da solo sotto il sole cocente. Ormai è l’ora di pranzo e alla stazione dei bus di Gori le venditrici ambulanti gridano “kachapuri, kachapuri!”.

A Tbilisi in albergo mi accordo rapidamente per l’escursione di domani. L’ufficio della Exo Tours si trova al piano terra, a fianco del ristorante. Chiedo il minimo indispensabile, cioè l’auto con conducente ma senza aria condizionata e guida; dai 100 dollari iniziali riesco a scendere a 120 lari (circa 70 dollari).

Anche oggi posso dedicare il pomeriggio ai miei giri per Tbilisi. Ne approfitto per visitare il museo storico nella città vecchia. Alcuni reperti risalgono al 2500 a.C. Ma l’elemento più interessante sono le riproduzioni di stampe d’epoca e le vecchie foto, incluse le cartoline di una città ormai scomparsa. Curioso il modellino di un tram a cavallo e interessanti le ricostruzioni dei negozi d’inizio novecento. Al primo piano una bella mostra fotografica è dedicata ad avvenimenti e personaggi degli ultimi anni. Un’altra sala invece espone vecchie foto ingiallite, che ritraggono monasteri, uomini e donne di varie etnie in costumi tradizionali. Alcune foto mostrano Tbilisi allagata da un’alluvione. Tornando verso l’albergo visito la chiesa di Metekhi, davanti alla quale sono passato ormai tante volte. Alta su una roccia a picco sul fiume è affiancata dalla statua equestre del re Gorgasali, il padre della Georgia vissuto nel V secolo. Il sito ha subito molte vicissitudini e oggi non c’è traccia del palazzo reale che vi sorgeva. La chiesa esternamente ha un aspetto antico, grazie alla pietra lasciata grezza, mentre all’interno è tristemente tinteggiata forse a causa del suo utilizzo come teatro in epoca sovietica.

Finalmente questa sera al Puris Sakli, sul lungofiume vicino le terme, riesco ad ottenere una vera cena georgiana a base di chikhirtma (brodo con pollo bollito) e chakapuli (carne in umido con prugne e verdure), accompagnati dalla birra Kazbegi.

Sabato 30 giugno: Tbilisi – Davit Gareja – Tbilisi

Oggi ho in programma la visita al monastero di Davit Gareja. La mattina alle otto e mezzo parto in compagnia di un dipendente dell’albergo che parla inglese. La Ford Astra non sembra male ma invece i problemi iniziano subito: dopo alcune decine di chilometri l’acqua del radiatore comincia a bollire. L’autista la rabbocca e misteriosamente il problema si risolve. Raggiungiamo la città di Sagarejo, lasciando poi la strada principale verso sud. Attraversiamo un paesaggio di colline verdissime ma l’autista mi spiega che con il caldo fra un po’ assomiglierà al Sahara. Poco prima del monastero incrociamo due soldati armati di mitra e gli diamo un passaggio! Il confine con l’Azerbaigian è dietro l’angolo.

Il monastero di Davit Gareja è formato da un insieme di costruzioni in pietra e di grotte adattate ad abitazione dai monaci. L’aspetto del complesso è affascinante mentre gli interni sono di scarso valore, probabilmente poiché i sovietici utilizzarono il monastero come bersaglio per le esercitazioni di tiro dell’artiglieria! La visita è molto rapida anche perché non posso accedere alla sezione abitata dai monaci, nemmeno ripristinando i pantaloni lunghi. Una faticosa ascesa mi porta in cima alla montagna dietro il monastero. Siamo proprio al confine con l’Azerbaigian e la vista spazia sul “mondo islamico”, un verde paesaggio completamente vuoto. Sul lato georgiano, oltre le costruzioni in pietra di Davit Gareja e le dimore del monaci ricavate nella roccia, in fondo alla vallata curiose collinette con vari colori, sembrano i residui di antiche dune di sabbia. In cima si trova una cappella e un gruppo di georgiani mi ha preceduto nella scalata. Al suo interno, una giovane è prostrata per terra, assorta nella preghiera. Il semplice edificio ha due ambienti, il secondo scavato nella roccia. Il sentiero prosegue appena sotto la cima lungo il crinale azero, ricoperto di fiori (molto belli alcuni gialli dalle grosse corolle). Le donne ne raccolgono dei mazzi. Il sentiero segna proprio il confine tra i due paesi e nulla impedisce di sconfinare! Nella roccia si aprono anfratti in passato utilizzati come rifugi dai monaci; alcuni presentano affreschi molto rovinati. Raggiungo un complesso più grande. Il primo ambiente è quasi completamente franato ma sopravvive un angolo con una parete arcuata sulla quale sono affrescate varie scene: si distinguono santi e re, angeli e scene evangeliche. Il secondo ambiente forse era un refettorio, vista la presenza di banchi tutto intorno. Sul soffitto quattro angeli reggono uno stemma con una croce; sulle pareti affreschi, sempre molto rovinati. Superata una chiesetta con abside (chiusa), un trespolo di tubi arrugginiti segna il punto più alto dal quale la vista spazia su entrambi i lati, georgiano ed azero. Nel frattempo scuri nuvoloni avanzano minacciosi e mi affretto a concludere la passeggiata tornando al monastero.

Dopo un picnic a base di kachapuri, pomodori e cetrioli, ripartiamo per il percorso di ritorno ma subito ricominciano i problemi. L’acqua riprende a bollire e ci fermiamo continuamente per rabboccarla. Il driver smonta qualche tubo e il termostato ma senza ottenere nulla. Spesso viaggiamo in discesa con il motore spento. Arrivati a Sagarejo passiamo prima da un gommista per farci sistemare un pneumatico e poi da un meccanico. Nell’officina il padrone gioca tranquillamente a backgammon con gli amici mentre tutto il lavoro è nelle mani di due ragazzotti, con le mani nere di morchia. Il più esperto smonta vari pezzi eliminandone uno (il termostato!?); poi rimonta tutto ingrassando le parti. Naturalmente il problema persiste ma un’altra operazione (elettrica o meccanica?!), legano qualcosa, sembra risolutiva. Ripartiamo e lo sfortunato driver nonostante la preoccupazione di danneggiare la macchina decide lo stesso di tirare dritto fino a Tbilisi. Nel frattempo si scatena anche un nubifragio. Arrivati sani e salvi in albergo apriamo il cofano e l’acqua naturalmente continua a bollire: l’unico effetto della riparazione è stato impedire alla lancetta della temperatura di andare sul rosso!

La gita mi è costata 120 lari ma il percorso, contrariamente a quanto afferma l’obsoleta Lonely Planet, non è peggiore rispetto ad altre gite. La soluzione migliore a posteriori sarebbe stata prendere un taxi, più economico e affidabile. Il problema è che l’Hotel Georgian House si appoggia a un’agenzia e quindi è impossibile farsi chiamare un taxi da loro, come avevo fatto per l’escursione a Tatev da Sisian.

Tbilisi è allagata dalla pioggia torrenziale. Per cena scendo in centro in metro e raggiungo il “Tblisuri”. Il locale è semideserto ma non manca la musica dal vivo; la cucina invece è sprovvista di molte scelte del menù e devo quindi ripiegare sul kebab e sulle khinkali, le tipiche polpette speziate georgiane.

Domenica 1 luglio: Tbilisi

La nuova cattedrale è diventata un elemento dominante nel paesaggio di Tbilisi. Sorge su una collina dietro il mio albergo, nel quartiere di Avlabari. E’ imponente, costruita in pietra beige, e culmina nel tamburo con il tetto dorato a punta. Tutto intorno sorge una vasta piazza, oggi piena di gente, soprattutto giovani. Vista frontalmente la cattedrale forma una strana prospettiva, stile matrioska, come se tre chiese sempre più grandi si trovassero una dietro l’altra, sormontate dall’alto tamburo. Il vasto interno è di un bianco candore, ancora nudo per la mancanza di decorazioni. E’ domenica e una folla converge verso la chiesa; sopraggiunge un’auto blu che scarica l’anziano patriarca davanti all’ingresso. Non riesco a capire se oggi si celebra qualche cerimonia particolare, anche perché mi sembra che da ieri le campane suonino a morto!? La chiesa è stracolma di fedeli, per la maggior parte giovani. Le donne hanno il capo coperto da fazzoletti colorati. La cerimonia ha inizio con il patriarca che bacia le icone e prosegue con una messa cantata senza che io riesca a capire molto. Molti recano candele accese ma l’atmosfera è molto informale con gente al cellulare e chierici con la videocamera, anche perché nella cerimonia i fedeli non hanno nessun ruolo attivo. Si procede tra canti e spostamenti dei pope tra il trono collocato al centro della navata e lo spazio davanti all’iconostasi, anche se la maggior parte della cerimonia si svolge nell’abside nascosta dall’iconostasi. Dopo un’ora e mezzo non ho nemmeno capito se la messa vera e propria è iniziata e desisto dal rimanere ancora. Nel vedere un popolo così religioso, che si fa tre segni della croce ogni volta che scorge una chiesa, il pensiero va al comunismo che regnava solo qualche anno fa e all’imprescindibile desiderio di trascendenza che l’umanità di oggi sembra esprimere ad ogni latitudine.

Lasciata la cattedrale, attraverso un quartiere di palazzi decrepiti e cadenti che mi riporta bruscamente alla cruda realtà post sovietica. Scavalco il Mtkavari su un ponte allietato dalla curiosa statua di un fotografo longilineo. Ancora un po’ di pioggia e le acque bionde del fiume potrebbero straripare! Raggiungo il mercato domenicale delle pulci per nulla turistico. E’ in vendita di tutto: servizi di tazzine, transistor, cimeli della vecchia Unione Sovietica comprese collezioni di francobolli, ferri da dentista.

Per pranzo raggiungo piazza della Libertà dove si trova una spartana tavola calda vegetariana, l’ottimo Caffè Lotus; assaporo un pasticcio di riso, patate e melanzane e un ciambellone alla banana, accompagnati da un succo. A poche decine di metri si trova il Museo Artistico Statale della Georgia. In una sala c’è una mostra sui ricami, con alcuni bei mitra coperti di perle, pietre preziose e medaglioni con figurine di apostoli ed angeli. Tutto intorno, arazzi di seta finemente ricamati. Un’altra piccola sezione espone una mummia egizia, insieme a quadri ottocenteschi con donne dai grossi ciglioni in costumi tradizionali. Tutto il resto è chiuso e gli ambienti versano in condizioni pietose.

Le mie esplorazioni della città si concludono con l’ascesa alla collina della fortezza, non prima di avere attraversato alle sue pendici un quartiere di case devastate. Dalla cima si domina tutta Tbilisi. Sulla sponda opposta la cattedrale appare un gigante rispetto alle costruzioni circostanti: solo ora mi rendo conto di quanto sia alta. Anche il condominio della piazza di Avlabari non è da meno, un mini “corviale” georgiano! Le coppiette cercano i punti più spericolati, appollaiandosi su torri a precipizio. Alla mia sinistra la statua della madre Georgia veglia la città brandendo una spada e una coppa di vino, il vecchio concetto del bastone e la carota. In basso le acque del Mtkavari sono bionde come non mai mentre la città vecchia è dominata dal color ruggine dei tetti in lamiera con le chiese che fanno capolino qua e là.

Tornato in piazza Rustaveli non mi sfugge il contrasto tra il grosso Mc Donald e l’accademia delle scienze, ancora dominata dalla stella comunista. Come sono cambiati i tempi! Sono migliorati? Difficile dirlo: per i mendicanti nei sottopassi certamente no, ma per tutti gli altri? Lo stipendio medio si aggira sui 500 lari (200 euro) con una forte disoccupazione ma c’è la libertà e nessuno muore più per le sue idee, forse!? Sicuramente c’è la speranza, non ultima quella religiosa e ciò aiuta molto. La Georgia ha bisogno di sentirsi accetta dai potenti del mondo: addirittura ha intitolato una strada a George Bush e davanti al Parlamento sventola la bandiera dell’Unione Europea. Presto, o meglio prima o poi, al posto del prestigioso museo statale aprirà un museo dedicato all’occupazione sovietica, altro segno della rottura con il passato. Cosa penserà Rustaveli, il bardo nazionale, sotto la cui statua scrivo queste note? Ne ha viste tante: in fin dei conti il comunismo è stato una moda passeggera, ora sono tornati i pope e la gente ad ogni occasione si fa tre volte il segno della croce.

Le sere passate a Tbilisi ho percorso chilometri alla ricerca dei ristoranti segnalati dalla Lonely Planet, spesso chiusi oppure introvabili. Questa volta invece faccio centro al primo colpo: il Paradise Lost si trova di fronte a Mc Donald a 50 metri dalla fermata Rustaveli della metro e il menù è pieno degli introvabili piatti tipici georgiani. Non sono ancora le otto e sono l’unico cliente, a parte un paio di persone che bevono birra. Ancora non sono riuscito a capire quali sono gli orari dei georgiani per la cena; sicuramente è strano per loro che una persona si presenti da sola. Il cameriere parla inglese e il locale è piacevolmente arredato con luci soffuse e foto di attori. La cena è grandiosa: matsoni (zuppa a base di yogurt acido) e una porzione mostruosa di chanaki (squisito agnello con il sugo, patate e melanzane), innaffiati dalla birra Kazbegi.

Il volo è nel cuore della notte e devo far passare il tempo. Mi sposto di una fermata di metro ed eccomi di nuovo seduto davanti alle fontane del Parlamento. Alle dieci e mezzo torno in albergo e mi faccio chiamare un taxi per l’aeroporto. Il volo per Vienna parte alle 4:40 e mi aspetta una lunga attesa (anche a Tbilisi come a Yerevan tutti i voli per l’Europa partono e arrivano nel cuore della notte).

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