Popoli e Paesaggi dell'Angola Meridionale

Il nostro viaggio nell’Angola del Sud inizia a Ruacana, posto di frontiera al confine con la Namibia, villaggio stanco e addormentato in cui passiamo un pomeriggio ad osservare spaesati le assurde procedure d’ingresso nel Paese. La dogana di Ruacana consiste ...

  • di Francesco & barbara Segoni
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: 3500
 

Il nostro viaggio nell’Angola del Sud inizia a Ruacana, posto di frontiera al confine con la Namibia, villaggio stanco e addormentato in cui passiamo un pomeriggio ad osservare spaesati le assurde procedure d’ingresso nel Paese. La dogana di Ruacana consiste in poche costruzioni diroccate, qualche funzionario malvestito, cumuli di immondizia e bambini seminudi scorrazzanti. Che differenza rispetto all’efficienza e alla pulizia della Namibia che abbiamo appena lasciato! Quattro jeep stracariche di bagagli, tre nostre più quella di Ned, fedele autista-accompagnatore angolano, e noi sbigottiti mentre il doganiere, scusandosi per la scarsità dei moduli prestampati, ci informa che dovrà attraversare il confine (andando in Namibia!) per fare delle fotocopie... Questo il primo impatto con questo incredibile luogo... In realtà, superata la frontiera, la prima vera impressione che l’Angola regala è di dolcezza: la musicalità del portoghese, i colori del tramonto sulla foresta di mopane, gli occhi scurissimi dei bimbi e gli sguardi intensi delle loro mamme. Avanziamo a fatica attraverso una vegetazione bassa e folta, fatta per sopravvivere ai lunghi mesi aridi, ma a suo modo lussureggiante, superando una serie infinita di wadi – letti di fiumi in secca – sabbiosi, che proviamo ad immaginare pieni d’acqua nella stagione umida. Montiamo le tende tra gli alberi di mopane e ci prepariamo per la notte, carichi di attesa verso questo paese e la sua gente: il nostro itinerario ci guiderà lungo il corso del Cunene - il fiume che separa l’Angola dalla Namibia - sino alla costa atlantica, al di là di montagne impervie che anche i nostri fuoristrada faticano a percorrere.

L’impatto più forte è quello con le persone. Questa regione è popolata dalle tribù degli Himba e dei Mochimba e qui attraversiamo insediamenti tra i più diversi: da macerie di villaggi a malapena sopravvissuti alla guerra (sia civile che con il Sudafrica negli anni ‘80), a variopinti mercati del bestiame in mezzo alla boscaglia, fino ai raggruppamenti di capanne delle popolazioni semi-nomadi che vivono di pastorizia. Ovunque, la comparsa dei fuoristrada e dei nostri volti bianchi suscita un’allegra curiosità: di turisti in Angola se ne vedono pochi e le persone ci accolgono accalcandosi con grandi sorrisi, contente di posare per le nostre fotografie, cercano di comunicare, ci regalano l’acqua dei loro pozzi e non chiedono mai niente. Spesso lasciamo loro farina, zucchero, e altri beni di prima necessità. Il primo villaggio che incontriamo è Chitado, dove i segni della guerra recente sono visibili ovunque: nelle costruzioni diroccate, nelle case crivellate dai proiettili, nella semplicità dei vestiti della gente. Un piccolo edificio, che una scritta a mano sul muro identifica come clinica veterinaria, colpisce la nostra attenzione: ha le finestre murate e come molti altri appare in totale abbandono. Con uno stentato portoghese ci lanciamo in conversazioni con la signora Augusta e gli altri abitanti, che hanno voglia di parlare, di sapere e di raccontare. Alla fine del viaggio, avremo imparato questo: che gli angolani sono così, un popolo candidamente curioso di conoscere queste persone armate di macchine fotografiche e occhiali da sole, e perché mai siano arrivate proprio lì.

Ben diversi sono gli incontri con le popolazioni più tradizionali: gli Himba, che si presentano a noi inizialmente sotto forma di giovanissime ragazze seminude ai bordi dello sterrato, il corpo interamente ricoperto da un impasto rossastro fatto di ocra e grasso animale, di monili, ed da un copricapo di pelle di capra. Silenziose, quasi altere, ci colpiscono per lo sguardo, fiero ed impassibile di fronte alla nostra ovvia curiosità. Paul, nostro accompagnatore sudafricano, ci racconta dei loro costumi e del loro stile di vita. Veniamo così a sapere del rito del parto, che prevede l’allontanamento della partoriente dal villaggio: il parto avviene nel bush, con il solo aiuto di una o due donne del villaggio in funzione di levatrici. Rimaniamo affascinati dal complesso simbolismo dell’abbigliamento: la conchiglia appesa al collo rappresenta la maternità, il copricapo indica lo stato di donna sposata, mentre le ragazze in età pre-puberale portano le lunghe trecce sul viso, a coprirlo completamente. Ogni orpello, ogni oggetto ha una precisa ragione

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